JESTER MAJESTY – Infinite Measure, Finite Existence
Tempo addietro ipotizzai, o forse semplicemente sperai, nel ritorno del techno-thrash. Perché tutto prima o poi ritorna, nel metallo. Il death metal era dato per morto a metà anni Novanta e ha ricominciato a picchiare duro; del thrash vecchio stampo e della NWOBHM già sappiamo, e quest’anno pure il power metal ha sparato bei colpi. Quindi sì, ci speravo in modo concreto.
Il giorno in cui ho letto Jester Majesty fra i promo in arrivo, e pertanto fra i papabili album da recensire, ho subito fatto un collegamento coi Jester Beast di Poetical Freakscream, un gruppo torinese apertamente amante dei Voivod che furono. Un album bellissimo il loro, peccato che la loro carriera non abbia avuto alcun seguito, eccezion fatta per l’EP pubblicato poco più di dieci anni fa. Prima di sparire un’altra volta.
I Jester Majesty hanno in comune con i thrasher che ho appena menzionato anche le origini torinesi. Alessandro Gargivolo se ne è uscito, in questa prolifica annata, anche con un altro gruppo, gli Alchemist, ma non è di loro che oggi parlerò. Erymanthon Seth è da anni membro degli Apocalypse e in questa sede si occupa delle chitarre soliste. Non c’è nessun altro nei Jester Majesty, e tornerò su questo argomento in fondo alla recensione.
Infinite Measure, Finite Existence puzza di techno-thrash da lontano un miglio, e infatti è lì che si casca. Voce quasi narrante, sopra le righe, non punk come quella di Denis Belanger, eppure, per qualche verso, egualmente alla Voivod; chitarre con una sezione solista che talvolta richiama i Death, taglienti nelle ritmiche, direi prossime all’evoluzione avuta da Chuck Schuldiner al momento di cominciare a pensare ai Control Denied pur continuando a pubblicare con la nave madre. La struttura dei brani è particolarmente progressiva e fuori dagli schemi canonici, con un po’ di Mekong Delta e un po’ di Psychotic Waltz (a proposito, ma che album pubblicarono nel 2020 quei signori lì?) e un gusto futuristico e pessimista non distante dai Coroner di Grin.
Penso di non dovere aggiungere molto altro, in un articolo che più che la recensione di un album metal pare la descrizione di un filmino porno, scena per scena. Se vi dico che la terza parte di Human vs. Machine rasenta la perfezione, o che The Curse of Majesty è aggressiva e lineare e ricorda certi episodi fuori dal coro in Time Does Not Heal con un rallentamento alla Denis D’Amour, non vi dico nient’altro di concretamente utile. Se vi dico che l’attacco di When Numbers Speak ha un che dei Death, idem. Masquerade ha quelle bordate in levare presenti anche nell’ultimo dei Coroner, mentre A World in a Single Word è stupenda, con rallentamenti che sono un macigno, come in The Sound of Perseverance. È un puzzle assemblato particolarmente bene, se si pensa che il gruppo è attivo dal 2024 ed è capitanato da un ragazzo nato nel 2002. Ascoltatelo se siete fanatici del genere, perché potrebbe davvero fare al vostro caso. Io ho un bisogno quasi vitale di roba simile: grazie ragazzi, ora prendete un paio di turnisti e portate questo spettacolo di album sul palco. (Marco Belardi)


