Avere vent’anni: ottobre 2005
EXODUS – Shovel Headed Kill Machine
Ciccio Russo: Quello che è il miglior disco degli Exodus dalla reunion è, di fatto, un album solista di Gary Holt. La formazione di Tempo of the Damned (bellissime le prime quattro tracce, il resto lascia il tempo che trova) si era sfasciata durante il successivo tour sudamericano, logorata dai rancori e dall’abuso generalizzato di droga, mi raccontò il bassista Jack Gibson, unico altro superstite ma anche unico membro non originale presente su Tempo, in un’intervista che Metal Shock, chissà perché, non pubblicò mai. Via Zetro, via Rick Hunolt (a questa dolorosa separazione è dedicato l’urticante mid-tempo Shudder to Think) e via, ma solo momentaneamente, persino Tom Hunting, travolto da una grave crisi depressiva e sostituito nientemeno che da Paul Bostaph. Alla voce arriva Rob Dukes, all’altra chitarra Lee Altus degli Heathen, che non se ne sarebbe più andato. Aria fresca che farà benissimo: Shovel Headed Kill Machine ha pochi punti deboli, riesce a suonare moderno senza tradire lo storico suono del gruppo californiano e contiene pezzi degnissimi di figurare accanto ai classici, da I Am Abomination alla micidiale Deathamphetamine, otto minuti e mezzo che potrebbero essere quindici e non annoiare comunque. Proprio pogando su questa canzone, un paio d’anni fa, rimediai un devastante infortunio al ginocchio destro risoltosi tempo dopo con la rottura totale del legamento crociato anteriore. In realtà è una cosa di cui vado abbastanza fiero.
SUNN O))) – Black One
L’Azzeccagarbugli: Black One è uno dei migliori dischi dei Sunn O))) sotto diversi punti di vista, nonché uno dei loro album più coraggiosi e sperimentali. Non perché, come qualcuno aveva pensato – e purtroppo anche scritto – all’epoca, questo sia il disco “black metal” del duo, ma perché i Nostri, mantenendo del tutto inalterato il proprio marchio di fabbrica, hanno cercato di inserire, nei loop e nel drone che caratterizza la loro proposta, echi di black metal. E ciò soprattutto con riferimento all’atmosfera e all’uso della voce. In tal senso, nel disco sono presenti come ospiti Malefic degli Xasthur e Wrest dei Leviathan, che con le loro tracce vocali al limite dell’umano contribuiscono a donare un’atmosfera ancora più inquietante alle tetre e lunghe composizioni. In particolare, la finale Báthory Erzsébet, dedicata a Quorthon, è esemplificativa del suono dell’album: tempi dilatatissimi, riff e strutture circolari, riverberi e una voce che viene dall’Oltretomba (leggenda vuole che Malefic, soggetto claustrofobico, abbia registrato le parti vocali rinchiuso in una bara). Il risultato è un album estremamente ostico, come il resto della discografia di O’Malley ed Anderson, che di certo non piacerà a chi non ama questo tipo di proposta, ma che per tutti gli altri, anche a distanza di vent’anni, resta un lavoro che non ha perso un briciolo del suo sinistro fascino.
DARK FUNERAL – Attera Totus Sanctus
Luca Venturini: Non c’è una maniera più semplice e giusta di dare un giudizio su questo disco se non dire che è brutto. E attenzione, non ho detto che fa schifo. O, peggio, cagare. Ho detto solo che è brutto. Quindi in realtà un’ascoltata gliela si può anche dare, se avete voglia di perdere un po’ di tempo oppure se avete degli ospiti a casa vostra che dovete cacciare e non sapete come dirglielo. Al di là di questi due casi non so cos’altro abbia da offrire questo disco. Il precedente Diabolis Interium aveva almeno due o tre canzoni gagliarde. Però da lì in poi, e cioè da questo Attera Totus Sanctus, Lord Ahriman, chitarrista, fondatore e unico membro fisso ormai rimasto nella band, deve aver deciso che avrebbe timbrato sempre e solo il cartellino. E sticazzi tutto il resto. Black metal tiratissimo, violentissimo, satanicissimo, ridicolissimo. Coi Dark Funeral è tutto un superlativo perché l’importante, per loro, è essere sempre all’estremo. Poco importa che poi scrivi canzoni con titoli come 666 Voices Inside, che manco un ragazzino delle medie concepirebbe, e ti vuoi dare pure un tono.
VISION DIVINE – The Perfect Machine
Alessandro Colombini: Dopo un inizio di carriera più canonicamente power, i Vision Divine confermano il nuovo corso cominciato con il precedente Stream of Consciousness, capolavoro mai troppo acclamato. Non parliamo più di semplice power metal: anche qui abbiamo un album sofisticato, curato, preciso, pulito. Sicuramente la voce magnifica di Michele Luppi e il lavoro in produzione del grande amico di Metal Skunk Timo Tolkki hanno dato una marcia in più. Si sente infatti un ulteriore miglioramento negli arrangiamenti e nelle strutture, con il risultato di un lavoro più fine ed elaborato, che forse però perde un pochino in spontaneità. Rispetto al precedente, stavolta il concept è solo nelle liriche, mentre a livello sonoro le canzoni rimangono pezzi separati tra loro. Personalmente ho preferito Stream of Consciousness, ma è una questione di puro gusto personale. Parliamo sicuramente di un grande album di un grande gruppo probabilmente qui al proprio apice.
GRAVELAND – Fire Chariot of Destruction
Michele Romani: Recensire un lavoro dei Graveland non è mai roba semplicissima, soprattutto se si parla della seconda parte della loro carriera e quindi della sferzata verso sonorità pagan metal. A parte che ho perso il conto di quanti ne abbiano fatti da Creed of Iron in poi, il detto “una volta sentito uno li hai sentiti tutti” non è proprio così lontano dalla verità, tranne alcune rare eccezioni come potrebbe essere, almeno in parte, proprio questo Fire Chariot of Destruction. Robert “Darken” Fudali in questo frangente sembra voler ritornare in parte al passato: lo stile è infatti più propriamente black metal rispetto alle ultime produzioni, con annessa registrazione tipo cantina che ricorda molto da vicino quella del precedente e non indimenticabile Dawn of Iron Blades. Per il resto non è che ci sia molto da dire, i brani come al solito hanno una media di 7-8 minuti e i momenti più maestosi e battaglieri sono sempre ben presenti, l’unico problema è che i pezzi alla fine tendono ad assomigliarsi un po’ tutti e si fa fatica a sceglierne uno migliore, colpa anche, come già detto, di una produzione che tende un po’ ad appiattire il tutto. Io non ho mai nascosto la mia netta preferenza per il periodo novantiano della band di Breslavia, ma le cose purtroppo cambiano e pezzi come At the Pagan Samhain Night o Turisaz purtroppo non toneranno più. Per il resto i Graveland fondamentalmente o li adori o li odi, e di certo Fire Chariot of Destruction non è proprio uno di quei lavori che farà cambiare idea a qualcuno.
PRIMAL FEAR – Seven Seals
Barg: Con questo Seven Seals i Primal Fear arrivano al sesto lavoro in otto anni, e la recensione potrebbe finire qua. Lo stile della band di Matt Sinner e Ralph Scheepers è sempre quello, peraltro estremamente derivativo, quindi non c’è bisogno di chissà quale svolazzo retorico per lasciarvi immaginare come suona l’album. In verità Seven Seals è un filino più oscuro della media della loro discografia, ma si parla di sfumature. L’ascolto resta sempre piacevole, e su quello non c’è da sbagliarsi: certo, meno rispetto ai primissimi dischi, che restano delle bombe atomiche, ma sicuramente di più rispetto agli ultimi.
WOLFMOTHER – st
Luca Venturini: All’interno della rinascita del post-punk e più in generale del rock, in quel breve periodo nei primi anni 2000 comparve anche questa band australiana composta da tre tizi coi capelli ricci e le acconciature voluminose che suonava un rock devoto a quello degli anni ’70, pregno di blues e psichedelia. Il disco di cui si parla oggi è l’esordio e contiene singoli come Mind’s Eye, Woman e Joker and the Theif che chiunque anche solo apprezzi il suono di una chitarra distorta avrà sicuramente sentito e, credo, apprezzato. Wolfmother è effettivamente accattivante e, nell’entusiasmo del revival rock di quegli anni, ebbe un grande successo mondiale. Complice la breve durata di periodo revivalistico e la personalità ingombrante di Andrew Stockdale, cantante e chitarrista e unico membro fisso negli anni a venire, i Wolfmother non riuscirono più a ripetersi.
GREEN CARNATION – The Burden is Mine… Alone EP
L’Azzeccagarbugli: The Burden is Mine…Alone anticipa di qualche mese The Acoustic Verses, disco acustico che, per molti anni, sarebbe stata l’ultima prova in studio dei Green Carnation. Oggi questo EP ha poco senso, in quanto due dei quattro brani che lo compongono sono finiti sull’album e gli altri due figurano nella scaletta della sua versione rimasterizzata, ma quando uscì la sorpresa fu tanta. Perché non sempre gli album acustici di band metal riescono proprio bene e il rischio era elevato, ma è bastato il brano omonimo – tra i migliori mai scritti da Tchort e soci – per spazzare via ogni perplessità. Un folk intimo e toccante, che diventa progressivo in brani come Sweet Leaf – che aprirà The Acoustic Verses – e la notevole Transparent Me composta dal batterista Tommy Jacksonville. Chiude il mini una curiosa cover del quasi traditional Six Ribbons del compositore folk australiano Jon English. Un antipasto estremamente riuscito che è servito ad alimentare le aspettative per l’ottimo disco che sarebbe uscito nel 2006.
HELRUNAR – Frostnacht
Michele Romani: Frostnacht degli Helrunar è senza dubbio uno dei migliori lavori usciti nell’ambito pagan black metal dopo il 2000, e penso che ai tempi se ne fossero accorti anche quelli della neonata Lupus Lounge Records, dato che gli avevano dedicato un’imponente campagna pubblicitaria su siti e riviste varie. L’esordio di questi tedeschi è infatti un disco che ai tempi consumai parecchio, anche se ammetto di averli successivamente persi un po’ di vista. Trattasi di purissimo pagan black metal cantato in lingua madre che può ricordare alla lontana le prime cose dei Menhir, sebbene rispetto a questi ultimi il suono sia più intricato e non di così facilissima assimilazione, almeno durante i primi ascolti. La produzione è assolutamente perfetta (pure troppo per i miei gusti) ed esalta alla grande gustosissime melodie di stampo prettamente teutonico, classici blast beat a manetta e parti più atmosferiche, acustiche e rallentate dove il gruppo dà il meglio di se, come ad esempio le deliziose chitarre gemelle con cui termina la traccia omonima, probabilmente il punto più alto dell’intero del disco. Se amate questa sottobranca del black, Frostnacht è un lavoro che deve stare obbligatoriamente sui vostri scaffali.
ABHOR – Vehementia
Gabriele Traversa: Me lo ricordavo peggio ‘sto Vehementia. Dei padovani Abhor cercai per anni nei negozietti il debutto, I.N.R.I (che non stava per Iesus Nazarenus Rex Ioudaeorum bensì per Igne Natura Renovatur Integra), di cui avevo sentito solo parlare benissimo, ma non lo trovai mai da nessuna parte, quindi ripiegai su questo Vehementia più per non rimanere a mani vuote che per altro (un po’ come un tizio che conoscevo che, non riuscendo a fidanzarsi con la ragazza dei suoi sogni, si mise con la sorella di quest’ultima… Sai com’è, lo stesso sangue, è come trombasse lei al 50% più o meno, no?). Ricordo pure che me lo vendetti ‘sto Vehementia (mi pare lo diedi in permuta insieme ad altri 4/5 per accaparrarmi gratuitamente Dark Medieval Times, una scena degna di Oliver Twist che purtroppo si ripeteva spesso una quindicina d’anni fa) ma di I.N.R.I ancora nessuna traccia. Oggi continuo a non avere I.N.R.I, non ho più Vehementia, ma lo sto riascoltando ora sul tubo, ed è un ottimo black metal; bello diretto, sparato, ma che non disdegna momenti più funerei ed atmosferici, tutti sapientemente orchestrati da una band matura e che sa quello che vuole. Una traccia su tutte: Garden of the Philosophers, la numero tre. Pezzaccio da scapoccio totale.
BONGZILLA – Amerijuanican
Barg: Qualche tempo fa un ministro della Repubblica Italiana ha stabilito che, se un birro ferma la tua automobile e scopre che una settimana prima hai fumato, ti verrà tolta la patente, verrai portato davanti a un giudice, ti si sporcherà la fedina penale e ti si costringerà a fare qualche servizio sociale per un numero variabile di mesi o anni, con le ovvie devastanti conseguenze su ogni aspetto della tua vita personale, familiare, lavorativa, sociale. Ora, dopo questa comunicazione relativa alla cronaca politica, vorrei, in maniera del tutto estemporanea e scollegata dalla prima parte dell’articolo, riproporre qui la nota ancorché semileggendaria risposta che, nel XVII secolo, i cosacchi zaporoghi avrebbero scritto al sultano di Costantinopoli, Maometto IV. Citazione che, ripeto, ha solo valore in sé stessa e viene qui riportata per il suo valore pseudostorico e letterario. Ecco: “Tu, diavolo turco, maledetto compare e fratello del demonio, servitore di Lucifero stesso. Quale straordinario cavaliere sei, tu che non riesci ad uccidere un riccio col tuo culo nudo? Il diavolo caca e il tuo esercito ingrassa. Non avrai, figlio d’una cagna, dei cristiani sotto di te, non temiamo il tuo esercito e per terra e per mare continueremo a darti battaglia, sia maledetta tua madre. Tu cuoco di Babilonia, carrettiere di Macedonia, birraio di Gerusalemme, fottitore di capre di Alessandria, porcaro di Alto e Basso Egitto, maiale d’Armenia, ladro infame della Podolia, “amato” tartaro, boia di Kamjanec, idiota del mondo e dell’altro mondo, nipote del Serpente e piaga sul nostro cazzo. Muso di porco, deretano di giumenta, cane di un macellaio, fronte non battezzata, scopati tua madre! Ecco come gli Zaporoghi ti hanno risposto, essere infimo: non comanderai neanche i maiali di un cristiano. Così concludiamo, visto che non conosciamo la data e non possediamo calendario, il mese è in cielo, l’anno sta scritto sui libri e il giorno è lo stesso da noi come da voi. Puoi baciarci il culo!”.










il secondo disco dei Wolfmother è poco meno bello di questo, e dal vivo (visti l’anno scorso) spaccano parecchio, pure il quarto è un buon lavoro.
Amerijuanican bel disco anche se preferisco Weedsconsin (titoli spettacolari, ammettiamolo).
Attera T.S. discreta schifezza.
The Perfect Machine non mi piacque per niente, avevo probabilmente aspettative troppo alte dopo il monumento precedente.
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ci stava pure Rosenrot!
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Recuperiamo il mese prossimo con un pezzo lungo
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Wow! belli gli anni zero, su the perfect machine condivido tutto, al tempo non l’ho apprezzato del tutto se non per alcune canzoni. riascoltato adesso lo apprezzo di più
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D’accordissimo con Ciccio, Shovel miglior disco della seconda vita degli Exodus. Visti durante quel tour al Mamamia di Senigallia, quando ancora ospitava concerti di un certo tipo e non solo serate trap per i maranzini di oggi.
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Io e Ciccio al Mamamia abbiamo il ricordo di una delle serate più memorabili della nostra vita con un concertone dei Kurnalcool.
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Se non sbaglio, ne avevate parlato qui o sul cartaceo Metal Shock, perché mi pare di ricordare di aver letto di questa storia epica.
A proposito delle Kurnakkie, avete saputo che purtroppo un mese fa è morto Andy Silver? Ancora fatico a crederci…
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Purtroppo abbiamo saputo. R.I.P.
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Battleroar ufficialmente entrati in studio con la formazione completamente rinnovata, con le eccezioni del leader Kostas Tzortzis e il volinista Papadiamantis.
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A questo punto confido in un articolo dedicato, vista l’assenza di Age of chaos dei Battleroar.
Brag, ti supplico, continua a diffondere il verbo del miglior Epic Metal di sempre.
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Avevo cominciato a scrivere una breve da mettere qui dentro e a un certo punto mi sono detto che no, meritava un pezzo a parte. Quindi uscirà a fine novembre.
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