La lista della spesa di Griffar: forza Sauron

Eccomi qui di nuovo con qualche consiglio per recuperare dischi che dovrebbe piacervi ascoltare ma dei quali si sente parlare poco in giro.

Cominciamo con i GRAVVÅRD, progetto internazionale italosvedese nel quale sono coinvolti Vindur dei Mörkvind, che si occupa degli strumenti, e tale Grìshâ alle voci, pure collaboratore a tratti nell’entità principale di Vindur e titolare dei Kärv, discreto gruppo di raw religious black. Il disco non è freschissimo di stampa ma mi ci sono imbattuto solo recentemente, anche perché è patrocinato da un’oscurissima etichettina olandese che dovrebbe magari sbattersi un po’ di più nel promuovere le sue pubblicazioni. In ogni caso alla fine mi è stato possibile reperire Minnesord, ed è un bel sentire.

Non lunghissimo, sui 38 minuti, 6 brani effettivi più una intro (Vid Terminalen) molto ambient e sorprendentemente non fastidiosa visto che è malata, orrorifica, notturna, e sintetizza in un paio di minuti quanto potremo poi ascoltare nel resto del disco. Le composizioni non reinventano niente ma sono fatte molto bene: un pout-pourri di primi Shining, Angantyr e vecchi Ofermod prima che si dedicassero al religious black puro. Caratterizzato da interessanti incursioni nell’ambient desolato con un’atmosfera occulta e sabbatica tipica dei boschi maledetti più fitti e malevoli, il disco offre in fondo Ett enskilt rum på Sabbatsberg, quasi black metal melodico in stile Sacramentum, prima della outro semiacustica poco significativa come già anticipato. Grandi riff vi attendono nell’eccellente apertura Nådens år o nella breve The Harrow, comunque il livello è generalmente alto e non vi deluderà. Non sarà niente di nuovo sotto il sole nero, ma, quando ci sono i pezzi, chissenefrega?

Uno dei più grandi estimatori della redazione di Metal Skunk (cosa della quale tutti noi gli siamo grati), ovvero il venerabile SadoMaster, pubblica il terzo full dei MORCOLAC dei quali è il primo motore, dopo il più che soddisfacente EP di non molto tempo fa, Drawbridge to Citadel of No More Dawn, già segnalato in questo mondo telematico nei recuperoni di fine anno.

Sanguinaria è il suo titolo e riprende dal punto nel quale si è fermato il suo apripista: pezzi trascinanti, symphonic black da manuale nel quale largheggia l’uso di tastiere, spesso in modalità organo sì da accentuare la maestosità di tutta l’opera, costruita su brani che sono in ogni momento ciò che devono essere: lenti, cadenzati, veloci, velocissimi, furibondi, comunque sempre intrisi di melodie che costantemente azzardano incursioni nel mondo fantasy, nell’epico, nell’avvincente, come ipotetiche colonne sonore di opere cinematografiche basate su trame di antiche saghe nordiche o sulle epopee di guerrieri imbattibili e privi di compassione. Insomma, qui vengono glorificati quelli che nei dischi power metal vengono immeritatamente sconfitti: nei dischi dei Morcolac vince Sauron. Ottima registrazione, arrangiamenti perfetti, encomiabile scelta dei suoni. Menzione per la prova alla voce di SadoMaster, che in alcuni tratti arriva a sfiorare Pest degli Obtained Enslavement; non uguagliare, perché quello è impossibile, ma ci va vicino, e la cosa non è per tutti. 36 minuti da gustarsi a fondo; la conclusiva outro strumentale Marshwaves Consume the Oblivion Cliff non lascia particolare traccia, ma sono solo un paio di minuti, tranquilli. Il resto del disco ne lascia eccome.

È giunto il tempo anche per il terzo episodio degli austriaci ANCIENT MASTERY, anch’essi già segnalati tempo fa ed in costante sviluppo della quadrilogia imperniata sulle vicende del mondo immaginario di Valdura. Chapter Three: The Forgotten Realm of Xul’Gothar a livello lirico rappresenta un antefatto rispetto a quanto narrato nei due capitoli precedenti, esce a tre anni di distanza dal secondo e tutto questo mi fa sospettare che stiano trovando più difficoltà del previsto a sceneggiare una trama sensata per la saga o come preferite chiamarla.

Rispetto ai Morcolac, che sostanzialmente si muovono in un contesto assai simile, sono più intrippati da atmosfere Summoning – anche se meno che in passato – e non disdegnano momenti dove è solo l’atmosfera a farla da padrona, come in Behind the Walls of Urduk per esempio, o anche The Treacherous Order, ma nel complesso noto un forte interesse per il black/death svedese con più inserti e arrangiamenti di tastiere. Di qui in avanti si può cominciare una lista di chi torna in mente ascoltando i sei pezzi che formano l’opera: Mithotyn senza dubbio, Gates of Ishtar assolutamente, diamine, persino gli Skymning e pure le vecchie cose dei Thyrfing, il tutto filtrato da una tendenza a concepire questo genere come avrebbero potuto farlo Protector e Silenius. Beh, comunque il disco è divertente e raggiunge facilmente l’obiettivo, gratificato da brani ben costruiti con riff spesso trascinanti come i succitati gruppi svedesi spesso fecero qualche tempo fa. Chiudono con il botto grazie a From Depths Unseen, che parte con una sparata di due minuti in puro stile Sacramentum che si candida di diritto al riconoscimento di riff dell’anno 2025, ripreso poi sul concludersi del tutto. Un po’ più di 42 minuti di piacevole intrattenimento, adesso vedremo come andrà a finire la storia.

La bombetta arriva al fondo, in occasione della ristampa prossima ventura in CD di Serpent’s Tongue, secondo EP uscito solo in digitale nel 2024 a firma dell’entità americana INCINERATION IN THE INFINITE, facente capo ad un solo personaggio di nome Ömer Doğramacı. Costui ha in piedi da un paio d’anni anche un altro progetto nominato Fragmentary Solid Abyss e vi rimando a Metal-Archives qui per strabiliarvi con l’impressionante discografia creata dal soggetto in questo lasso di tempo non certo eterno. Non che nel caso ora in esame si sia astenuto da eccessi, visto che possiamo contare su circa 20 titoli tra album, EP e singoli solo nell’ultimo anno, la maggior parte pubblicati solo su YouTube e su Bandcamp.

Anticipo che a tentare di ascoltare ogni titolo da loro pubblicato neanche mi ci sono messo, ma l’EP qui preso ad esempio vale come riassunto di tutto quanto ho potuto apprezzare. Troverete quindi doom metal, sì, ma stravolto, intriso di dissonanze acidissime di derivazione quasi fusion, melodie oblique, nervose, fortemente psichedeliche, brani soffocanti apportatori di malessere fisico, che lasciano spossati come se aveste dovuto prendere Amoxicillina ogni sei ore per una settimana per combattere un’infezione gengivale persistente. Come se i King Crimson tornassero tra noi dopo un viaggio in un universo lontano e, impazziti, tentassero di mettere in musica gli orrori incontrati nel folle peregrinare. La visione del doom metal (con screaming black) degli Incineration in the Infinite è personalissima, originale e, se siete in grado di reggere musica così tanto straziata e mefitica, almeno l’ascolto è consigliatissimo. 

E per adesso è tutto: la messa è finita, il nuovo Papa è stato eletto, andate in pace. (Griffar)

Un commento

  • Avatar di Fredrik DZ0

    Molto validi gli Ancient Mastery! Mi sono -quasi- commosso a leggere il nome degli Skymning…quanto era bello Stormchoirs? (e quanto pessima la svolta industrial…a gusto mio terribile)

    "Mi piace"

Lascia un commento