SELVA OSCURA, ovvero il rock indipendente italiano nel mezzo del cammin di nostra vita
Ogni tanto conviene continuare a tenere un occhio fuori dal “nostro” mondo. No, in realtà non è che mi informi attivamente. Però mi è arrivata una notifica da un media altro (sarà stato Rockerilla o Rolling Stone o comunque qualcosa main e/ovvero indie), parlava di un nuovo gruppo heavy, forse grunge, forse persino doom, dal nome oscuro: Selva Oscura. Il comunicato piazza subito il nome dei musicisti. Uno mi sembra di riconoscerlo, Umberto Maria Giardini… ah, ma non era il nome vero di Moltheni!? Non so, qualcuno lo ricorderà o magari lo segue tuttora. Io no, ammetto, no, anzi, nemmeno all’epoca in cui, di massima, l’indie italiano lo seguivo, l’epoca d’oro, Mescal, Tora Tora, quell’epoca lì. Con Moltheni non ho attecchito. Penso comunque troppo intimista per me all’epoca, che comunque cercavo nerbo e scudisciate tra le ramanzine ed i sermoni edotti di un Godano. Insomma, però, che effetto fa vedere Moltheni oggi, annunciato come musicista di rock duro. Incanutito, vestito grunge tra altri musicisti dall’aria grunge, con una maglietta dei Kvelertak nelle foto promozionali che richiamano in tutto un’estetica più pesa del suo solito. O meglio, degli ascolti casalinghi di Umberto Maria io so nulla, anche se ora qualche domanda in più me la pongo, ma, quel che ricordo, quella (poca) musica sua che ho ascoltato non mi avrei pensato potesse richiamare quello che un nuovo nome oscuro, impresso in font gotico, vuole evocare. Nella foto, la vedete sotto, c’è persino un giovanissimo Tom Araya che cerca di farsi passare per il batterista degli Alice in Chains. Corto circuito. Bene, mi ci fiondo.

Il casus è quindi questa nuova banda (indie) che suona il rock (duro) e l’Ep con cui esordisce, chiamato semplicemente Selva Oscura. Che no, se ve lo state chiedendo, non è “metal”, ma ha dei momenti, dei momenti che quasi… Non saprei da dove cominciare, quindi parto banalmente dall’inizio, dalla prima traccia, Mercurio. Beh, parte non male, un riff pesante tra grunge e post sludge. Che poi in quella specie di ritornello si fa pure più pesante ancora, dopo che la strofa alleggeriva la storia. Sorpresa anche po’ la coda del brano, più stoner ancora, apocalittica, tra intarsi e assoli heavy psych. Non durissima, per voi cattivoni che ci leggete, certo però molto più dura della media dell’indie fine anni ’90 e anni ’00. Figuriamoci ora. A parte le definizioni, a me la qualità di queste canzoni pare fresca e coinvolgente. Forse in quanto anche io, nel mio piccolo, sono reduce (ascoltatore) di “quei tempi lì”. Ma non sono l’unico, sicuro, qua tra noi. Canzoni, dicevo: il prosieguo sono due brani meno cupi, che procedono gagliardi, suonando come se gli Afterhours si fossero uniti in una jam con gli ultimi Screaming Trees, quelli che avevano qualche vaga tensione spagnoleggiante. Proprio quando, guarda un po’, c’era un certo Joshua Homme a supportare i fratelli Conner.

Comprendo non sia pane per il lettore di Metal Skunk medio, ma ho capito di essere un sentimentale, io, e per me il soffio al cuore è la ballata, il brano che è ancora meno duro (quindi occhio, ci siamo capiti). Però più buio, oscuro. Si intitola Tu Che Domini, è un’illuminazione sfocata, psichedelia opaca, spenta, malinconica. Bellissimo assolo. Mi fa sembrare ovvio accostare oggi, 2024, due album vecchiotti e magari importanti per una certa generazione, come Down On The Upside (i Soundgarden già post-Soundgarden) e Quello Che Non C’è, senza trovarci differenze sconvolgenti, quanto piuttosto allineamenti che mi sembrano ovvi ora, quanto non visti fino ad un attimo fa. La melodia è straziante, quel “dimenticami” ripetuto allo sfinimento. Ma forse sono io che in fondo sono appunto di quella generazione lì e non so, in effetti, a quali altre generazioni possa rivolgersi questo discorso qua. I musicisti, Giardini escluso, paiono giovani, dei ragazzini. Ma non è una mossa commerciale, ci giurerei. Avesse voluto monetizzare un po’, sappiamo cosa avrebbe potuto fare oggi il cantautore di Sant’Elpidio a Mare, anziché attaccare il jack ad una Gibson. Invece c’è malinconia, rassegnazione. Una specie di passaggio al bosco, disilluso, un bosco di watt, dove devi essere disposto ad entrare sennò niente, rimani fuori, senza rancore.

Non è la prima volta, a memoria mia, che qualche musicista di quella scuola nostrana si mette ad applicare nel suo lavoro un po’ della sua passione per l’heavy da fuori confini. I Verdena agli esordi non perdevano occasione di citare nelle interviste Motorpsycho e Kyuss. Facevano tutto alla luce del sole, insomma, anche se per il 99,9% dei loro ascoltatori quei nomi non volevano dire nulla. Quando il Teatro degli Orrori si poneva come intenzione (tra le altre) quella di appesantire ulteriormente la discendenza Oxbow/Jesus Lizard degli One Dimensional Man, Giulio Ragno Favero, nelle foto promozionali, sorrideva sornione con una maglia dei Neurosis sotto la giacca da professore di liceo. Promettevano scintille e scintille son state (per un disco soltanto e un singolo con gli Zu, il resto se lo potevano risparmiare). Ora Giardini: la captatio benevolentiae della maglietta dei Kvelertak, il richiamo all’hard rock (qualunque cosa pensiate voglia dire), il font gotico, i riffoni, il video cupo vagamente tipo horror campagnolo anni ’70. Sono tutti elementi che, messi insieme, promettono una pesantezza e una cupezza forse maggiore rispetto alla musica prodotta finora (per me molto bella). Magari è una dichiarazione d’intenti per un futuro più incompromissorio, magari l’intenzione è recidere in maniera ancora più coraggiosa il legame con una scena indipendente con poco nerbo e niente più coraggio. Viene l’acquolina in gola ad immaginarsini Selva Oscura cosa possano produrre alle rpese con un album intero. Pii noi siamo quelle brutte persone lì, che appena gli dai una chitarra distorta pretendono che il gain sia sempre sul dieci. Non è ancora il momento, forse, magari in futuro.

Il punto comunque non è tanto capire se è metal o hard rock oppure manco questo. Semmai capire il destinatario, il potenziale ascoltatore. L’intenzione, rivendicata, è quella di suonare musica libera dagli schemi e dalle macchiette odierne. Condivido in pieno e dico che sì, dati i tempi, non c’è forse gesto più antagonista che attaccare una chitarra ad un ampli. Poi credo che sia musica che può apprezzare soprattutto gente che va dai 40 ai 50 anni, cresciuta nei ’90 o tra i suoi strascichi (non è una critica né un difetto). Lo conferma anche l’ultima traccia, Thai, una specie di mantra elettrico genericamente asiatico, in linea con certe fascinazioni esotiche che già il grunge madre aveva e ancor di più certe derivazioni nostrane. In realtà quella grunge, da noi, nello stivale, mi era sempre sembrata una generazione di coatti legati mani e piedi ad un hard molto mainstream, la parte esotica un vestito come un altro, un rimasuglio fricchettone che dà un tono. Quella mezza scena in realtà è stata spazzata via, da noi, proprio dalla rabbia e dal cinismo di Marlene e Afterhours. Ma nei Selva Oscura non vedo opportunismo. Io qua dentro trovo sostanza. Visto che li abbiamo nominati, i fricchettoni che il mio amico Roberto odiava tanto (e io non avrei avuto molti argomenti per dargli torto), mi piace vedere in Giardini e soci, oggi, anche un’ombra dei ’70, non solo per il tono e la colorazione delle foto. La poesia concreta di un Alvaro Fella, magari. Anche se Fella scherzava e provocava. Giardini pare proprio disilluso. Non stanco, sennò non attaccherebbe nemmeno la chitarra all’amplificatore, farebbe meno rumore, non più. Ma è invecchiato, si sente. Non è una cosa brutta, è un dato. Sono invecchiato pure io, meno, ma solo perché sono nato dopo. Sono comunque di quella fascia tra i 40 e i 50, sì, fa un certo effetto ammetterlo, e sono cresciuto con quella roba lì. Per cui Tu Che Domini so già che mi rimbomberà in testa ora, a Natale, che dopo il Covid ed altre ragioni vado dopo lungo tempo a passare dai miei, che stanno trascorrendo la pensione due colline marchigiane più a sud rispetto alla Sant’Elpidio a Mare di Giardini. Se non lo conoscete, non sapete nemmeno com’è spento e deprimente l’Adriatico d’inverno, la sua costiera di cemento. Sull’Adriatico non si fa il surf, diceva HavaH, batterista di Raein e La Quiete. Cazzo quant’è vero. Io mi deprimerei anche in California col sole, ma davvero, non avete idea di cosa sia l’Adriatico d’inverno, se non lo conoscete. (Lorenzo Centini)

Bello che ci sia ancora chi ha voglia di provare a proporre questo tipo di sonorità fuori dal tempo. Scalda il cuore.
Seguirò con curiosità.
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