True italian dark sound: intervista ai TONY TEARS
Antonio Polidori, chitarrista e musicista genovese, è noto per il suo progetto Tony Tears e per la partecipazione a storiche formazioni italiane come Abysmal Grief e Zess. Fin dagli inizi della sua carriera ha esplorato e sperimentato all’interno del dark sound italiano, di cui è oggi uno dei massimi esponenti e teorici più autorevoli. In occasione dell’uscita imminente del suo nuovo album abbiamo parlato con lui della natura del dark sound, dell’evoluzione del gruppo e, naturalmente, de La Società degli Eterni, in arrivo il prossimo 13 dicembre sotto l’etichetta I, Voidhanger Records.
Ciao Antonio. Per iniziare parliamo del tuo progetto: quali sono state le tue principali influenze musicali e come hanno contribuito alla creazione dei Tony Tears?
Ciao Stefano, ciao a tutti. Da sempre il progetto e la band Tony Tears esplorano il dark sound italiano di vecchia scuola come Death SS, Paul Chain, The Black, Antonius Rex, Goblin, ma con un occhio al metal oscuro internazionale come Black Sabbath, Judas Priest, King Diamond e moltissimi altri. Oltre le influenze appena citate, sono da sempre un ascoltatore assiduo di altri generi che in un modo o nell’altro rientrano ugualmente nel rock, come l’elettronica di un certo tipo, come Klaus Schulz, Kraftwerk, Rockets e qualcosa di vagamente prog come Eloy e altri generi e band. L’aspetto metal ha sempre avuto una maggiore importanza nei Tony Tears, però, da sempre, il lato più elettronico, che io chiamo “electronic metal soundtracks style”, ne fa uno stile del tutto personale. Quindi, se il progetto Tony Tears e la relativa band ad oggi si muovono con originalità e uno stile proprio è grazie ad aver saputo fondere da sempre questi generi così apparentemente diversi in un unico stile metal.
Il dark sound ha una lunga tradizione nel nostro Paese. Qual è la tua opinione sullo stato attuale della scena musicale in questo genere?
Proprio perché questo genere ha una lunga tradizione nel nostro Paese si è guadagnato un riconoscimento internazionale a pari merito col black metal norvegese, e il paragone non è casuale. Attenzione, mi riferisco al merito musicale e non ad altre cose. Direi che questo basti per far capire quanto sia un marchio tutto italiano. Certo, ci è voluto un po’, ma oggi tante, tantissime band si avvicinano a questo genere e non solo in Italia. Oggi sono molte le band che fanno dark doom all’estero e citano gruppi italiani tra le loro ispirazioni, questo è fantastico. Quindi credo che oggi questo genere sia più vivo e seguito rispetto ad anni fa. Il problema oggi è casomai l’opposto, nel senso che sta diventando anche troppo inflazionato e stanno nascendo troppe band che fanno un doom normalissimo autoproclamandosi dark sound e non lo sono. Per carità, il doom tradizionale è sempre bello, ma con il dark sound non ha quasi niente a che vedere. Il dark sound è fatto più di stili heavy metal, anche sporchi e grezzi, contaminati da atmosfere da colonne sonore, ed è una cosa che oggi sembra ancora non essere capita o che non si abbia realmente voglia di fare.
Tu suoni da molto tempo e anche i musicisti che ti accompagnano sono dei veterani, cosa significa per te restare attivo nella scena per quarant’anni?
Vuol dire ricominciare sempre ed avere nuovi stimoli, mai sentirsi arrivati, non è nella mia natura. Da quarant’anni vago nel tempo con i miei incubi in un mare oscuro, con la sola certezza di fare ciò che amo: musica ed esoterismo. Alchemicamente entrambe le cose.
Quanto è cambiato il tuo e il vostro modo di essere artisti nel frattempo?
Mi vien da dire che è sicuramente migliorata la qualità in tutti i sensi. È maturata la tecnica sullo strumento, sono migliorate le ideologie e la qualità audio musicale degli album, ma l’aspetto intrinseco del genere proposto rimane immutato, almeno nel senso più largo del termine. Quindi il lato più profondo dell’artista che è in ognuno di noi è sempre quello, ma con maggiore consapevolezza e professionalità. Secondo noi le due cose, ovvero professionalità ed arte, possono coesistere.
Nei tuoi lavori mi colpisce l’alternanza fra due anime distinte: una è molto sperimentale, a volte minimalista, mentre ce n’è un’altra più tipicamente rock e metal. Per esempio, Vortice e il più recente Pains si collocano sul fronte sperimentale, mentre The Atlantean Afterlife è un esempio di album più tradizionale, specialmente nella seconda parte. Potresti spiegare come si coniugano queste due realtà?
Queste due realtà sono in realtà le due facce della stessa medaglia. Nella carriera dei Tony Tears ci sono degli album così detti “solisti”, che sono tali solo perché realizzati totalmente da me, quindi si sente maggiormente il vecchio e da me amato dark sound, dove il lato leggermente più sperimentale prende piede. Negli album del Tony Tears “solista” l’aspetto metal o hard rock della chitarra non viene mai, o quasi mai, a mancare e anche i brani di lunga durata sono composti da molti cambi musicali ogni due minuti e mezzo, al massimo ogni tre minuti. Per cui i brani lunghi, là dove vi sono brani lunghi, non sono mai prolissi. Quindi si tratta sempre di un dark sound o dark metal solo leggermente più prolungato e di atmosfera e ti posso assicurare che ci sono un sacco di finezze tecniche, tutt’altro che minimali. In conclusione di questa risposta ti dico che la differenza tra il Tony Tears solista e la band è solo nel rovesciare di poco le cose: nel solista l’aspetto d’atmosfera prende il sopravvento, ma non manca mai l’aspetto metal chitarristico, mentre con la band si fa più metal, ma non verrà mai meno un certo aspetto atmosferico.
Come fate a portare queste due diverse anime sul palco?
Entrambe le realtà potrebbero essere portate sul palco dalla band, però sul palco preferiamo sempre divertirci e fare divertire con i brani più metal della band. Come ti ho detto prima, in entrambe le anime non manca mai l’aspetto chitarristico hard/metal oscuro e dark sound, però sul palco preferiamo portare solo i brani della band, sia per andare incontro alle preferenze del pubblico che per esigenze di scaletta. In un futuro potremmo portare quelli del solista più corti, come Pains dall’album omonimo che, tra l’altro, non è sperimentale né tanto meno ambient, è dark sound italiano a tutti gli effetti.
Come nasce un brano dei Tony Tears? Hai un processo creativo specifico?
Non riuscirei mai a creare un brano solo per capacità tecnica o casualità. Seguo un processo di immedesimazione con le mie pratiche esoteriche, dopodiché vengo guidato da certe forze e realizzo i riff principali sotto certe influenze. È realmente così, da sempre.
L’occultismo e l’esoterismo sono temi ricorrenti nei tuoi album, immagino che queste tematiche abbiano un’influenza diretta sulla tua musica e sulla tua scrittura.
Sì, come ti ho appena risposto precedentemente. Posso aggiungere che seguo da sempre alcune correnti esoteriche, non una in principal modo, ma alcune. Ad oggi ho raggiunto una consapevolezza ed un credo su queste cose molto concreto e giusto per me. Anche se sono sempre pronto a ricredermi per avanzare di livello energetico e karmico. Tutto questo si ripercuote positivamente sulla mia Arte, in primis sulla più importante, cioè la musica.
C’è un album o un brano dei Tony Tears a cui sei particolarmente legato?
Ogni album è un mio figlio ed ogni canzone ha un suo valore affettivo. Per cui non c’è nessun album preferito così come nessun brano, ma se proprio devo, sotto tortura, ti dico: come album La società degli eterni, che deve ancora uscire e sarà l’album più potente e ideologicamente migliore in assoluto, a mio avviso. Come canzone direi Statua di cimitero, che è la più dark sound italiano style e The Atlantean Afterlife, la titletrack dell’album omonimo. È una canzone in grado di unire quasi tutti i generi proposti dai Tony Tears nel corso degli anni in un’unica composizione dark epica; ci manca solo l’aspetto più vicino al back/thrash, genere che abbiamo sfiorato in qualche occasione, poi c’è tutto. Direi queste due, ma ne amo altrettante.
C’è stato un momento particolarmente significativo o memorabile della tua carriera musicale fino ad oggi?
Diversi. Direi il contratto discografico con la Minotauro Records nel 2013, perché la Minotauro Records è una casa discografica molto importante nel panorama metal italiano ed internazionale. Poi varie ristampe soprattutto in America, il crescente interesse verso i Tony Tears e ci metto anche i concerti svolti dal 2018 ad oggi che, rispetto a quelli svolti da ragazzino, sono stati ognuno a suo modo importanti, come l’Obscura Doom fest a Parma nel 2018. Festival Doom giunto alla decima edizione (credo) dove sono sempre approdate band importanti tra le quali i Coven. E poi molti altri momenti.
Ed ora parliamo del tuo prossimo lavoro. Vuoi raccontarci come sarà, più sperimentale o più tradizionale? C’è qualche novità nell’organico? Di cosa tratterà?
Il prossimo album sara La società degli Eterni. Sarà un concept sul Patto Magico, non più visto come un peccato mortale, ma al contrario come una strada di vita e di evoluzione. “La società degli Eterni”, perché noi come band ne siamo coinvolti e vorremmo accogliere chiunque percepisce questo senso reale all’interno del nostro nuovo album. Dietro a tutto questo c’è un grande esoterista italiano nostro amico che ci ha aiutato e guidato, Daniele Donini. La musica de La società degli Eterni rappresenta tutto quello che è dark metal più diretto e univoco rispetto ad altri album del passato. Dark metal soprattutto, con annesse tutte le sue influenze e diramazioni come il dark sound italiano, il dark doom, le atmosfere da colonne sonore, il rock degli anni ’70, il gothic e molto altro. Nell’organico di questo album in fase di studio di registrazione c’è stato il batterista Gianni “Coroner” Queirolo e il bassista Artorias, che suonano dei nostri amici Damnation Gallery. Artorias era già presente sull’album precedente The Atlantean Afterlife. Subito dopo le registrazioni de La società degli Eterni, Gianni e Artorias hanno preferito dedicarsi totalmente ai Damnation Gallery e sono usciti dai Tony Tears, siamo rimasti in ottimi rapporti. Al loro posto sono entrati per un breve periodo alla batteria Ema, al basso c’era ancora Artorias prima della sua dipartita. Oggi sono entrati rispettivamente alla batteria Luca Lucchini e al basso Wally Ache, due veterani del metal italiano.
A proposito di Patto Magico, secondo te si può fare un paragone fra iniziare ad ascoltare heavy metal e intraprendere un percorso iniziatico? Cos’hanno in comune questi due percorsi?
Secondo me sì, anche perché penso che chiunque inizi ad ascoltare heavy metal possa facilmente andare incontro a tematiche che per gran parte sono incentrate sull’occulto. Non lo si può dire per tutti i gruppi, perché non è vero, però io stesso mi ero avvicinato all’heavy metal grazie alle sue tematiche “diverse”. Quindi da questo punto di vista diciamo di sì. Però è anche vero che sono due cose che si possono scindere. Per esempio, se prendiamo il nostro La società degli eterni, non è detto che l’ascoltatore conosca i Tony Tears, ma siccome è un album molto heavy metal classico, oscuro, che abbina dark sound italiano al dark metal internazionale, può essere ascoltato da chiunque in quanto tale. Il fatto che sia incentrato sul tema del “patto magico” non vuol dire che chi lo ascolta debba per forza diventare un esperto di queste cose per capirlo. È una cosa che si percepisce, ma ho sempre cercato di fare in modo che dai Tony Tears la musica potesse arrivare a chiunque la ascolti, quindi La società degli eterni mira a quello: ad essere ascoltato come disco da chiunque, anche se non è per forza addentrato nelle cose magiche ed esoteriche. Chi ascolta può arrivare a capire il senso magico del disco, quindi secondo me le due cose si possono sia dividere, ovvero ascoltarlo come un disco heavy metal oscuro, oppure no, ma se uno è un po’ ricettivo quel disco arriva in maniera più profonda.
Secondo te questa è una cosa che continua ancora oggi, o si è perso questo aspetto di ricerca?
Questa domanda mi piace tantissimo; è proprio una cosa di cui ho parlato ai ragazzi del gruppo e che penso dal profondo del cuore. Secondo me la cosa si sta perdendo, ma per un motivo preciso: oggi si parla ancora di dark sound, di dark doom, tutti generi affini, come un genere di culto. Io non sono molto d’accordo, perché secondo me invece è un genere molto inflazionato, soprattutto in Italia, dove c’è il mito del dark sound. Da un lato è bello perché grazie a questa diffusione la tradizione viene preservata, non si perde niente, anzi la si mantiene viva e io tengo a precisarlo, però secondo me si è perso quel medo genuino di farlo realmente. Mi spiego ancora meglio: io seguo un modo di comporre che segue quello che faccio a livello spirituale. Non riuscirei mai a prendere la chitarra per fare un riff, come ho detto prima. Potrei fare una cosa del genere se volessi suonare hard rock americano, che mi piace tantissimo, oppure metal classico, thrash, death, tutte cose che mi piacciono tantissimo, intendiamoci, ma non posso farlo per scrivere dark sound. Il dark sound è poesia reale di qualcosa che uno sente dentro. Ecco, questo tipo di ispirazione secondo me non c’è più tanto, anche tra band che vengono annoverate nel dark sound italiano. Per me oggi lo si intende con troppa facilità: non basta fare doom, ci sono dettagli ben precisi che distinguono il dark sound dal doom. Una volta ho avuto da dire, amichevolmente, con Massimo Gasperini della Black Widow Records di Genova, perché per lui tutto quello che pubblica di rock progressivo è dark sound, ma per me non è vero! Anche lo stesso Antonius Rex veniva dal rock progressivo, certo, ma non faceva delle pippe di un’ora con flauti e suoni acustici. Il rock progressivo duro e l’elettronica fanno il dark sound, soprattutto l’elettronica.
Secondo me è anche una questione di scelta di suoni.
Vero, bravissimo. Io nei suoni cerco sempre di trovare un equilibrio: non suoni da cantina a tutti i costi, perché non avrebbe più senso per il tempo in cui siamo, pur facendo dark sound, però neanche registrazioni troppo nitide e professionali. Ci dev’essere una via di mezzo fra la professionalità e un mantenimento della tradizione “da cantina”. Anche questa cosa secondo me non c’è più, o comunque è molto diminuita. Pensiamo a dischi come Zora di Antonius Rex, Life and Death di Paul Chain: ecco, quello è dark sound.
A proposito dei suoni, è un problema che si è progressivamente affermato nel metal e anche per gli ascoltatori è sempre più difficile sentire suoni nuovi, suoni spontanei, parlando di timbro degli strumenti e timbro delle delle incisioni. Oggi ci sono delle possibilità tecnologiche che potrebbero aprire le porte a qualunque tipo di possibilità, ma molti le usano per uniformasi, anziché per differenziarsi e trovare un loro suono personale.
Bravo! Esatto, hai trovato le parole giuste. È proprio quello: c’è una tendenza ad uniformarsi per paura di essere tagliati fuori. L’artista che fa dark sound però se ne deve fregare. Il dark sound ha resistito in certi tipi di anni proprio per questo. Invece oggi rischia di perdersi. Non del tutto, fortunatamente, si mantiene per esempio nel doom italiano, che è molto bello. Il dark sound può comprendere il doom, ma è altre mille cose. Io la definisco la massima espressione musicale oscura, dentro ci puoi fare tutto, persino il black.
Quindi capisco che nel tuo caso la tecnologia non ha cambiato nel tempo il tuo modo di intendere la musica e di comporre.
In generale no, ma non sono ipocrita: un disco ben registrato fa sempre la differenza ed è quello a cui miriamo. Ne La società degli eterni abbiamo cercato di arrivare a questo. Se ascolti un mio disco Tony Tears solista rispetto a quello con la band c’è una certa differenza, ma non è più così marcata, perché anche il solista può lavorare da professionista. Io cerco sempre la professionalità in tutte e due le cose, sia con la band che da solista, però cerco di non dimenticare come dev’essere il suono adatto per la mia musica. Ormai ho abbastanza esperienza per individuare il giusto equilibrio, come dicevo anche prima. Se mi facessi prendere dalle possibilità tecniche dello studio di incisione dove vado, che è molto professionale, allora diventerebbe troppo heavy metal, quindi ho sempre cercato di capire il limite di una registrazione sporca ma in maniera positiva del termine, professionale.
Adesso ci spieghi la copertina dell’album?
Con grande piacere. La copertina è un quadro di mio papà. Anche lui è musicista, anche se ormai l’età e alcuni problemi fisici lo hanno portato a suonare solo per passione, però prima era un bravissimo musicista. Un’altra sua grande passione è la pittura, in cui è molto bravo. Pensa che gli avevano proposto di fare delle mostre, ma lui ha paura del giudizio, lo dice anche: “Non mi piace il giudizio, io faccio le cose per me”. Per questa copertina, così come per tutte le copertine degli album dei Tony Tears, la scelta è stata molto dura, perché oltre al lato meramente artistico devono seguire un senso esoterico. Addirittura io pretendo che i miei album escano entro certi periodi, forse ho troppe pretese, ma io ho degli accordi con certe Entità, quindi devo seguirle, altrimenti me la fanno pagare… no, scherzo, però cerco almeno un compromesso fra quello che vorrei fare accadere e quello che è possibile fare. Siccome non trovavo niente di adatto per La società degli eterni, trovavo solo cose banali o già viste, mi è venuta l’idea di chiedere a mio padre, anche se a lui non piace tutto quello che faccio; non tanto a livello musicale, ma quello che c’è attorno, quindi l’ho convinto a chiudere un occhio e alla fine lo ha fatto. Io gli ho dato delle indicazione sugli elementi che dovevano esserci, ovvero i diari che si usano nel Patto Magico, una Diavolo o un demone, una mano… insomma l’ho un po’ seguito, ma quando ha finito mi sono scese le lacrime, perché ha rappresentato proprio quello che io volevo dire con la musica. Neanche a farlo apposta, ha fatto un Diavolo che esiste, ovvero un Oki giapponese, lo ricorda parecchio. Poi ha azzeccato una cosa, ovvero il viso è molto giovanile, sembra una mia vecchia foto, esistente, di quando avevo 19 o 20 anni. Poi c’è la tomba, che è il simbolo di un mago esoterista, che ha avuto un ruolo nell’album, come abbiamo detto prima, ovvero Daniele Donini che ha partecipato in maniera attiva. Ogni simbolo, ogni tratto, ogni colore di quella copertina esprimono il significato del disco. Perfino la scelta dei colori, che è stata interamente di mio padre, ha un significato. Per esempio sotto al libro – diario c’è un’area di colore rosso, che potrebbe essere fuoco o sangue, anche quello ha un significato, che è ambivalente: il mondo ha sparso tanto sangue e per uscirne il patto magico è una soluzione. Quindi non è vista come una cosa tragica, disperata, che chi lo fa è legato per sempre a cose sinistre, ma assume un senso positivo. Questo è il mio modo di vedere l’esoterismo e la magia, la vedo come una via per uscire da tanti problemi, anche se il destino di ciascuno è imperscrutabile. Però tante cose della mia vita me le sono raddrizzate con la magia, perfino l’ultimo lavoro che ho trovato, grazie al quale adesso ho più tempo di prima da dedicare alle mie passioni.
Quindi c’è un legame forte fra la creazione della copertina e la parallela composizione dell’album.
Certo, per me le copertine sono importantissime, così come ogni altro elemento. Io ho sempre detestato, pur rispettando le loro idee, quelli che dicono “L’importante è la musica”. No, no, no… è troppo importante, io ho conosciuto dei gruppi grazie alle copertine, che se non avevano certe copertine magari non li compravo e magari non li avrei mai conosciuti. Per esempio gli Eloy, gruppo hard progressive tedesco che adoro, li ho conosciuti con Ocean, capolavoro assoluto di dark sound, con una bellissima copertina di Wojtek Siudmak, che mi ha attirato e così li ho conosciuti.
Cosa consigli di ascoltare a qualcuno che voglia avvicinarsi al dark sound? Potresti indicare alcuni album che secondo te sono fondamentali per capire il genere?
Beh, ce ne sono tanti, comunque ti dico Zora di Antonius Rex, perché ha quelle influenze prog elettroniche, insieme a chitarre “marce”, tipo vecchi Death SS. Lui nella sua biografia ripudia quel disco, perché poi ha scelto di usare altri suoni e ha voluto darsi un’immagine nuova, ma a me non interessa, per me Zora rimane fondamentale. Poi The Story of Death SS, perché nonostante si dica che fossero cose registrate male, non è vero: nel ’78 – ’80 loro volevano fare punk. Il punk horror aveva quei suoni ed erano suoni voluti, proprio in quel modo. Al massimo si sente qualche piccolo difetto dovuto ai mezzi dell’epoca, ma era bello anche per quello. Il meglio che volevano raggiungere come suono era quello delle canzoni del secondo lato, che erano brani già pronti su cui doveva cantare Steve, ma poi per come andò finirono per metterci la voce di Sanctis Ghoram. Quello comunque era dark sound. Poi come perfezione di suoni e di atmosfere Life and Death di Paul Chain e Violet Art of Improvisation. Questi sono i quattro essenziali per me, ma ce ne sono tantissimi altri, anche internazionali. Il dark sound italiano ha fatto scuola nel mondo, io dico sempre che per me è un movimento paragonabile al black metal norvegese dei Mayhem. Come dischi a livello internazionale cito i Christian Death, che per me erano dark sound. Poi alcuni album dei Mercyful Fate e successivamente King Diamond, che per me è una delle maggiori influenze internazionali, dai suoni ben prodotti, ma sinistri. Poi mi piace molto anche l’elettronica tedesca, il krautrock, a volte raggiunge dei livelli da colonna sonora di film horror. A proposito di questo, colgo l’occasione per togliermi una piccola soddisfazione: penso di poter dire che nel 2000, quando uscì il primo album ufficiale della band (anche se era già attiva nel 1988) Fears and Sensations in the Claustrophobic Mirror, avevo unito queste influenze elettroniche al metal. All’epoca ero uno dei pochi, infatti alcuni la capirono, perché si era già sentita per esempio in Paul Chain, mentre molti altri mi chiedevano che cosa fossero quelle batterie campionate, quei suoni tanto inusuali per il metal. Poi dopo diversi anni è nata quella fusione che adesso è di tendenza fra metal e synth. Per me quello resta un disco importantissimo dei Tony Tears, registrato molto male, ma con un grande fascino.
Molto bene Antonio, grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per La società degli eterni, di cui ci occuperemo prestissimo. Fai un saluto ai lettori di Metal Skunk:
(Stefano Mazza)





