BORKNAGAR – Fall

Quando ho scritto di Summits, primo singolo – uso ancora questo termine ormai anacronistico – di questo Fall, avevo lodato l’ultimo corso della discografia della band, di cui sono da sempre un grande fan, pur avendo rimarcato il fatto, davvero peculiare, se penso ai gruppi che amo molto, che i Borknagar non abbiano mai pubblicato un disco davvero perfetto. Un marchio di fabbrica che è presente anche nel nuovo Fall, che riprende pedissequamente il percorso tracciato con i due precedenti album, puntando ancora di più su un approccio diretto e sulle melodie. Il che se, da un lato, toglie un po’ quella sorpresa che accompagnava l’uscita di ogni album dei Borknagar, dall’altro ci offre – probabilmente – la migliore versione possibile di questo gruppo nel 2024.

Abbandonate le atmosfere più spaziali, fredde e progressive della fase precedente a Winter Thrice, infatti, i Nostri si sono assestati sulle componenti più epiche della proprio proposta che, se ci si pensa bene, rappresentano forse l’unico filo conduttore rintracciabile da The Olden Domain ad oggi. Per fare un esempio pratico, pur essendo brani che provengono da universi completamente diversi, se si ascolta un pezzo come The Eye of Oden, del 1997, e l’attuale Northward, per me è impossibile non rinvenire una matrice comune in quella sensazione di fomento, di vera e propria epicità che contraddistingue non solo le grandi imprese, ma anche le piccole conquiste quotidiane.

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Quella voglia di superare i propri confortevoli confini e di rischiare, di andare oltre. Una voglia di avventura – non riesco a trovare un termine migliore – che è la costante nella musica dei Borknagar e che ho ritrovato anche in questo Fall. Un album che pur non sparigliando le carte in tavola, come da titolo, si distingue dai due predecessori per essere un po’ più “caldo”, essendo comunque dedicato all’autunno e a quella fase di passaggio che porta al gelo più volte descritto dai norvegesi.

Un calore che si rivela in alcuni passaggi più hard rock che, quasi a sorpresa, fanno capolino in alcuni brani, soprattutto negli assoli, come nella notevole Star Ablaze o nella interessante Moon, che parte come un pezzo progressive metal anni ’70 per poi trasformarsi più volte nel corso del suo cammino, regalando spazio ad interpretazioni a dir poco perfette di Lazare e di Vortex, che non fanno minimamente rimpiangere il buon Vintersorg.

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Una perfezione formale che, come sempre nel caso dei Borknagar, in alcuni momenti finisce per andare un po’ a discapito della componente più emotiva ed emozionante, soprattutto nella parte centrale dell’album, ma che torna a trovare l’equilibrio nella finale – e già citata – Northward, che con i suoi dieci minuti di durata è forse il miglior brano dell’ultimo corso dei Borknagar. Un brano complesso, intricato, ma al tempo stesso vivo e capace di mettere in risalto proprio quell’aspetto “avventuroso” che ho tentato di descrivere poc’anzi e che, probabilmente, in questo momento è ciò che cerco maggiormente nella loro musica.

In conclusione, stiamo parlando di “un altro ottimo disco dei Borknagar”, sicuramente con poche sorprese, forse cannibalizzato da un’apertura e da una chiusura di un altro pianeta e leggermente meno a fuoco dello straordinario True North, ma sempre su un livello che, soprattutto considerando una carriera così lunga, compete solo a pochi, a chi non si accontenta ed osa, con lo sguardo rivolto verso l’alto e verso nuovi confini: per aspera, ad astra. (L’Azzeccagarbugli)

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