Mattonate (in tutti i sensi): THRONEHAMMER – Kingslayer

M’era piaciuto due anni fa Incantation Rites dei Thronehammer, un mattone doom epico e post-metal di una settantina di minuti votato alla reiterazione di riff e atmosfere guerresche. Ripreso di recente alla luce del recentissimo Kingslayer, lo ritrovo più palloso di quanto ricordassi. Merito proprio del nuovo mattone da settanta minuti, Kingslayer appunto, sempre votato a doom epico e post-metal, ma più vario e pure più riuscito nella struttura. Ad andarne a cercare le ragioni, viene da considerare due uscite ascoltate nel frattempo. Prima l’uscita a due, insieme al cantante Phil Swanson, di uno dei due chitarristi dei Thronehammer, Tim Schmidt. Ne avevo apprezzato molto, in quell’occasione, suono e riff, ma soprattutto il gusto nella composizione dei brani. Poi, più di recente, l’album (o Ep) d’esordio dei Nine Altars, progetto epic doom inglese al 100% di Kat Shevil Gillham. Ecco, in questo caso m’erano rimasti piuttosto indigesti i risultati. Quindi, a ritrovare i Thronehammer così migliorati (ad un primo approccio), l’istinto scommette sull’operato e sul gusto di Schmidt, più magari che su quello dell’altro chitarrista (e primo promotore del gruppo), dal nome d’arte di Stuart West. E si sa che, quando c’è da scommettere tra due opzioni, l’istinto tende ad azzeccarci nel 50% dei casi. La verità la sanno loro, né Bandcamp né Metal Archives riportano i crediti dei singoli brani.

Sulla carta nulla sarebbe cambiato, stesso genere, stessa formazione in cui Gillham figura come unico membro non germanico. Stesso interesse per tematiche epiche, barbare, guerresche, maschie. Sbudellamenti, massacri, regicidi, campi di battaglia ricoperti di cadaveri e sangue. Tematiche riflesse ancora una volta in testi e copertina. Questa volta però particolarmente brutta. Ok abbandonare la grafica (credo computerizzata) delle uscite precedenti, ma questa qui pare un manga di serie B. Mah.

Vorrebbe sicuramente restituire un po’ di quelli che sono i riferimenti. Tipo il death da battaglia dei Bolt Thrower, ad esempio, o l’infinita galassia estrema sotterranea attigua al crust. Come appartenenza, forse, per lo meno. Però resta brutta, la copertina. Molto, ma molto meglio, la musica. Per lo meno nella prima parte del disco. La traccia di apertura, Reign of Steel, è decisamente riuscita. Riff riuscito, cadenza schiacciasassi, una vera e propria melodia, riuscita (chiaro?). Specie nel bel ritornello. Qui secondo me la chitarra di Schmidt si sente. Ve lo dice il mio istinto, che ci azzecca una volta su due. Poi il “singolo”, il brano che dà il titolo all’album e che coi suoi 5 minuti e 38 secondi è di gran lunga il più breve del lotto. Quindi il più potabile. Barbarico, un po’ ripetitivo, ma alla fine la durata è relativamente contenuta. Qui Gillham (che come cantante ha due espressività: con il growl o senza) procede con fare messianico. Nel senso di Marcolin. Senza acuti e drammaticamente più monotòno. Non vanifica la canzone, comunque, che come biglietto da visita dell’album, alla fine, il suo lo fa. Ma la chicca è la successiva, Sacrosant Grounds. Non c’entrerà nulla, lo so (specie appunto la voce) e quindi mi aspetto minacce e ritorsioni, ma a me fa tornare in mente i leggendari Scald. Per il dramma che procede funebre, pesante, come una processione che ha stazioni di meraviglia e bellezza. Prima, intorno al settimo minuto, col dimesso arpeggio lunare e post-rock che emerge da frastuono precedente. Poi ancora col finale, di nuovo maschio e possente, ma in cui una chitarra malinconica schiude emozioni precedentemente negate dal corpo sonoro possente e dal canto salmodiante. Poi nel finale Gillham ritorna con un growl, che col contrappunto di quella chitarra, sta benissimo. Ricorda il bel death doom inglese dei ’90. Cose belle, insomma.

Ottimo “inizio”, insomma. Con le virgolette, perché comunque i primi tre brani insieme superano i ventitré minuti. Su per giù un lato di vinile, non proprio un incipit. Ma poi vi attendono altri cinquanta minuti di musica. Alcuni di troppo, al gusto mio. Più duri da digerire. Echoes of Forgotten Battles e Shieldbreaker in successione si piazzano lì, pesanti, li paghi a fine pasto. Mortal Spheres stempera (si fa per dire) con atmosfere black metal. Triumphant Emperor non ha certo l’effetto della citrosodina. Poi su Halcyon Days of Yore, brano che avrebbe anche una certa atmosfera e dinamica, sia voce che chitarra si lasciano andare alla ripetizione ossessiva di una melodia non irresistibile (in realtà una frasetta, più che una melodia compiuta), con lo stesso effetto indisponente già sperimentato coi Nine Altars.

Forse m’ero sbilanciato troppo all’inizio. Certo è che Sacrosant Grounds è tra i migliori brani epic doom ascoltati quest’anno (se non quasi il migliore). Bastava all’inizio a sollevare entusiasmo, ma non basta più, dopo ripetuti ascolti, a promuovere interamente un album che contiene anche decine di minuti che girano a vuoto. (Lorenzo Centini)

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