Collezione autunno/inverno, parte II: cinque dischi per guardare il mondo morire

Gothic country o dark country (o, perché no, gothic folk e dark folk). Insomma, ci siamo capiti. Comunque vogliate chiamarlo, qualunque non-definizione vogliate usare, quello di DAVID EUGENE EDWARDS è sicuramente uno dei primi nomi che saltano in mente. Specie se si guarda, appunto, più al lato country, americano/a. Di questo sottoinsieme Edwards è il titolare da un paio di decenni almeno. Passando dai 16 Horsepower ai Wovenhand, dai Crime & the City Solution a mettersi in proprio, ora, con un disco intitolato Hyacinth. Fatto di scenari, di paesaggi. Di scenografie western e haunted. Uso l’inglese, contravvenendo alle direttive aziendali, perché fa fico e perché è più preciso. Perché rende bene l’idea di una musica che non è veramente canzoni, ma fantasmi di. Per struttura e arrangiamenti. Ma tutto meno che etereo, impalpabile. Anzi. Polvere elettrica, buio fluorescente, legno. Invocazioni, più che canzoni, sorrette da uno scheletro elettronico, ma che restano folk, comunque. Fantasmi pellerossa, strade arse. Qualche titolo più degno di menzione degli altri (Lionisis), ma un disco compatto, omogeneo, un viaggio unitario e solitario.

Ora chiamiamo in causa un’altra artista vera, più nota ancora, molto più nota, che col metal però non c’entra manco di striscio. Ma questo è un peccato per noi, perché in quanto a intensità si mangia una marea di gente più rumorosa. E comunque, a dire il vero, in passato è stata parecchio rumorosa pure lei, anche se in modo diverso. Signore e signori, parliamo di PJ HARVEY. È da un po’ che è in vena di folk sghembo e brumoso. Senza nulla togliere alla fase dei dischi classici, o a quella breve delle collaborazioni con Homme e Lanegan, a me questa fase qui, partita da White Chalk, piace particolarmente. Con quell’album come atto di forte e clamorosa rottura. Ma poi con un più progressivo allontanamento da chiasso e modernità (sociale e mentale, il suono pure in questo caso è parecchio elettronico). Spiegava l’Azzeccagarbugli come si tratti stavolta di un gigantesco omaggio ad Elvis Presley. Ma le impressioni, tra quello che una volta si chiamava folktronica e paesaggi sonori eerie e ghost, sono meno americane e mainstream. Più popolari e popolane. Ci sono campane campionate. C’è uno spettro di forma canzone che accomuna la nostra a Yorke ed Albarn. C’è l’Inghilterra più viscerale. Quindi pure tutti i sogni e gli incubi importati dai viaggi Oltremare. C’è fragilità e decisione. C’è una Morte quasi confidente, che si affianca lungo quello che resta del Viaggio.

Dalla scena black metal non allineata olandese (quella per dire dei Fluisteraars) proviene O, anche nei Turia, che con questi ISKANDR non suona però (più) black metal. Perché questo Spiritus Sylvestris sarebbe in realtà un disco neofolk di approccio e darkwave di suono. Atmosfere molto suggestive, bella produzione, bei suoni. Le canzoni non ci sono. Sono lunghe cantilene, monotone come canti ecclesiastici, meste come canti funebri. Volendo, i riferimenti anni ’80 si troverebbero, se ne possono enunciare quanti se ne vuole, ma il senso non sarebbe quello. L’idea di fondo sarebbe quella di una canzone nera contemporanea e periferica, tipo King Dude. Però da premesse tanto buone ed invitanti non nascono necessariamente dischi memorabili. Spiritus Sylvestris non lo è, secondo l’opinione del sottoscritto. Dubito che acquisisca altro spessore col crescere del numero di ascolti (credetemi, gliene ho dedicati diversi). Vale quanto già detto per Myrkur: per confrontarti con gli anni ’80 servono le canzoni.

Di sicuro Will Oldham, aka BONNIE “PRINCE” BILLY, le canzoni le sa scrivere. E bene. Sempre riconoscibilissimo, qualsiasi cosa faccia. Non si può dire però che qualsiasi sua uscita sia imprescindibile. Personalmente trovo che il meglio lo dia quando si verificano due condizioni contemporaneamente: quando sceglie arrangiamenti e composizioni scarne, folk appalachiano con pochissimi elementi estranei e pochi ospiti, e quando non sembra proprio essere in una fase particolarmente serena. Stavolta, con Keeping Secrets will Destroy you, la prima condizione è sicuramente verificata. La seconda meno, ma sono lieto per lui. Perché non ti puoi augurare seriamente che un artista cui devi tanto stia male. Anche se ne perdi l’espressione che preferisci. Comunque Oldham si confronta sempre con la Morte, qui già nella primissima Like it or Not. Stavolta con un atteggiamento sereno, realistico, con un distacco che qualcuno definirebbe “maturo”. Così tutta la prima parte del disco in fondo infonde ottimismo. Non spaventatevi troppo, gemme folk ce ne sono. Anche perché, attenzione: in questa ventata di serena rassegnazione si nasconde un numero apocalittico vero, poco oltre la metà della scaletta, intitolato Trees of Hell. Mi ricorda che, se Oldham si consacrasse solo al folk apocalittico, sarebbe il più apocalittico di tutti, a momenti. Qui c’è sicuro un legame con la vecchia collaborazione, occasionale, coi Current 93. Un testo angosciante, alberi che strappano le carni e torturano chi canta. Satana che invita ad una danza e una canzone per purificarsi. Buon incubo a tutti, quest’inverno, mentre fuori il mondo muore.

Il neofolk è genere di cortocircuiti, lo sappiamo. Specie ideologici, vedi ad esempio Jerome Reuter. Ma pure musicali. Anche in questo caso i ROME sono un esempio. Dal vivo, molto di recente, sono potenti evocativi e perfettamente coerenti. Parlo della musica ma anche del suo rapporto coi contenuti. In studio, The Gates of Europe mi ricorda invece perché non abbia veramente attecchito, io, salvo innamorarmi di qualche canzone sparsa. Principalmente a causa di un cortocircuito. Musica pulita, voce profonda, paradossalmente rassicurante. Profonda, sentita. Finisce che ascolti canti di guerra, ma, invece che roba che ti fa venire un groppo alla gola o un blocco allo stomaco, è roba che arriva a farti calare le palle. Tipo la melassa indigesta di How Came Beauty Against this Blackness. Imperdonabile. Quel tono confidenziale che paiono i National che celebrano la carriera della Ocasio Cortez. Peggio (forse), pare scritta e interpretata da un Bono, in vena di ridurre il debito del terzo mondo o per lo meno il suo (col fisco). Un cortocircuito, insomma. Vorreste davvero convincermi a superare le mie resistenze e fornire munizioni ad un certo battaglione con un brano del genere? Mi sto accanendo su di un brano. Perché è troppo. Però il resto, quasi tutto, è meglio. Anche se non vi concentrate sui contenuti. Ci sono episodi più marziali (con un terzo dell’impatto che hanno dal vivo), alcuni influssi new wave e melodie migliori e meno melense di quella su cui ho già sproloquiato. Canzoni di cui innamorarsi davvero forse no, stavolta. (Lorenzo Centini)

5 commenti

  • Avatar di mark

    Ma che è successo a Jerome Reuter, che si è rimbecillito fino a questo punto? Forse nei night di Kiev ha perso la fava e la favella insieme…solo così si potrebbe comprendere i video coi soldati, il logo della band col tridente dietro…mah, non male per uno che nelle interviste diceva sempre di odiare prese di posizioni ideologiche nette…di questo passo lo vedremo all’Eurovision con la Von der Leyen ad accompagnare un’orchestra di bimbi che suonano l’Inno alla gioia col flauto. Anche a livello musicale, che brutta fine per uno che aveva scritto capolavori come “flowers from exile”.

    Mi viene anche il dubbio che Jerome abbia capito che i paesi occidentali sono i primi interessati alla distruzione e spartizione dell’Ucraina e che a loro del popolo che muore in trincea non frega una mazza ancora meno che ai Russi. Lui nell’ambiente neofolk è considerato un intellettuale, mica è Boyd Rice… Perchè se realmente crede alle promesse di piantare la bandiera ucraina in Donbass, in Crimea o a Mosca o che cazzo ne so grazie ai leopard o i challenger o gli abrams o i lavelin di ‘sta cippa allora gli prenoto io una vista dallo psichiatra.

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    • Metallaro scettico
      Avatar di Metallaro scettico

      Non mi sembra che tu sia in grado di proporre un’analisi molto più profonda. Chiacchiere da bar

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      • Avatar di mark

        eh, tu invece si che hai fatto un commento profondo e ricco di contenuti, sicuramente la sai davvero lunga. Comunque, anche se non è questa la sede, analisi interessanti sul disastro ucraino ne fanno i vari Travaglio, Di Battista, Mazzucco ecc e si sono sempre dimostrate corrette, che ci piaccia o meno.
        Questo non impedisce ovviamente agli altri di correre felici verso il suicidio economico (come in Italia) o di trasformare l’Ucraina in un grande cimitero, ad esempio seppellendo centoventimila persone nella gloriosa controffensiva con miliardi di armamenti della Nato. Nella tragedia della guerra gli “occidentali” non sono certo meno colpevoli del loro “nemico”.

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      • Avatar di weareblind

        Le analisi di Dibba e di Travaglio si rivelano sempre vere? Ammazza… Siamo allora in una botte di acciaio temprato.

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  • Avatar di nxero

    Circa PJ Harvey, io la preferivo prima. Fino a “Dance hall at louse point” ha scrito dischi bellissimi, quasi tutti capolavori. Dopo così così, con quell’acuto che è “White chalk” ed il resto ad inseguire… quest’ultimo è affascinante ma a lungo andare mi annoia un po’…

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