Il power metal è una cosa seria: SACRED OUTCRY – Towers of Gold

Il Barg, Traversa e io siamo di età diversa, ma immaginiamo che ci fossimo conosciuti tutti e tre ai tempi del liceo. Saremmo sicuro finiti a fare a cazzotti. Io contro di loro. Pensate se si fosse unito a loro pure il Carrozzi. Sarei stato spacciato. Perché a me il power metal faceva cagare, e ora mi scuso solennemente con tutti quelli che ho offeso dichiarando ciò. Poi, come mi capita di ripetere spesso, per quanto possa interessarvi, i gusti si sono smussati. Ho scoperto il power americano, ho allargato le mie vedute. Mai sentito troppo a casa, comunque, col power canonico di quando ero ragazzino io. E dire che ad Aprilia era l’unica forma di metal che avesse un certo seguito (salvo i fan generalisti di Metallica e Maiden). Poi cos’era, l’anno scorso? Chiedendomi che fine avesse fatto un pizzaiolo greco che conoscevo un tempo, ho finito per esplorare i gruppi power greci contemporanei. Ne sono uscito con le ossa rotte, era dura per me. Ricordavo quindi i Sacred Outcry, ma senza troppi entusiasmi. Ci ho messo quindi un bel po’ prima di convincermi ad approcciare Towers of Gold, album secondo e prosecuzione, a quanto pare, del concept epico che dovrebbe essere sciorinato per lo meno in una trilogia. Il genere in sostanza è quello, come il suono. Cambia sostanzialmente la band. Rimasto il cardine, il bassista George Apalodimas, autore pure delle orchestrazioni e quindi credo vero e proprio direttore d’orchestra anche della band. Entra, per la gioia di tutti i Veri Defenders, lo svedese Daniel Heiman. Che i profani del power come me per lo meno dovrebbero ricordarsi per la prestazione con quegli altri ellenici, i Warrior Path, formidabile. A completare la formazione due connazionali di Apalodimas, Defkalion Dimas alla batteria e Steve Lado alla chitarra. Segnateveli, perché arrivati al termine di diversi ascolti di Towers of Gold vi vorrete ricordare pure loro.

Insomma, che mi è successo? Sulle prime non lo capivo. Questo è un album power metal con tutti i crismi, non ci sono dubbi. Ci sono le orchestrazioni, appunto. Le sgroppate di chitarra elettrica arzigogolate come i merletti di una camicia del ‘700. Quelle melodie chiare, pulite, non so bene come definirle. Quelle melodie che ho sempre trovato stucchevoli, nel power metal. C’è il batterista che usa tutti i pezzi della batteria e fa i ricami pure sullo splash. E lo splash è il pezzo più inutile della batteria, questo è risaputo. Messa così non avrei dovuto dedicare più di due minuti a The Towers of Gold. Invece non ne sto uscendo. Lo sto ascoltando a ripetizione. C’è che c’è una una tensione pazzesca che mi tiene aggrappato. C’è che i riff arzigogolati sono pazzeschi, dinamici, mai scontati, mai a pilota automatico. Solismo grandioso, lussureggiante, non sopra le righe. Le tiene proprio insieme le righe, invece. Narrativo. La prestazione di Heiman è da antidoping. È pazzesco come sale, potente, quasi del tutto a voce piena. È impressionante come interpreta quelle melodie che ci metterebbero un secondo a farmi scoraggiare. La interpreta con tensione e inquietudine, le incupisce, in qualche modo, non privandole di luce. Tutt’altro. Sarà che è pelato, sarà che non è svenevole manco un secondo, né narciso (nel canto, nella vita reale sono affari suoi). È proprio diverso da quei manichini fotografati sulle riviste venticinque anni fa, coi lunghi capelli ricci appena asciugati col phon, che facevano le moine rivolti al pubblico mentre tenevano il microfono con la punta delle dita (indice, medio, pollice). Non l’ho visto Heiman dal vivo, ma io ci scommetto che il microfono sente il bisogno di tenerlo ben saldo, di stritolarlo persino, come Halford negli acuti. Boh, saranno seghe mentali mie. Pure Dimas è impressionante. Mi ricorda Van Williams, se Belardi me lo concede. Pure quando si mette a picchiettare sullo splash lo fa con gusto. Ho detto tutto.

Insomma, Towers of Gold è un capolavoro, questo non lo avevo ancora detto così chiaramente. Un capolavoro di un genere che non conosco quasi per niente e ancora non mi decido a recuperare. Ora ditemi gné gné, non hai ascoltato i Gamma Burning Fear of Fire. Magari avete ragione, magari mi devo scordare del mondo, chiudermi in una stanza con le pareti morbide tipo manicomio per ascoltare le discografia intera di Helloween, Stratovarius e Blind Guardian fino a che non rinsavisco. Sicuramente avrete ragione voi. Ma vi prego, non rovinatemi l’idillio del primo album power metal che m’è piaciuto, e pure tanto, a botta secca. Manco Fireworks degli Angra c’era andato tanto vicino a farmi cambiare parrocchia. E so di citare un disco che ha fatto la storia, per cui, vi prego, pochi gné gné.

Dopo i Triumpher, sempre quest’anno, un secondo terremoto di metallo puro dalla Grecia. Anche qua dentro ci sono canzoni che non ho bisogno di decodificare. Di immedesimarmi in qualcun altro, un altro tipo di metallaro. Forse perché il tono è sempre drammatico, teso, plumbeo. Eh, oh, sono sempre io, quello cerco, di regola. Non è musica che ti mette in testa fringuelli, follettini o pupazzielli. Nemmanco orchetti, non c’è nulla di caricaturale. È tutta roba terribilmente seria. E c’è un brano, The Sweet Wine of Betrayal, che mette insieme il power europeo con l’epico americano. Drammatico. Duro, metallurgico. Tutti voi dovreste riconoscerne la grandezza. Un riff splendido con basso e chitarra all’unisono, in tapping però. Apocalittico. Quasi senti i cori monacali e le campane a morto (pure qualche colpo sullo splash). Assolo grandioso, dimesso questo qui. Al finale, prima di ripetere per l’ultima volta il riff apocalittico, una risata catacombale. Secondo me dovete ascoltarlo, Towers of Gold. Rischia di piacervi molto più di quanto già non stia piacendo a me. Che sto uscendo quasi pazzo per un disco power metal. Io. Non so se vi rendete conto. (Lorenzo Centini)

2 commenti

  • Avatar di Fanta

    Idem. Non amo per nulla il power europeo ma questo disco è un cazzo di capolavoro. Punto.

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  • Avatar di Pepato

    Daniel Heiman è incredibile. Più di dieci anni fa sentivo i tamarrissimi Lost Horizon e dicevo ok, questo fa ancora un disco e poi diventa afono. Invece qui è uguale a dieci anni fa, ma come fa. E canta in diecimila gruppi tutti insieme. Fantastico.

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