La prima recensione su richiesta della storia di Metal Skunk

Questa è la prima recensione su richiesta in oltre dieci anni di storia di Metal Skunk. Noi, come saprete, non facciamo recensioni su richiesta. Non riceviamo promo, non abbiamo praticamente rapporti con case discografiche o di distribuzione, non parliamo con nessuno, a stento rispondiamo alle mail, ci stanno sul cazzo tutti. Del resto qua sopra non trovate banner o cose simili. Scriviamo solo di quello che ci pare, quando ci pare: per questo siamo tra i pochi che riescono a dire che un disco è una merda quando è effettivamente una merda. Certo, ciòvuol dire che magari alcuni dischi li recensiamo con mesi di ritardo o non li recensiamo proprio, ma non si può avere tutto dalla vita.

Ci teniamo però a fare un’eccezione, questa volta. Una bella recensione su richiesta, come si usa fare su altri lidi. Sempre a modo nostro, però, anche perché la richiesta non ci è arrivata da un’etichetta o da un gruppo di compari del cugino che ci chiede il favore di recensirgli il demo: ci è venuta da un lettore. Ora raccontiamo tutto dall’inizio e converrete con me che questa volta era obbligatorio fare uno strappo alla regola.

È il 31 maggio 2023, circa due mesi fa. Pubblichiamo la recensione di Carrozzi sul ventennale di Rabbit don’t Come Easy degli Helloween e tra i commenti appare questo:

Così, di botto. Non so se mi fa più strano il tono quasi minaccioso della richiesta, l’accoppiamento tra due nomi praticamente agli opposti dello spettro musicale (da un lato un claustrofobico gruppo metalcore tutto growl e chitarre ribassate, dall’altro gli Europe dei poveri) oppure il fatto che tutto questo sia arrivato sotto il classico sbrocco di Carrozzi contro Michael Weikath e gente a caso che ha più capelli di lui. In più, l’autore non aveva mai commentato prima. Non era uno di quei lettori storici che sappiamo identificare e con cui ci scambiamo qualche parola ogni tanto (e che magari partecipano anche al nostro gruppo Telegram). Niente di tutto questo: il signor Al è arrivato qua sopra, ha controllato se ci fossero le recensioni di quei gruppi, è andato sulla rece degli Helloween e ci ha scritto tutto risentito che oh, basta con le cazzate, fate i seri: dovete pubblicare la recensione di Enforcer e DevilDriver.

Il giorno dopo il nostro nuovo lettore riapre il blog e controlla se in queste ultime 24 ore abbiamo espiato i nostri peccati e abbiamo finalmente recensito quei due dischi. Niente da fare: quegli articoli non ci sono. Eppure abbiamo avuto ben un giorno di tempo. Allora, furioso, apre l’ultimo pezzo uscito e commenta così:

Qui i livelli di surrealtà sfondano l’Empireo. Il pezzo è quello sull’ultimo singolo dei Queens of the Stone Age, di cui Belardi ha ovviamente parlato malissimo e che ha attirato gente da tutto l’internet venuta qui fondamentalmente per insultare il toscano di redazione. Tra fanboy con la bava alla bocca, gente che suppone che Homme abbia sodomizzato i gatti a Belardi (che ha tre cani ma non particolarmente eterosessuali, quindi l’idea della suddetta relazione zoofila potrebbe non essere così campata per aria), altri che cercano di ragionare venendo comunque assaliti alla giugulare dai suddetti fan di Josh Homme, rispunta fuori il nostro Al. A lui non frega un cazzo di Josh Homme, delle vedove dei Kyuss, dei Queens of the Stone Age o degli animali domestici di Belardi: lui vuole quelle cazzo di recensioni e le vuole subito. Che state combinando, stronzi di Metal Skunk? Sempre a perdere tempo dietro alla droga? Quei due dischi sono già usciti, voi non ne avete parlato e questo non è ammissibile. Il tutto non in un commento autonomo, attenzione, ma rispondendo a un altro commento che ovviamente parlava dell’articolo. Ora ditemi se gli altri siti vi regalano momenti del genere.

Neanche due settimane dopo, però, in homepage compare finalmente la recensione del nuovo Enforcer. È a firma di Piero Tola, che aveva già recensito altri loro dischi e che segue il gruppo ascoltandone tutti gli album. Il pezzo sarebbe quindi uscito lo stesso, immagino, ma ad Al questo non interessa, perché l’importante è il risultato. Ineluttabile, il Nostro commenta così:

Si percepisce un minimo di sollievo, come quando una violenta crisi d’astinenza viene alleviata da una dose di metadone. Piero Tola come il SERT. Ma non bisogna rilassarsi sugli allori, perché il tono è perentorio. Bravi, stronzi di Metal Skunk, avete fatto metà del vostro dovere. Adesso però scrivete quell’altra, e scrivetela subito, altrimenti sono guai.

Passano i giorni, passano le settimane ma questi fannulloni di Metal Skunk continuano a fare di testa loro senza seguire le direttive. Si parla di altri dischi, Belardi continua a pubblicare pipponi su improbabili batteristi thrash, Griffar e Centini seguitano a raschiare il fondo di Bandcamp in preda alla ricerca compulsiva di nuovi album, ma dei DevilDriver nessuna notizia. Me lo immagino che ogni mattina apre il blog speranzoso, con gli occhi che gli luccicano, mormorando promesse di fioretti alla Madonna per far comparire la tanto attesa recensione. Poi arriva la goccia che fa traboccare il vaso: il Messicano si mette a parlare di boxe. Il nostro Al non ce la fa più:

Lo scoramento è palpabile. Un uomo distrutto dall’attesa, indispettito dalla nostra indifferenza, sfiancato dalle false speranze. Perché passino i gruppi thrash ecuadoregni di Belardi, passi il black stupramadonne di Griffar in 66 copie numerate a mano col sangue di vergine, passino gli appassionati panegirici dell’Azzeccagarbugli alle ultime uscite di vecchie glorie arteriosclerotiche, ma mò che questi quattro mentecatti perdano tempo a parlare di boxe invece di scrivere sta cazzo di recensione ai DevilDriver è intollerabile. Nel leggere quest’ultimo commento qualcosa mi si è smosso dentro. Un tono alla ma così non vale che mi ha riportato indietro a decenni fa, quando il pomeriggio giocavamo in cortile escludendo alcuni bambini perché troppo scarsi o troppo piccoli, e quelli, poverini, protestavano con lo stesso tono. E allora basta così, amici e fratelli di questo potentissimo blog dell’acciaio inox 18/10. È giunta l’ora di parlare dei DevilDriver. E quindi:

DEVILDRIVER – Dealing with Demons, volume II

Sarò estremamente sincero con tutti voi 24 lettori ma soprattutto con te, amico Al, vero destinatario di questa recensione: non sentivo i DevilDriver dai tempi del debutto, che è uscito vent’anni fa precisi e che tra poco si meriterà pure un bel ventennale (due recensioni dei DevilDriver in un anno, qui non si bada a spese). Ai tempi il suddetto debutto mi piacque abbastanza: certo niente per cui strapparsi i capelli, e infatti non ho sentito il bisogno di seguire il resto della discografia, ma ricordo che mi prese bene. E non ero neanche un fan dei Coal Chamber, il vecchio gruppo di Dez Fafara, di cui rimembro giusto qualche singolo a causa dei numerosi passaggi in televisione e nelle discoteche rock. Comunque sia, scopro che dal 2003 i DevilDriver hanno pubblicato dieci dischi: questo in oggetto, il decimo, è la seconda parte dell’altro Dealing with Demons uscito l’anno scorso.

Ho sentito questa seconda parte di Dealing with Demons un bel po’ di volte, dato che non sono ferrato con la storia del gruppo: per chi non avesse idea di che cosa si stia parlando, siamo in territorio metalcore incazzatissimo, monolitico, violento, tutto urlato e tutto pompatissimo, una specie di Lamb of God costipati con un rifferama spesso derivato dal death svedese. La melodia ci sarebbe pure, ma è sempre interpretata con il growl fisso, le chitarre ribassate che fanno GRUGRUGRU e la delicatezza di un rinoceronte eroinomane, quindi dopo due pezzi non ci fai più caso e ti rimangono solo i calci in bocca.

“Solo ora mi recensite, brutti pezzenti di Metal Skunk? Beccatevi sto doppio dito medio”

Arrivare in fondo non è stato semplicissimo, devo ammetterlo, ma nonostante tutto l’ho fatto e ho anche ripetuto l’ascolto più volte, perché noi di Metal Skunk facciamo le cose per bene, anche se siamo brutti, drogati e in maggioranza persino terroni. Concluso l’ascolto ho ripreso in mano il debutto dopo anni per capire se fosse la stessa roba, e invece no: quel disco comincia con, nell’ordine: riffone thrash, blast beat, tupatupa, alternanza growl e screaming. Tutti elementi perlopiù assenti in questo Dealing with Demons, che è un blocco granitico e monolitico di pugni in faccia tirati sempre nello stesso punto e sempre con la stessa potenza, quella massima. Nella vita reale uno si stancherebbe a tirare sempre pugni così, o quantomeno si spaccherebbe una mano abbastanza rapidamente, invece Dez Fafara pare non sappia fare altro: per curiosità sono andato a sentire qualche pezzo qua e là dei dischi precedenti e più o meno è sempre la stessa roba.

Con tutti questi capelli si presterebbero benissimo a uno sbrocco di Carrozzi

Mi fa piacere che Dez Fafara alla sua età abbia ancora tutta quest’energia, però sinceramente riuscirei a rimettere nello stereo questo Dealing with Demons solo se fossi incazzato come una iena e dovessi cercare con tutte le mie forze di non prendere un martello da fabbro e cominciare a spaccare le ginocchia alla gente per sfogarmi. Ipotesi peraltro non così irreale né infrequente, ma di solito in quei frangenti metto Panzer Division Marduk. Però credo che una mezz’oretta in un festival estivo all’aperto potrei anche riuscire a godermeli, i DevilDriver. Sapete, stravaccati sul pratone, con la birretta vicino, a godersi un momento di pausa in attesa che cominci qualche concerto che ti interessa davvero, guardando le toppe sul retro dei giubbetti di jeans dei tizi davanti. Già mi immagino l’odore di erbetta bagnata, stando attento a poggiare la birra in modo tale che non cada, e nel frattempo Dez Fafara che interagisce con la folla urlando cose incomprensibili in growl tra un pezzo e l’altro mentre il batterista dà qualche colpo alla grancassa triggerata emettendo lo stesso suono di Robocop se quest’ultimo fosse un giocatore di rugby ed entrasse in placcaggio su quel robottino del cazzo di Guerre Stellari. Ecco, in quel caso potrei girarmi verso la persona al mio fianco mormorando “però, non sono male”, la classica frase di chi si ripromette distrattamente di approfondire l’ascolto senza mai farlo davvero. Credo sia tutto qui. Ora, caro Al, spero che questa recensione ti sia piaciuta. Se invece credi che sia una montagna di parole che sfiora appena l’argomento, la prossima volta specifica anche il recensore che preferisci, così magari non rischi che a parlare del minaccioso metalcore dei DevilDriver sia uno che ha i Freedom Call come suoneria del telefono. (barg)

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