In Nomine Doomini vol. 4: WITCHING ALTAR, THOUSAND VISION MIST, ORPHANS OF DUSK

Caldo, eh? Per sopportare la calura, i WITCHING ALTAR, che sono brasiliani per cui ne sanno, hanno trovato un rimedio infallibile: suonare doom finlandese. La copertina di questo EP Morningstar non può che farvi venire in mente i Reverend Bizarre (spediti al Nuovo Mondo, però). Dentro ci trovate pure una cover degli Spiritus Mortis. Sgraziati come si conviene, viste le premesse, i due carioca offrono anche due brani nuovi, per riprendere l’allenamento dopo gli otto anni trascorsi dal loro esordio. Omaggio sentito ad un modo di fare doom classico e minore. Omaggio riuscito. The Oath of Misery ha dalla sua una melodia (grezza) convincente e una lentezza esasperante. Poi Death Walking, la cover, più definita, più scritta. Diversa infatti dalle altre due. Più compiuta. Però la curiosità me la mettono i due pezzi originali. Vi avviso quando esce un disco intero.

Refrigerio assicurato anche con i neozelandesi ORPHANS OF DUSK, anzi di più. Spleen è un esordio su distanza lunga, anche se le tracce su Metal Archives portano ad un EP del 2014. Musicalmente sono fermi al biennio ’98/’99, in particolare a due ingombrantissimi riferimenti: Obsolete e World Coming Down. Niente di meno. Chiaro, non siamo a quei livelli, ma per ora va anche bene così. Se la struttura è generalmente quella, il suono è costruito sul gothico al neon dei TON, mentre i passaggi vocali puliti sono fotocopiati da Bell & Co quando erano ancora in forma. L’effetto déjà entendu è un’arma a doppio taglio, perché a citare i classici non si sbaglia mai, ma poi si rischia che venga la voglia di interrompere l’ascolto dei riferimenti. La musica degli Orphans of Dusk è ok; ad un primo ascolto mi ero pure esaltato, non lo nego, ma, passato il primo impatto emotivo, diventa chiaro che al gruppo bisogna chiedere di più (più personalità, più scrittura) al prossimo passaggio.

Pure al primo ascolto di Depths of Oblivion mi ero abbastanza gasato. Loro sono i THOUSAND VISION MIST, onesta compagine working class dal Maryland. Praticamente quindi col doom nel sangue. Li ho rintracciati su Bandcamp e nemmeno ho trovato la loro pagina su Metal Archives, si definiscono veterani (a guardarli in foto ci credo) ma non ho trovato i nomi di battesimo. Sembra sia il secondo disco, ma del primo non ho trovato traccia. Comunque, in fondo, sticazzi. C’è questo qui che è bellino assai. Hard rock, grunge e prog a comporre un po’ lo spettro d’azione. Tanto grunge, in fondo, anche se non ti viene di spendere un nome preciso come riferimento. Invece la discendenza dalla scena locale non consente dubbio alcuno. Musica americana, come in Love, the Destroyer, una specie di ballata country elettrica. E poi, in Thunderbird Blue, musica redneck di gran gusto. Comunque qualche mazzata c’è, e groove tanto (Dream Eternal). Se avete bisogno pure voi ogni tanto di sonorità classiche a stelle e strisce, questi vegliardi potrebbero allietare i vostri prossimi BBQ estivi (se poi mi invitate, ricordate che sono di gusti difficili). (Lorenzo Centini)

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