Avere vent’anni: MANOWAR – The Dawn of Battle

Piero Tola: Sono solo tre pezzi, di cui uno già presente su Warriors of the World, ma che pezzi. L’uomo manowarrior in copertina che sventola teste mozze fa capire esattamente di cosa si tratta: non ci sarà nessuna pietà per coloro che sono stati traviati e hanno preso la strada del falso metal. Le loro teste verranno staccate di netto dal resto del corpo o estratte di forza assieme alla spina dorsale, e i loro crani serviranno da coppe dalle quali il Signore della Guerra suggerà il nettare delle vigne del suo feudo.

Call to Arms non mi sembra abbia bisogno di approfondimenti o descrizioni ulteriori, visto che ci siamo tutti ritrovati ad intonarne le immortali liriche in più occasioni. Quello che invece non riesco a capire è perché una canzone mostruosa come The Dawn of Battle non abbia trovato spazio sull’album. Stiamo probabilmente parlando del loro pezzo migliore dai tempi di Louder than Hell, eppure rimane confinato a questo EP di soli tre pezzi, in cui l’altro inedito è la bella ballata I Believe.

The Dawn of Battle è la summa poetica del Manowar-pensiero. La doppia cassa roboante e al fulmicotone ne scandisce l’incedere poderoso facendo tremare il suolo, proprio come una possente armata a cavallo pronta a non fare prigionieri, mentre l’annichilimento dell’avversario è l’unico risultato possibile. Quello o la morte e la gloria eterna:

I give no explanation
I was branded by the will
To bring of Death and Destruction
To all that I now kill

Barg: Molto poco da dire più di quanto abbia già detto Piero: The Dawn of Battle, scartata dalle registrazioni di Warriors of the World, è pienamente in linea con il suddetto album per atmosfere, approccio e ovviamente suoni e produzione. Neanche io so il motivo per cui non sia stata inclusa nella in quel disco; se fossi costretto a formulare un’ipotesi direi che, tenendo presente il modo in cui era strutturata la scaletta, The Dawn of Battle sarebbe finita in fondo all’album insieme agli altri tre pezzi veloci, e forse – ma sto speculando – i quattro sovrani del metallo non volevano fare una sequenza di quattro pezzi simili, che avrebbe reso il tutto troppo sbilanciato. A quel punto, dovendo scegliere quale scartare, anche io avrei scartato questa, assolutamente non per suoi demeriti ma perché il terzetto Hand of Doom / House of Death / Fight Until we Die è francamente intoccabile.

Un discorso simile si può fare anche per la ballata (o semiballata) I Believe, stilisticamente una specie di via di mezzo tra Warriors of the World United e Fight for Freedom. Non molto altro da dire, appunto: in attesa di una ristampa di Warriors of the World con questi due inediti come bonus track, il consiglio è di ascoltarli in coda all’album, perché ne sono degni.

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