Avere vent’anni: CRADLE OF FILTH – Bitter Suites to Succubi

Marco Belardi: È innata la capacità da parte dei Cradle of Filth di creare meravigliosi EP, tanto che, in taluni casi, la qualità di questi ultimi ha superato di poco, di netto o di gran lunga quella di alcuni loro album a formato pieno. Fu così con Vempire, che scriverò abbreviando e non separando l’iniziale altrimenti diventa un casino, e fu così anche nel 2001. Seppur in proporzioni meno bibliche, poiché Vempire è con certezza il mio album preferito della band inglese a pari merito col seguente, l’EP Bitter Suites to Succubi mi sprona a ricordarlo ai limiti della lacrimuccia sotto agli occhi perché fu l’ultimissima volta che percepii una certa magia attorno all’allora sestetto capitanato da Dani Filth. Dopodiché avrei perso la voglia di seguirli con costanza, oltre a quella specifica percezione che si ha dei gruppi che stanno sulla cresta dell’onda. Per chiamarsi EP, Bitter Suites to Succubi di materiale ne offriva veramente tanto. Registrava daccapo alcune celebri tracce del debutto del 1994, ma non è su quelle che mi soffermerò. Registrava una cover di No Time to Cry dei Sisters of Mercy che suonava come una sorta di prologo del periodo successivo, e cioè, dopo il discreto Damnation and a Day, quello perso a scimmiottare il gothic rock a firma NymphetamineThornography. Fortunatamente Bitter Suites to Succubi aveva anche molti pregi, e cioè gli inediti, a partire dalla meravigliosa All Hope in Eclipse, subito in apertura ed aperta, per l’appunto, da una parte di batteria che a onor del vero pareva scritta appositamente per Nicholas Barker e messa nelle mani di un altro. Suicide and Other Comforts era l’altra perla, cantata come un pornoattore in declino che tesse le lodi di una cougar nella prima metà, e tutta in crescendo. Le altre due erano i classici pezzi tirati su da banali fondamenta thrash/death per giustificare il rientro di Paul Allender, funzionavano, ma lo facevano fino a un certo punto. Ad ogni modo un bel disco, uno degli ultimissimi dei Cradle of Filth di cui mi sono tenuto a mente intere canzoni. E guarda caso fu ancora una volta un mini.

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Michele Romani: Bitter Suites To Succubi viene spesso fatto passare come una sorta di intermezzo tra Midian ed il nuovo corso dei Cradle of Filth iniziato con  Damnation and a Day, a partire dal quale i vampiri di Ipswich si accaseranno alla Sony e cominceranno man mano ad inserire elementi aggiuntivi ed estranei al tipico sympho-gothic black metal sound dei primi 4 lavori. Presentato come un EP (anche se la durata di 50 minuti non mi pare esattamente quella di un EP), Bitter Suites to Succubi si alterna tra nuove composizioni, il rifacimento di tre pezzi  dell’esordio e una cover di No Time To Cry dei Systers of Mercy. Ad aprire le danze dopo la solita intro inutile è il pezzo migliore del disco, All Hope in Eclipse,  che per quanto mi riguarda è superiore ad almeno metà delle composizioni presenti in Midian, pur ricalcandone in gran parte lo stile. Subito a ruota segue Born in a Burial Gown, il brano di sicuro più noto del lotto grazie anche a quell’allucinante video della fregna rossocrinita che viene trastullata da Dani Filth fino a farla diventare una vampira, in rotazione continua quando ancora noi antichi i video metal li guardavamo in televisione.

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La cosa che mi piace in generale di questo “EP” è la produzione, molto più secca e scarna rispetto a quella esageratamente ovattata del full precedente: non so se sia stata una scelta voluta o no, ma trovo che così i brani rendano molto meglio. Sui rifacimenti dal capolavoro The Principle of Evil Made Flesh non mi dilungherò più di tanto, in quanto, esclusa qualche orchestrazione a cazzo di cane ed una maggiore pulizia del suono, sono abbastanza fedeli agli originali, se escludiamo uno degli assoli più belli di sempre (quello della parte finale di Summer Dying Fast) che non suona esattamente come quello della prima versione. La cover di No Time to Cry è sicuramente ben eseguita, ma ben più interessanti sono i restanti due inediti posti nella parte finale del lavoro, una sorta di anticamera dei Cradle of Filth maggiormente gotici che prenderanno forma da Nymphetamine in poi. Suicide and Other Comforts è un pezzo veramente notevolissimo, con quello splendido giro di tastiera che sorregge il brano ed il refrain più bello in assoluto dell’intero lavoro, mentre Scorched Black Erotica è il classico brano più paraculo/immediato tipico degli ultimi COF (un po’ sullo stile di From the Cradle to Enslave), ma che non è malaccio per niente.

Insomma niente da tramandare ai posteri ma, in generale, un disco che fa la sua porca figura, e che sotto certi aspetti e in alcune composizioni è perfino superiore al suo predecessore. Da qui in poi Dani e soci diventeranno semplicemente un’altra cosa, ma questo oramai è risaputo.

One comment

  • Questo l’ho recuperato anni dopo, perché ai tempi Midian mi già fatto capire che ormai i COF poco avevano ancora da offrire. Non è male, ed effettivamente con una produzione del genere lo stesso Midian avrebbe avuto ben altro impatto, peccato. Il full successivo, che si può riassumere come il disco di un nano con l’orchestra, sarà la loro pietra tombale

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