Speciale NOCTE OBDUCTA, storia e gloria di una magia (terza parte)

QUI LA PRIMA E LA SECONDA PARTE DELLO SPECIALE

Terminata la pausa di riflessione, nel 2011 i Nocte Obducta tornano tra noi, grazie ad un contratto con un’etichetta, la MDD, che ha un catalogo con preminenza di death metal – anche se, tra le altre cose, hanno pubblicato anche roba dei Sacred Steel, tanto per fare un esempio.

È l’ideale per una banda di cani sciolti che torna da una lunga pausa per terminare il lavoro iniziato molto tempo prima. Il nuovo disco s’intitola Verderbnis – Der Schnitter kratzt an jeder Tür ed è il loro lavoro più breve, 40 minuti e spiccioli. Siamo in mood ritorno alle origini, musicalmente c’è un certo richiamo al passato, ai tempi di Taverne, quindi con sonorità più death/black anche se, nella lunghetta Obsidian zu Pechstein, c’è un lungo intermezzo ambient dalle atmosfere molto dark/occult. Nel complesso i brani sono di medio minutaggio, il che conferisce un senso di immediatezza che predilige l’impatto all’atmosfera. Ovviamente questo implica che le divagazioni progressive siano ridotte e gli arrangiamenti siano più semplici e diretti. Non è che abbiano inciso di nuovo un disco raw black metal, è che rispetto ai due Nektar la sensazione di un ritorno a composizioni meno elaborate c’è ed è significativa, come se fosse una ripartenza da zero, come se si fossero considerati nuovamente una band alle prime armi. Fa pensare il titolo di un pezzo En chukks Taverne, molto autocitativo, vero? Che non abbiano tutto da reimparare è più che ovvio, e le frequenti divagazioni melo-dark atmosferiche ne sono prova certa; che abbiano voluto dare un senso di ricapitolazione, anche. Il disco è godibile e scorre via liscio liscio anche per la durata abbastanza limitata. Un buon punto di ripartenza, anche se in passato avevano raggiunto ben altre vette artistiche e creative. Se vi interessa, di Verderbnis si trova ancora a prezzi più che normali il digipak A5 a tiratura limitata di 250 esemplari con copertina differente e un extended artwork che comprende 9 cartoline illustrate esclusive per questa versione.

Il capitolo successivo Umbriel (Das Schweigen zwischen den Sternen), proprio perché uscito dopo il ritorno alle sonorità del passato del disco precedente, spiazza ancora di più. Di black metal non c’è quasi più traccia: la proposta è una psycho-dark-prog-rock opera, e sono tastiere, chitarre non distorte, strani effetti e clean vocals a farla da padroni. Il disco è molto lungo, 9 brani per quasi 70 minuti di musica. Il pezzo che lo introduce è il più corto, ma fin da subito fa capire che molte cose sono cambiate e che questa volta i Nocte Obducta vogliono fare qualcosa di nuovo. A parte Sequenzer, questo è il disco meno metal che abbiano mai scritto; per capire immediatamente dove vadano a parare si può ascoltare subito Leere, una minisinfonia psichedelica di quattordici minuti, dalle atmosfere disperate, nerissime, che rappresenta in modo iconico l’album nella sua interezza. Non ci sono brani slegati dal contesto, è come se ognuno fosse un capitolo di una storia più vasta, come già altre volte in passato avevano dato la sensazione di fare. Niente stand-out tracks: i ragazzi vogliono che ci si metta nelle loro mani, si venga trasportati nel loro mondo e si sia pronti a comprendere ciò che vogliono comunicare. Un gran senso di solitudine, di infelicità: questo è quanto c’è dietro, non c’è necessità di blast beat, ritmiche serrate o vocals impazzite. Uno dei lavori più strani, più cupi e a dirla tutta meno digeribili di tutta la loro produzione, e forse per questo assai affascinante. Ci sono dischi che non hanno bisogno di essere tritacarne per risultare pesanti, e questo rientra di diritto nella categoria.

Per il successore ci vogliono tre anni, perché per rifinire brani così complessi ci vuole molto più tempo. Nel 2016 esce quindi Mogontiacum (Nachdem die Nacht herabgesunken), ispirato dal nome latino di Magonza, in tedesco Mainz, la loro città natale. È un ritorno al loro classico suono tradizionale, più elaborato che mai. Prog rock, metal, dark, musica classica, post rock e tutto quello che gli pareva e piaceva trova ospitalità nello stesso contesto-canzone. Mogontiacum è il disco nel quale maggiormente dimostrano di aver capito la lezione di geniali pazzoidi come gli Ozric Tentacles, il tutto amalgamato in modo straordinario, come se fosse normale ascoltare un arpeggio dark e, dieci secondi dopo, piombare in zona death-thrash. Ci si sentono perfino influenze del post rock dei primi Muse (quelli che non disdegnavano influenze dark/metal, non certo la baracconata commerciale degli ultimi dieci anni.).

La infinita Desîhra Mogontiacum, pezzo di diciannove minuti, è l’ennesima suite progressive-metal-whatever della loro carriera, l’ennesimo pezzo che puoi ascoltare l’ormai celebre milione di volte senza annoiarti mai, scoprendone ogni volta nuove peculiarità e sfumature che prima ti erano sfuggite. Si supera di nuovo l’ora di musica; nei dieci brani ci sono anche un paio di interludi che abbassano la media del minutaggio ma danno respiro all’ascolto, essendo tutto meno che inutili o superflui. La batteria è mixata molto alta, come non avevano mai fatto prima. Il rullante spacca i timpani, ha un suono strano, secco, sembra Stewart Copeland che suona heavy metal. È un gran disco, tra i più vari e completi: ci sono due brani corti e spaccatutto da meno di due minuti (Löschkommando Walpurgisnacht e Am Waldrand) insieme a brani lunghissimi. Non c’è alcun momento di stanca, tutto è studiato sin nel minimo dettaglio, con riff sempre appropriati per comunicare esattamente ciò che si voleva dire. Non è mica da tutti non sbagliare mai un riff che sia uno, men che mai in un disco che dura più di un’ora, cosa da sempre considerata molto rischiosa secondo lo stereotipo eccessiva lunghezza = noia. Beh, non c’è traccia di prolissità in Mongotiacum, pur non essendo questo un disco immediato o di facile presa; bisogna dedicargli il tempo necessario, ma questo è una loro costante praticamente dagli esordi. Il disco si chiude con la poetica Im Dunst am ewigen Grab der Sonne, lenta, melodica e cadenzata, con una carica di pathos che mette addosso una malinconia incredibile… Sarà che fuori c’è un tempo nebbioso del cazzo e fa freddino, ma sembra veramente la colonna sonora del funerale del sole.

Infine il loro ultimo lavoro Totholz (Ein Raunen aus dem Klammwald), uscito nel 2017, o quantomeno l’ultimo prima di quello uscito l’11 dicembre, del quale vi parlerò appena lo avrò ascoltato abbastanza. Che palle che ai preorder diano soltanto un pezzo in anteprima e per ascoltarti gli altri devi aspettare che ti spediscano il CD (o comprare anche la versione digital, se lo vuoi prima. Fanculo)

Complimenti se siete arrivati fino a qui, spero che nel frattempo vi sia venuta la curiosità di scoprire la musica di questa grande band.

In Totholz troviamo altri sette brani classici Nocte obducta, secondo il ragionamento “la band è mia e nei miei brani ci metto il cazzo che mi pare, se vi sta bene è così e divertitevi se no quella è la porta, andate ad ascoltarvi il nuovo Satyricon e buon pro vi faccia“. Dopo una breve strumentale, il primo brano Die Kirche der wachenden Kinder inizia bello aggressivo ma cambia tempo almeno cento volte; il successivo Trollgott è più cadenzato ma poi accelera, diventa dark, torna indietro e cambia tempo almeno cento volte, sempre con le sue belle tastierone progressive in sottofondo; la title-track ha un tiro bello massiccio ed incazzato… Insomma, tutti i pezzi fanno la loro porca figura e ci accompagnano alla mastodontica suite finale che include influenze fusion, blues (lo dice pure il titolo, Wiedergänger Blues), e tutto quello che serve a creare musica da sogno, da incubo, da headbanging, da lacrime agli occhi, tutto nello stesso tempo, come hanno sempre fatto e come si spera continueranno a fare ancora a lungo.

Per concludere questo lungo viaggio nella musica di uno dei gruppi più insoliti e creativi della storia non solo del black ma di tutto l’heavy metal, consentitemi una considerazione: i Nocte Obducta non sono mai stati dei funamboli della tecnica, eppure hanno inciso dodici dischi senza essere mai ripetitivi, senza mettere nel mucchio brani inutili tanto per elevare il minutaggio, senza mai scrivere un solo album che fosse una porcata allucinante o il classico flop che macchia una carriera. Nemmeno si sono mai avvicinati ad un’eventualità del genere. La loro musica è sempre stata varia, variegata, mai banale o commerciale o svaccata per il mainstream o per piacere anche ai bimbiminchia ultra-nekro. Non è per tutti, non ci sono riusciti nemmeno i grandissimi tra i grandissimi.

E quindi bisogna fare i conti con loro: io non so se un giorno tutto questo finirà, se arriverà un tempo in cui dell’heavy metal o del black metal si parlerà solo al passato remoto: “Ci fu un tempo in cui si suonò…”. Sono anni che si dice che il black è morto, ma l’anno prossimo ci sarà il trentennale di A Blaze in the Northern Sky e a me sembra che, nonostante tutto questo tempo, il paziente sia ancora vivo e stia bene, o quantomeno meglio di molti altri. Se, al contrario, questo tempo dovesse invece arrivare, nei libri di storia che racconteranno quello che fu uno dei generi musicali più longevi e creativi di ogni tempo, i Nocte Obducta avranno diritto alle loro pagine tra i gruppi leggendari… e non tra i comprimari, ma tra i protagonisti. (Griffar)

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