La finestra sul porcile: THE BOYS

Recensione senza spoiler

Cesare Carrozzi: Probabilmente se state leggendo questo articolo conoscete già The Boys. Se invece state leggendo ma non sapete a cosa mi riferisco (ed in questo caso mi chiedo in effetti cosa stiate accidenti leggendo a fare), sappiate che The Boys è l’ennesima serie tv tirata fuori per sfruttare il successo del filone supereroistico di questi ultimi dieci anni, un’infinita gallina (anzi una gallona) dalle uova d’oro per i produttori di Hollywood, che pare ancora in buonissima salute e piuttosto lontana dal finire nel pentolone per il brodo. A differenza delle produzioni delle tipiche produzioni Marvel, The Boys, come Watchmen o Kick-Ass, affronta il tema dei supereroi ponendosi un interrogativo piuttosto interessante, ovvero: cosa succederebbe se i supereroi esistessero davvero nel mondo odierno? Cioè non un mondo dove esistono anche Atlantide e i marziani e la kriptonite, ma quello dove viviamo tutti i giorni.

Quindi, pur partendo da una premessa narrativa comune, The Boys, Watchmen e Kick-Ass prendono due strade assai differenti: mentre i secondi raccontano una realtà alternativa dove di fatto non esistono superpoteri o essere umani potenziati e dove pertanto, tranne nel caso del Dr. Manhattan, non si può parlare propriamente di superpoteri assortiti quanto piuttosto di gente mascherata che va a fare a mazzate contro altra gente mascherata, nel primo esistono i supereroi con superpoteri propriamente detti, ed i più noti sono quelli che fanno parte dei “Sette”, cioè un gruppo di sette supertizi la cui formazione tende a variare col tempo ma al cui cardine ci sono comunque un paio di superinguaiati iconici (e cronici). Se scrivo “superinguaiati” è perché i supereroi di The Boys sono, nella stragrande maggioranza dei casi, dei fulminati mentali del tutto tarati e scollegati dalla realtà di tutti i giorni, per i quali la vita umana, quella degli umani normali, vale poco o nulla ed è ampiamente sacrificabile, come scopre suo malgrado il piccolo Hughie, uno dei protagonisti della serie, proprio nell’incipit della prima puntata. E quindi i The Boys del titolo sono un gruppo di individui, con cui Hughie finirà per fare la conoscenza, dediti ad ammazzare supereroi, o meglio supermerde. Ovviamente l’ho messa giù in estrema sintesi, ma il plot è grossomodo questo.

The Boys è, come quasi sempre accade in questo casi, anzitutto un fumetto, di cui lessi i primi albi ma che poi lasciai perdere per altro; non che fosse brutto o che, tutt’altro, è che ho sempre poco tempo e di solito preferisco i libri ai fumetti (tranne qualche caso particolarmente significativo, tipo lo stesso Watchmen o Il Ritorno del Cavaliere Oscuro). Quello che però ho potuto notare è che il fumetto preme molto più l’acceleratore sulla violenza e sul sesso, che messa così vi porterebbe a pensare che ciò è buono e giusto ma io vi dico che non è il caso, anzi sangue e merda a volte appesantiscono inutilmente il tutto, al punto che la serie su Amazon, che pure non è certo roba da educande, in confronto è molto più snella e godibile.

Considerando che il fumetto è di Garth Ennis, autore di Preacher e di un sacco di altra roba piuttosto pesa, ci sta che il risultato fosse parossistico, ma bene hanno fatto gli autori della serie a limare dove andava limato senza snaturarne l’essenza, che rimane quella del non politicamente corretto e, se vogliamo, anche della critica sociale. Tecnicamente la serie è peraltro ottima: ovviamente Karl Urban è una garanzia ma tutti gli attori sono piuttosto bravi, soprattutto il tizio che fa Homelander (Patriota), che ne rende bene la psicosi. Va bene, concludo: visto che tra di voi un bel po’ acquistano su Amazon, e che di questi molti sono clienti Prime, se non lo avete fatto guardate The Boys: è gratis, è fico, che volete di più? Se non comprate da Amazon perché vaffanculo le multinazionali allora leggete gli albi: sono un po’ più carichi, ma vanno bene uguale.

Recensione piena di spoiler

Ciccio Russo: “Out-preacher the Preacher“. Questo era stato l’obiettivo dichiarato di Garth Ennis quando iniziò a scrivere The Boys: creare un fumetto ancora più oltraggioso del capolavoro giovanile che lo aveva reso celebre. Ancora più sesso, ancora più violenza, ancora più parolacce, ancora più parafilie. Promesse che, se avete letto il fumetto, saprete essere state mantenute fin troppo. La grande intuizione di Eric Kripke, che ha sviluppato la serie di Amazon Prime Video della quale si è appena conclusa la seconda stagione, è che portare The Boys sullo schermo non poteva significare presentarne una semplice versione annacquata, ovvero il problema (anzi, uno dei problemi) della serie Amc tratta da Preacher, i cui responsabili, Seth Rogen ed Evan Goldberg, sono sempre della partita ma solo come produttori esecutivi. Per fortuna, perché il postmodernismo citazionista ha davvero rotto il cazzo.

Kripke è riuscito in un’impresa difficilissima: cambiare in meglio tutto quello che non funzionava negli albi. Non riproponibile in partenza, l’orgia di turpitudini che a tratti aveva reso la lettura un’esperienza non dissimile dall’ascolto di un disco goregrind russo è sostituita da pochi colpi bassi ben assestati (la scena d’amore tra Abisso e la sua groupie farà deglutire a vuoto anche i più scafati). L’intreccio è meno contorto e le motivazioni dei personaggi sono più credibili, a partire da Hughie. Nel fumetto il suo reclutamento appare quasi insensato: è un nerd impacciato e buono a nulla, perché l’idea di Ennis era costruire una polarità esasperata tra lui e Billy Butcher. Nella serie è un tipo dal buon cuore ma abbastanza sveglio, che si guadagna i gradi sul campo inventando lo stratagemma che consentirà di uccidere l’invulnerabile Translucent e rivestendo uno dei quattro o cinque ruoli classici in tutti i prodotti narrativi basati su una squadra di “buoni” poco raccomandabili che menano le mani, da Quella sporca dozzina in poi: il cervellone che risolve i problemi di carattere tecnologico.

Altrettanto riuscita la reinvenzione del Francese, che da reduce psicopatico della Legione Straniera diventa un avanzo di banlieue assai più sfaccettato e tridimensionale. Azzeccatissima la costruzione del suo contrasto con Latte Materno, che è invece pressoché identico al personaggio del fumetto, così come gli altri due Boys: la Femmina e un Butcher che trova in Karl Urban un interprete perfetto.

Il cambiamento vero è però nelle premesse. L’opera di Ennis è una feroce demolizione dell’universo supereroistico e dei suoi presupposti culturali, dove l’autore nordirlandese ripercorre tutte le sue ossessioni: la guerra, la religione, l’amicizia virile. Le stoccate all’American Way erano, se non incidentali, secondarie. Nella serie c’è quasi un rovesciamento: la satira del filone dei supereroi è l’occasione per affondare il dito in buona parte delle piaghe della società americana, ripercorrendo due o tre decenni di brutture sociali, politiche e geopolitiche.

Ce n’è per tutti: le guerre per esportare la democrazia, lo spettro del terrorismo agitato per inconfessabili fini interni, il buon vecchio complesso militare-industriale, le violenze della polizia, l’avidità delle multinazionali, le psicosette alla Scientology, il politicamente corretto e la strumentalizzazione economica delle minoranze, perfino la meme war e l’alt-right. A tale proposito, il personaggio di Stormfront, villain della seconda stagione, è un altro colpo di genio. Su carta è una versione hitleriana di Superman figlia dei fumetti propagandistici di epoca bellica che a Garth Ennis piacciono tanto, con l’obbligatorio corollario di retorica patriottarda filobritannica che dopo un po’ frantumerebbe i maroni anche a Churchill. Sullo schermo incarna la nuova ultradestra americana in maniera efficace e – qua sta il gancio vero con la meme war – si presenta sotto le sembianze di una sgallettata hipster del Northwest .

Debbo nondimeno confessare che mi ha irritato che sia stato conservato l’ancestrale passato nazista del personaggio: gli Usa sono dalle origini una nazione strutturalmente razzista dove tutti finiscono per odiare tutti; tirare in ballo al proposito quel signore austriaco morto nel 1945 è disonesto in maniera insopportabile, perché pare autoassolutorio. Non so se sono diventato io troppo sensibile alla materia perché ho sposato una crucca, però mo’ non è che nel 2020 i cattivi possono essere sempre loro quando quel problema specifico è vostro, e dai.

Per concludere, un paio di rimostranze da fan rompicoglioni le ho. Il finale della seconda stagione è costruito come se una terza serie non avrebbe dovuto avere necessariamente luogo, cosa della quale l’imponente battage pubblicitario mi fa dubitare un pochino. Ci sono un paio di espedienti di certo necessari alla logica commerciale del settore che, nondimeno, restano infelici, come ammazzare alcuni personaggi per chiudere relative sottotrame. La rivelazione finale sulla deputata Neuman, ispirata in modo palese ad Alexandria Ocasio-Cortez, apre però prospettive narrative e concettuali che impongono una sospensione del giudizio. Ne riparliamo tra un anno, quindi.

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