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ARCH/MATHEOS – Winter Ethereal

14 agosto 2019

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Non è a cuor leggero che mi accingo a scrivere di Arch/Matheos. Lo faccio con un certo ritardo rispetto all’uscita ma ho le mie ragioni. In effetti potrei semplicemente compilare due righe, dire che è bellissimo e che in questo, finora, abbastanza povero 2019 si appresta ad entrare tranquillo in playlist, salvo sconvolgimenti. Il passo successivo sarebbe dire a Ciccio e Bargone che il mio contributoè’ pronto e poi tornare magari a parlare di death metal putrido fatto da ventenni che se ne sbattono della Nuclear Blast. Sarebbe bello. Però è d’uopo (ma come cazzo parlo?) fare più d’una considerazione, all’uscita del successore di Sympathetic Resonance, ormai risalente al 2011 e sempre a nome del nostro duo pazzerello.

La prima, ed evidentissima, è: ma John Arch ha firmato con il sangue un patto col Diavolo? È possibile? Sennò come si spiega che la potenza, l’estensione, il timbro etc siano rimasti praticamente INTATTI dai leggendari fasti di quel capolavoro imprescindibile del power metal americano che risponde al nome di Awaken the Guardian? Non ci credete? Basta premere “play” su Spotify. In effetti c’è proprio aria di ritorno a casa. Il materiale è anche parecchio heavy, più come in No Exit che come sui primi tre ad onor del vero, visto che si tratta di roba abbastanza progressiva.

Anzi, heavy come No Exit e progressivo come, se non di più, l’immortale Perfect Simmetry (eh sì, difficile che non solo non azzeccassero un album fino alla fine degli anni ottanta, ma che l’album in questione non fosse un capolavoro tout court). Per essere più’ precisi, l’album suona esattamente come se John Arch, invece di prendere la sua strada dopo Awaken the Guardian, avesse continuato con i Fates Warning e avesse inciso quei dischi di cui abbiamo appena detto, e continuato a farlo negli anni.

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A Winter Ethereal si perdonano anche quegli eccessi di sonorità moderne e a tratti un po’ plasticose, cosa di cui pecca abbondantemente anche l’ultimo dei Dream Theater. La differenza è una qualità anni luce sopra i poveri Dream Theater, che altro non fanno che riciclare i loro cliché per dei fan, che come notorio, sono i più fastidiosi nel mondo del metal. Wrath of the Universe per esempio, è un bellissimo pezzo. Eppure quando subentra il riffone stoppato e i nostri sembrano voler dare un po’ di groove, il tutto suona un pochino artificiale, anche grazie alla produzione decisamente moderna. La proposta è però tanto varia e ispirata che, al successivo cambio di tempo, ai nostri tutto si perdona. Soprattutto se chiudono il disco con un pezzo come Kindred Spirit: tredici minuti che dovrebbero essere insegnati nelle scuole a proposito di come si compone, come si arrangia, come si suona, come si canta e come si fa TUTTO.

L’album non è di facilissimo ascolto, sia chiaro. Parliamo sempre di ben più di un’ora di musica, e la line-up, tra fissi e turnisti, sembra più il manifesto pubblicitario di un seminario per musicisti. Leggete e vi spaventerete (soprattutto sentendoli in azione): oltre ai due protagonisti troviamo gente come Bobby Jarzombek, Mark Zonder o il mostruoso Thomas Lang, che con altri si alternano dietro le pelli, il fedelissimo Joey Vera e persino un paio di comparsate di Sean Malone al basso, nonché Frank Aresti all’altra chitarra.

Finalmente un disco METAL con le palle, i riff e tutto, l’unica formula che conta veramente e che ha sempre contraddistinto il meglio della band del New England, la quale, quando queste caratteristiche hanno iniziato a venire meno, ha imboccato un inesorabile declino. Ogni appassionato del metal ben suonato ma non fine alla pippa strumentale si sentirà a casa. Metteteci sopra gli inconfondibili e allucinanti gorgheggi tipici dello stile di John Arch e BINGO! Terno al lotto. KYRIE ELEISON, se cogliete la citazione. Nel tragico 2019 non si può chiedere di meglio, sul serio.

Metal suonato bene per gente a cui piace il metal, quello vero. Affanculo tutto il resto. Non conta. (Piero Tola)

3 commenti leave one →
  1. Andrew 'Old and Wise' permalink
    14 agosto 2019 00:48

    Solo a me la voce di Arch suona invadente e stucchevole? Per carità, canta benissimo, modula e interpreta che è una meraviglia, ma è…troppo. E non ama certo le pause, i momenti di respiro, quei silenzi che preparano e stimolano il desiderio. Parere mio, immagino questione di gusti

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    • Fanta permalink
      14 agosto 2019 17:31

      È vero ma se lo può permettere. Usa la voce come uno strumento e alla sua età ha un’estensione e un timbro semplicemente pazzeschi. Album eccezionale, ma che te lo dico a fare.

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  2. Andrew 'Old and Wise' permalink
    14 agosto 2019 17:44

    Per carità, mi sento quasi in colpa a non apprezzarlo a dovere. Infatti non è che non mi piace musicalmente, mi stanca proprio quel modulare instancabile della voce. Estensione e timbro pazzeschi, ma l’uso mi suona eccessivamente virtuosistico. E mi crea in fretta un effetto di saturazione. Boh

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