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Musica da camera ardente #18

16 gennaio 2019

A proposito del nuovo Essence! ne ho lette di tutti i colori e mi trovo a concordare con quella fetta di critica che non lo esalta troppo ed allo stesso tempo non è così dura nei confronti della restante e recente produzione. Bisogna ammettere, altrimenti farei un danno alla mia credibilità di pennivendolo, che gli ultimi DEATH IN JUNE che mi abbiano realmente impressionato si collocano negli anni ’90 e che da quel Rose Clouds of Holocaust in poi non ho più perso molto tempo sia nell’interpretare il significato dei testi, che è sempre stato in bilico tra il senso e il non-senso, che nell’ascoltare gli album successivi con lo stesso livello di concentrazione che potevo avere un tempo. Concordo, quindi, con coloro che contestualizzano Essence! all’interno di una carriera molto lunga e non sempre a fuoco ma anche che lo considerano un ideale continuatore di quel Rose o di un But, What Ends When the Symbols Shatter? Parimenti non credo che nelle produzioni degli anni zero tutto sia da buttare, per quanto il calo di ispirazione rispetto agli esordi sia palese. Infatti, un Operation Hummingbird o un All Pigs Must Die (ma anche lo stesso Peaceful Snow alla fine), per quanto pieni di autocitazioni, non possono essere maltrattati più di tanto, soprattutto i primi due. Anche Essence! è pieno di autocitazioni, come pure i testi, ancora una volta in bilico tra il significato e la puttanata, sono comunque immaginifici (rispetto a questo punto consiglio The Humble Brag e The Dance Of Life – To Shoot A Valkyrie), ed è proprio per questi motivi che funziona. Non mi sento neanche di condannare in nessun modo chi ne ha esaltato eccessivamente le qualità, perché forse, sull’onda dell’entusiasmo iniziale, sarei caduto nello stesso errore. 

Vaffanculo alla credibilità. Adesso che ho parlato dei Death In June e ho fatto finta di essere intelligente, posso calare la maschera e mettere le carte in tavola, perché nessuno è puro, tutti hanno gli scheletri nell’armadio e, come si dice sempre in questi casi, il più pulito c’ha la rogna. Dunque, care amiche e amici, faccio coming out: il futurepop dei VNV NATION rappresenta il mio vero guilty pleasure. Li ho scoperti abbastanza tardi sfogliando le pagine di Ritual, la compianta rivista del Fuzz dedicata alla musica darkettona, che ancora conservo e che ero tentato di andare a rileggere, soprattutto le interviste e i pezzi monografici sulle opere di Ronan Harris, il mastermind (sognavo da una vita di utilizzare ‘sta parola) che sta dietro al progetto VNV Nation, ma ho evitato perché mi sarei fatto influenzare troppo nello scrivere queste due righe. Dunque, sappiate che Noire è un capolavoro, un passo avanti rispetto al comunque ottimo Transnational, un pelino meno gigione del superbo Automatic. Ad Automatic resto legato anche affettivamente perché fu la improbabile (ma allo stesso tempo la migliore possibile) colonna sonora delle migliaia di chilometri percorse a vita persa nel viaggio alla scoperta del folk black rumeno in Transilvania col prode Enrico Mantovano. Quest’ultimo, qualche giorno fa, in uno scambio di battute su quanto fosse sublime Noire, ha abilmente riassunto il succo di tutta la faccenda: questo disco è perfetto da pompare a tutto volume in macchina col finestrino abbassato fischiando alle femmine che passano.

In questo ben architettato e stilosissimo coacervo di tamarraggine e villanìa che invoglia a sfondare i subwoofer, si distinguono alcuni brani che inneggiano all’amore universale, altri che invitano a lanciare bombe al fosforo bianco sui popoli svantaggiati, ne cito alcune: God of All (che se il Papa pop iniziasse a diffonderla dagli altoparlanti di tutte le chiese di Italia a 150 dB, vedremmo frotte di fedeli in estasi accorrere nei luoghi sacri sbracciandosi di fronte al mistero di Dio, chiedendo perdono per i propri peccati), Armour (questo è il classico test da sottoporre alla vostra donna, se batte il piedino direi proprio che è quella giusta, amici, se poi dice che le piace potete sposarla e farci 5 figli), Immersed (qui si inizia in sordina, poi il pezzo cresce in cafonaggine, infine esplode in una roba che potrebbe essere serenamente utilizzata a un rave party in qualche edificio abbandonato delle periferie di Minsk), Lights Go Out (vorrei solo citare un passo delle sacre scritture per farvi capire: THIS IS THE NEW WORLD/ THIS IS YOUR TIME/ DOWN IN THE BASEMENT/ DANCING AGAIN/ EVERYBODY GET READY TO SING/ WHEN THE LIGHTS GO OUT/ COME JOIN THE PARTY AT CLUB VERTIGO/ MOVE TO THE SEARCHLIGHT SONGS/ EVERYBODY GET READY TO CLAP YOUR HANDS/ WHEN THE LIGHTS GO OUT), When Is The Future? (che ha una inattesa e graditissima vena retrowave di sottofondo, immediatamente fagocitata dagli spropositi e dalle esagerazioni proprie dell’opera di Harris e da un irresistibile ritmo danzereccio che assomiglia a quella roba che ballavamo nelle discoteche di provincia il sabato pomeriggio negli anni ’90 bevendo la Sprite).

Ma alla fine, anche gli altri brani non citati (tipo A Million, che è pure la più evoluta del lotto, e Wonders, più tipicamente nel loro classico stile melo-dance) sono bellissimi, e perdoniamo a Ronan pure il notturno per solo pianoforte con cui tenta in qualche modo di darsi un tono. Ma è tempo sprecato, signori. Noire, infatti, è un album incredibilmente incolto e ineducato e ti invoglia a comportarti come un cafone, andando in giro col SUV senza rispettare le precedenze e passando col rosso con la pretesa di avere ragione, suonando il clacson quando non ce ne è alcun bisogno, toccando il culo alle ragazze sull’autobus, ubriacandosi e facendo a botte nei locali fighetti in giacca e cravatta, mantenendo sempre uno stile formalmente ineccepibile. Se non avessi ancora quel minimo di dignità residua lo avrei votato top album del 2018. (Charles)

7 commenti leave one →
  1. vito permalink
    16 gennaio 2019 10:45

    Che pezzone della Madocina! Li metto subito nelle mie playlist.

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  2. El Baluba permalink
    16 gennaio 2019 12:21

    anche io non li conoscevo, e devo dire che i due pezzi che ho sentito al volo spaccano veramente. Sarà che sono sotto con la retrowave (Midnight, Orax e Gunship stazionano senza pietà nel mio stereo), e quindi estremamente recettivo verso tutto ciò che è ballabile.
    RIguardo i Death In June, grandissimo rispetto da parte mia, ma ora come ora devo stare nel mood giusto per ascoltarli. Anche per questo non ho avuto ancora modo di ascoltare l’ultimo, di cui però ho sentito parlare bene in giro.

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    • Fredrik DZ0 permalink
      16 gennaio 2019 23:07

      pure a me acchiappa parecchio sta roba. mi son fatto una ragione di alternare retrowave, death, black: nella mia testa gira tutto benissimo.

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  3. Fanta permalink
    16 gennaio 2019 14:55

    Segnalo qualcosina di interessante in linea con i contenuti della rubrica.
    Questi si chiamano Aeon Sable, non sono assolutamente dei novellini ma in Italia non se li caga praticamente nessuno. Se vi piacciono i Fields of the nephilim ascoltavi il loro album del 2018, Aether. Di seguito il singolo estratto:
    https://youtu.be/cTu-nkwPgXc
    Molto bello anche Savior, dei Soft Kill. In questo caso siamo nell’ambito di una sorta di goth/shoegaze davvero di livello.
    Infine Deth Crux – Mutant Flesh, se gradite Bestmilk/Grave Plesures.
    Tutta roba del clamoroso anno appena concluso.

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  4. ignis permalink
    16 gennaio 2019 20:38

    Per comprendere i Death In June, consiglio la monumentale biografia di Aldo Chimenti…

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    • El Baluba permalink
      17 gennaio 2019 12:46

      è fuori stampa da anni mannaggia la puttana…sono tre anni alla fiera della piccola e media editoria di roma vado allo stand della casa editrice e chiedo questo maledetto libro e mi rispondono sempre presto lo ristamperemo…XXX CXXE

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      • ignis permalink
        17 gennaio 2019 20:19

        Prendila in prestito in biblioteca!

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