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Avere vent’anni: TIME MACHINE – Eternity Ends

21 novembre 2018

Volete sapere cosa è la perfezione? Ascoltate Eternity Ends. Perfetto da fare schifo, quasi.

In un’epoca in cui l’Italia del metallo sbarellava con draghi, cazzi, mazzi, spadoni, prog/power metal etc, i Time Machine si confermavano i migliori ed elevavano la loro proposta fino al sublime, surclassando quanto avevano fatto precedentemente e mettendo l’Italia sulla mappa del prog metal ancora una volta, assieme ad Athena (che però si sognano un disco al livello di Eternity Ends) e pochi altri. Probabilmente se dovessi davvero trarre due album dalla mischia di fine anni Novanta della scena italiana per affiancarli ai più blasonati (a volte ingiustamente) nomi internazionali, sceglierei Return to Heaven Denied, come già dissi una volta, ed Eternity Ends.

Classe sopraffina, un cantante con una voce genuinamente splendida e limpida, una perizia strumentale eccellente, una vena anche epica, se vogliamo, nel proporre una sorta di “racconto apocrifo” (il concept è sulla vita di Gesù Cristo) ed una strutturazione dei pezzi che fa davvero invidia ai più compiti progster. Non ho mai capito perché questo album non sia entrato nella storia come dovrebbe e perché lagggente (con tre “g”) correva e corre appresso a tutte le cagate con i vari Petrucci e Cagucci invece di andarsi a riascoltare questo grande capolavoro. Lungi da me fare il solito pippone sulla scena italiana incompresa e bla bla. Quello lo lascio a qualche altro sfigato. Non l’ho mai fatto e mai lo farò. Voglio invece essere obiettivo e dirvi che Eternity Ends non ha confini. È un grande album che porta una grande musica alle orecchie di chi ascolta. Quello che è giusto è giusto. Punto.

Sentitevi I Believe Again (presente anche con Andre Matos al posto del bravissimo Nick Fortarezza se beccate la versione distribuita in Sud America). Struggente. Ma, siccome mi sta sul cazzo fare un track-by-track solo per riempire, vi dico SENTITELO TUTTO.

Oltre alla qualità indubbia dei pezzi, qua c’è anche l’atmosfera, epica e solenne, ma anche intima e riflessiva. Per cui potete tranquillamente mettere su questo dischetto al ritorno da una spaventosa giornata di lavoro o da un viaggio particolarmente intenso e stancante, e rimettervi in pace col mondo in poco meno di un’ora, lasciando scorrere la musica appassionata dei Time Machine, e dimenticando tutto il resto, lasciandovi trasportare dall’emotività dell’opera.

Non sbagliano un colpo, e i suoni sono perfetti. Che altro devo aggiungere? L’elegante sax che fa capolino in pezzi come Behind the Cross? Oppure dirvi che non ho più sentito parlare dei Time Machine dopo Eternity Ends? Forse perché tentato da altre proposte o perché dentro di me sapevo che non sarebbero mai riusciti a bissare? Fate un colpo, please, se siete d’accordo con me o se sto clamorosamente sbagliando ad ignorare Evil: Liber Primus e Reviviscence (così mi pare si chiamino i due successivi album).

A voi tutti dico, comunque, di lasciarvi per una volta tentare dalla sobria eleganza e dalla classe, invece che dalle trucidate che tanto amiamo comunque. Che vi costa per una volta? (Piero Tola)

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