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Musica di un certo livello #26: WAYFARER, VOW OF THORNS

13 dicembre 2016

old-souls_1500x1500Il nostro passaggio a nord-ovest di oggi ci porta oltre il 70° meridiano, alla scoperta di due interessanti realtà nordamericane, entrambe inalveolate in quello che viene comunemente denominato cascadian metal, quel genere di black metal contaminato che, ultima vera novità di questi ultimi anni, è nato in quei territori a cavallo del fiume Columbia, tra montagne rocciose, aceri e conifere, grazie all’intuito dei mai troppo lodati Agalloch. Si mettono alla prova in questo confronto impari i WAYFARER, giovane band del Colorado al suo secondo full, con Old Souls, album lungo e intenso come tradizione cascadica vuole, che gioca abilmente con tematiche ctonie e naturalistiche, costruito intorno a quello che ormai può definirsi il ‘classico’ incedere armonico di atmosfere rarefatte, momenti di furia, arpeggi e passaggi strumentali e ancora blast beat e growls, intermezzi doomy e così via. Il disco va ascoltato e riascoltato tutto d’un fiato, perché riesce a rapire, resta nello stereo e non ti fa mai venire voglia di skippare avanti, pur essendo lungo e ragionato. Non vi ho trovato un apex, un punto culminante, o un brano in particolare che si distingua dagli altri, bensì una costante salita verso un punto indefinito; come la figura in copertina che indica la destinazione finale di un sentiero i cui confini si perdono all’orizzonte e che porta verso lontane e probabilmente irraggiungibili vette, la sensazione è di essere in costante cammino e allo stesso modo l’album non finisce coi suoni distorti e i feed di All Lost in Aimless Chaos ma ricomincia nuovamente dagli arpeggi dell’opener Ever Climbing, tra rabbia e calma apparente.

vowCiò che conta non è la destinazione ma il viaggio in sé, dunque. In questo nostro errare ci spostiamo ancora più a nord, in Canada, dai glaciali VOW OF THORNS. Neonata band di cascadian metal che interpreta lo stile in modo molto più canonico dei precedenti. Se i ragazzi del Colorado sapevano mettere a frutto un personale mix di reminiscenze novantiane insieme a momenti più stranianti del tipico post-qualcosismo di questi anni, quelli dell’Ontario seguono maggiormente le regole scolpite sulla pietra allor tempo da Haughm, Anderson e Walton, sebbene in modo meno pedissequo di quanto avrei sperato, dando al disco un generale carattere depressive, che è la prima cosa che si nota ascoltandoli. Qui è lo stesso Jason W. Walton ad occuparsi del mixaggio e mastering, come a voler apporre un ipotetico bollino di qualità su un progetto in cui è lecito credere. La credibilità di Farewell to the Sun, primo full dei Vow of Throns, è infatti la caratteristica, per nulla scontata, che li contraddistingue maggiormente dalle decine di emulatori e che li mette un mezzo gradino sopra di esse. Anche qui, però, il confronto coi padri è assolutamente impari e perdente, ma non è mai questo il punto quando si parla di band derivative; il punto è che riescono ad essere gradevoli e non banali. Se la prendete con questo spirito, anche loro, come i precedenti, vi risulteranno di buona compagnia nel vostro quotidiano peregrinare. (Charles)

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