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BARONESS – Yellow & Green (Relapse)

9 agosto 2012

Insomma, io voglio crederci.

Quello che ha portato i Baroness a rivoluzionare il proprio sound dagli esordi fino a Blue Record è un piccolo miracolo tutto interno a quella che è una sincera riscossa del metal moderno. Certo, mentre parliamo di Baroness, Mastodon (addio…) e altre band che ogni due per tre finiscono sulla copertina di Decibel o consimili (Kerrang! no, troppo occupata a leccare le ferite ai metalcorers coi ritornelli puliti) decine di onesti mestieranti del metallo più conservativo ma dannatamente true (permettetemi di ripescare questa assurda parola dopo oltre dieci anni di riflusso neo-power) portano avanti la causa meritandosi appena l’accorato abbraccio delle varie scene underground locali. Chiedete a Roberto per conferma. Eppure non riesco a negare il valore spiazzante che ha avuto l’ultimo decennio americano in fatto di metal: come questo sia emerso orgoglioso dall’underground, come si sia imposto guadagnando consensi anche fra i gentili, come ci abbia sbalordito la sua formula capace di prescindere e trascendere i generi. Ma per quanto tutti noi possiamo avere Leviathan o Blue Record nell’hard disk, devono comunque venire a trovarci a casa e sfidarci al karaoke priestiano per capire quanto siamo true. Faccio per dire, ovviamente, non che io lo sia chissà quanto. Il punto però non è tanto la ‘trueness’ del sound di una band (ci mancherebbe), quanto lo sbrodolarsi addosso intorno a quelli che sono clichè ormai noti, che nel caso della band in esame partono addirittura dai Thin Lizzy (March To The Sea), passano ovviamente per i Maiden più tarantati, terzinati ed evocativi, si tuffano nella pastella psichedelica del metal occhialuto del ventunesimo secolo americano e s’inzuppano nel pantano sudista che ormai dalla Southern Lord alla Relapse stessa un po’ tutti promuovono come moderna estetica metallara. E non ci metto in mezzo Neurot o Hydrahead perché ormai i cascami postcore sono stati tutti riassorbiti dalla psichedelia fatta di dilatati flanger anni Settanta (Cocainum). Ok, ci sarebbero infinite parentesi da aprire riguardo l’ossessione vintage a tutti i costi che, moda o non moda, rischia di essere seriamente il fondo del barile da grattare tutti insieme quando, prima o poi, le idee finiranno. Altro punto a sfavore del nuovo album anche se, ad onor del vero, il grande mestiere della band e la loro esperienza compositiva non porta mai le dette influenze nella sfera del citazionismo, del tributo doveroso ma le trasforma in grande presenza su disco.

‘Hey, man, hai ragione!’

Che poi il disco in sé sia un po’ una palla, d’accordo, lo abbiamo capito tra terza e quarta traccia. Inoltre mi piacerebbe anche andare un po’ in controtendenza rispetto ciò che si mormora in giro dei disco appena uscito. Non è vero che la band, ispirata quanto sia, sembra più convincente quando sperimenta formule compositive che ha prediletto una volta scrollatasi di dosso la quadratura metallara di Blue Record. Affatto: le botte più heavy, non necessariamente ispiratissime, sono ancora quelle cose che ci piace ricordare dei due dischi per non dover soccombere ogni volta alle soffuse bave prog che lo riempiono. Anche la faccia più solare del progetto, il disco verde, non manca di ricordarci le radici folksy e classiche della band con brani come Board Up The House, ma dispiace ammettere che a sto giro Satana non vince. C’è troppo poco Satana, per dirla breve.

Ci ricorderemo di dischi come questa coppia (tra l’altro, abusatissima e troppo passatista la scelta di nominare i dischi per quello che oggettivamente sono:  una rosso, uno verde, uno blu…) magari il giorno che la band imploderà e si getterà su lidi veramente improbabili; che so? derive folk, pop metal, bho… A pensarci bene è un po’ quello che Ciccio ha spiegato quando ha parlato (trattenendosi le trippe per le risate) del nuovo dei Mastodon. Vediamo se vale lo stesso discorso o se vale la cosa opposta: una band che dopo almeno due bombe lanciate in precedenza alla corte della Relapse (sto parlando sempre della band di Savannah) è capace di far crescere aspettative per il disco nuovo e dopo invece ti fa un doppio ambiziosissimo album che accontenta solo per metà. Insomma (che poi io non sono bravo co’ sto tipo di retorica) Ciccio era contento della deriva fracassona dei Mastodon quando tutti gli indieboy aspettavano chissà cosa (ed era un po’ la sua ‘rivincita’) mentre io che mi aspettavo un disco almeno in linea con il precedente (ancora furiosamente heavy) mi devo ascoltare sta cosa piagnona. E la cosa bella è che non so se è la vera faccia della band, se è il disco della definitiva maturazione, se i fan occhialuti apprezzeranno (immagino di sì). Però se qualcuno di questi dovesse restare scontento, diciamo che ne sarei ben felice. Uno a uno e leave the hall.

E ora cerchiamo di essere ancora più cattivelli entrando nel merito della questione. Ma quanto bisogna essere sprovveduti per proporre un doppio come questo dal vivo senza temere il bottigliaggio dei fan? Quanto si può credere che possa convincere un disco fatto per i tre quarti abbondanti da arpeggini oltremondani ispirati a brezze troppo prog per essere sostenibili? E’ l’effetto straniante che spiazza, per lo più, assieme all’auspicato ma smentito ritorno di aperture heavy che di tanto in tanto sembra debbano far luce (o smorzarla, fate voi) e poi invece niente. E poi quanto si può sostenere una voce in una tale costante tensione patetica? Non stronco perché la band ha ancora grande classe ma però.

Niente, c’è troppo poco Satana.

La chiudo qua che mi gira la testa, proprio non ce la faccio ad essere chiaro. Fate così: compratelo se siete fan della band ma non avete cristallizzato troppo il vostro concetto estetico rispetto ai Baroness. Vi piacerà anche solo la prima metà del disco: più leggera, più melodica ma con dei ganci ancora convincenti. Tutti gli altri, tornate indietro di una casella e puntate sul nuovo Hour Of 13.

Ciao. (Nunzio Lamonaca)

4 commenti leave one →
  1. 9 agosto 2012 12:33

    Concordo anche sulle virgole, c’è troppo poco Satana e il secondo disco è ‘na palla clamorosa. March To The Sea ed Eula sono i pezzi migliori, con il primo fanno il verso ai Rush e il seconda suona come un pezzo post-rock alla moda. Su Board up the house invece rifanno i Thin Lizzy più pop. Oh a me è piaciuto parecchio, ma da qui a parlare di capolavoro… mboh, vado a sentirmi il nuovo Grave Digger.

  2. 9 agosto 2012 13:16

    Non l’ho ancora ascoltato, vediamo un po’…

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