Splendidi quarantenni: VOIVOD – Rrröööaaarrr
Introdurre i Voivod a qualcuno, o, in generale, convincere ad approfondirli, ha il suo coefficiente di difficoltà. Sia perché non c’è un solo album che racchiuda la piena essenza sperimentale della band, sia perché la definizione “band sottovalutata” è pleonastica e, nel campo della critica musicale, la si usa ormai a momenti anche per le formazioni dei Big Four.
Quando mi capita sui social di condividere un flyer di fine anni Ottanta di un cartellone che vede Faith No More e Soundgarden di spalla ai Voivod, avverto amarezza perché, a posteriori, ai canadesi è toccato il destino mediatico peggiore. Loro che una carriera attiva ce l’hanno tuttora, e continua a essere degna di quegli anni lì. Croce e delizia della band è proprio questa discografia piena di grandi spunti e varietà che a volte intimidisce persino la critica, la quale spesso si limita alle definizioni “gran lavoro”, “disco seminale”, “disco ancora attuale” e poi passa oltre. Come saggiare lo specchio dell’acqua di un lago e poi tornare a riva, senza tuffarsi.
In nome di questa eccessiva cautela, mi sembra giusto introdurre questa analisi così, con uno sfondone: per diversi fan Rrröööaaarrr ha una “produzione di merda”. Un suono rivedibile, caotico, frettoloso. Sensazione cavalcata anche dal bassista di allora, Jean-Yves Thériault, che si è messo a rivendere in CD e in vinile i demo del disco tramite la sua etichetta, nonostante i membri dell’attuale band non l’abbiano presa bene e gli abbiano chiesto di desistere da questa iniziativa.
La storia di Rrröööaaarrr va però contestualizzata nel suo momento storico. È il secondo album della formazione canadese, registrato quando i loro rapporti con Brian Slagel si erano già deteriorati, nonostante un’apparizione nella compilation Metal Massacre e la produzione esecutiva su War and Pain. Si accasarono con la bellicosa Noise Records, dedicando a Brian una “delicatissima” Fuck Off and Die. Granulosissima, sicuramente, ma sembra esserci una specifica volontà dietro questa scelta. Se confrontiamo il suono del disco ai demo (possiamo farlo già nell’edizione 2017 fatta uscire dai Voivod, senza ricorrere ai bootleg legalizzati di Thériault), noterete una differenza specifica: per quanto i secondi risultino più puliti e vicini a quel formato alla Venom sotto steroidi che era già War and Pain, la band necessitava di un passo in avanti, un’ulteriore evoluzione.
Korgüll, la mascotte della band, è già la metafora di questo progresso. Da soldato di terra nella copertina dell’esordio, è qui ritratto mentre sfreccia sul suo Hëll Panzer in stile degno dei vecchi fumetti Heavy Metal di Leonard Mogel, disegnato con un tocco alla Big Daddy Roth. Emette un suono, un ruggito, non chiarissimo ma efficace per farti capire che la minaccia è in prossimità. Un caos primordiale, paludoso, di lamiere stridenti: come se avessero piazzato un panetto di C4 allo speed metal con lo scopo di farsi scaraventare in una fossa piena di ratti da guerra cibernetici malfunzionanti. La madre di tutte le disgregazioni, un ecosistema dettato dalle quattro torri di uno scacchiere arrugginito posizionate ai lati del perimetro.
La prima è la chitarra di Piggy, che, pur mancando della profondità e dello spazio che la renderanno nota nei dischi successivi, qui rimane sempre tagliente, come una sega a gattuccio che stride su piastre d’acciaio facendo scaturire scintille infuocate per tutta la stanza. Il secondo precipizio del mondo è sorretto da Away, che a volumi strabordanti picchia in maniera secca e sgraziata. Sull’angolo opposto troviamo Blacky e il suo pachidermico “blower bass” (ottenuto dopo che il suo amplificatore gli era stato sfortunatamente rubato prima delle registrazioni del disco precedente). Strumenti che si azzannano a vicenda in questo muro denso di nube tossica che si propaga tra le recinzioni di una centrale nucleare, convergendo nella gola di Snake, che le rigetta fuori ancora più acidule.
Quest’ultimo, rimanendo al paragone di inizio capitolo, non è mai stato un Patton o un Cornell, ma con il suo cantato di gola ha sempre fornito quel tocco da Motörhead anche nei dischi più progressive della formazione. Non che questo sia il caso, anzi, semmai le ringhiate di Snake fanno da contraltare a testi che a volte tradiscono le origini canadesi. Come nel caso dei Sepultura e di altra gente, qualche passaggio maccheronico nei testi aggiunge una connotazione ancora più bizzarra alla proposta. Sempre in Fuck Off and Die, sentiamo Snake urlare: “C’mon, move your assholes!”. Non mancano poi frasi disordinate in mezzo al nichilismo più spietato, come questo passaggio nel brano Horror:
“Here comes the last fighting men, one by one they’re passing in the gas, sin after sin to industrialize, keep them piteous and left them for dead. Horror! What do you see?”
Versi che non sono esattamente Shakespeare, anzi, suonano un po’ buffi se declamati ad alta voce, ma rientra tutto nell’ecosistema del caos terremotante di questo disco. Non importa che suono emetta la bocca, questo vomitare profluvi di avvertimenti sinistri e proclami apocalittici con puro veleno ha una connotazione primordiale: se un ghepardo ti viene incontro ringhiando, ti viene naturale cagarti addosso e scappare pure se non lo capisci.
Rrröööaaarrr è questo da quarant’anni, un cingolato dritto nel culo che ti sconquassa l’intestino a mo’ di coriandoli a carnevale, che prende il meglio delle sue imperfezioni, come nel caso degli esordi di Megadeth e Metallica, in cui non c’è un cazzo da dover correggere o masterizzare. Su quei riff studierà gente del calibro dei Neurosis, del death e thrash brasiliano, sino ai Godflesh. Gli stessi Voivod per tornare a essere altrettanto estremi ci metteranno un’altra decina di anni, con un altro cagnaccio dietro al microfono, ma è un racconto destinato ad altre pagine. Un album così dritto al punto non concede alcun istante per le divagazioni. Rrröööaaarrr non è un mero proseguire sul tracciato di War and Pain, è la sua corsia di sorpasso, l’invasione di carreggiata, il frontale che fai con l’aria delle casse a volume 40 mentre parte l’accordo principale di To the Death, già allora un motto per i fanatici della band. (Federico Francesco Falco)



