SAOR / LILI REFRAIN @Defrag, Roma, 20.03.2026
Mi dovranno perdonare i due gruppi d’apertura, SVART VINTER e DEWFALL se non riesco a recensire le loro esibizioni. Per sozzi motivi di lavoro arrivo troppo tardi. Mi occupo (anche) di Medio Oriente, quindi è un po’ di giorni che so quando entro in redazione ma non quando ne esco. Ovviamente parlo della redazione dell’agenzia di stampa per cui scrivo, non della possente Skunk Metal Tower con tre piani a disposizione di ogni redattore dotati di idromassaggio, sauna, sala cinema e sala droga. Il Masticatore lo abbiamo sfrattato perché non scrive mai un cazzo, quindi abbiamo affittato i suoi locali a Palantir. Riesco comunque ad ascoltare l’ultima tranche del concerto dei Dewfall, che non ricordo di aver incrociato in precedenza, seppure siano piuttosto attivi. Ne ho ricavato una discreta impressione. Black epico, diretto e immediato, violento ma non troppo, a suo modo piacione. Traversa, mio compagno per l’occasione insieme a Enrico, non riesce a decifrare il logo.

È quindi il momento di abbandonarsi al carisma soffuso di LILI REFRAIN. vecchia conoscenza dei nostri lettori. Lo so che è la solita frase fatta del piffero da scribacchino che vuole vantarsi del suo grande intuito, però, ecco, fa sempre piacere quando artisti che ti avevano fatto saltare dalla sedia agli inizi delle loro carriere, con cui avevi fatto una testa così ad amici e conoscenti perché li ascoltassero, si evolvono in realtà consolidate con una crescita artistica che li porta sui palchi internazionali più di prestigio. Lili Refrain è diventata un altro patrimonio nazionale di cui andare orgogliosi, come, che so, i Messa o gli Ufomammut. L’inserimento della polistrumentista capitolina non è affatto fuori posto in una serata black metal, anzi. Ogni volta è un rituale. La sacerdotessa chiama a sé una tribù che non sa ancora di essere tale. Il messaggio è chiaro a tutti quanto esoterico. Perché, in un certo senso, è musica sacra.

Lili modula con la sua ugola anime diverse, pare che di volta in volta venga posseduta da un’entità differente. La varietà di registri che ha imparato a gestire è impressionante, ne tocca di quasi maschili. Il nero della maschera dipinta sul volto si fonde con l’oscurità. Gli estratti dall’ultimo Nagalite compongono un’unica sinfonia coerente e organica con le composizioni più datate. Crescendi sommessi ma inesorabili di percussioni ossessive e tribali avvincono anche i metallari più true che, pur con sguardi spaesati, muovono il capo mentre i ritmi si fanno più carichi fino a una breve pausa che fa esplodere un applauso caloroso e convinto. Che esegua i loop sul momento, invece di mettere basi preregistrate per cantarci sopra e basta, è un aspetto che la caratterizza, una parte del discorso, certo. Però mi piacerebbe vederla con una sua band.

Sui SAOR in redazione abbiamo un’opinione ambivalente e grossomodo condivisa: in studio sono sempre meno interessanti ma dal vivo sono sempre più bravi. L’opinione viene consolidata anche stasera. In sede di recensione non siamo stati teneri con il recente Amidst the Ruins. E l’apprendere che la scaletta che stanno portando in giro in questi mesi ne avrebbe incluso gran parte, con poche incursioni nel passato, non mi aveva disposto nel modo migliore, a esser sinceri. E il momento migliore resta un’intensa riproposizione di Bròn. Però i pezzi nuovi sul palco funzionano e non fanno pesare la loro durata spesso cospicua.

È la terza volta che li vedo. La prima fu al Frantic, Andy Marshall era ancora un po’ impacciato, soprattutto nella gestione della voce, oggi affidata anche ad altri membri, soprattutto per le sezioni pulite. La seconda, al Mister Folk Festival del 2023, fu già un’altra storia. Ora la sensazione è che i Saor non siano più un progetto solista con dei session ma un gruppo vero e proprio. Non c’è più la violinista; è rimasta la flautista, le cui parti appaiono meglio integrate nei brani di quanto fosse accaduto nelle registrazioni. L’idea è proporre qualcosa di accessibile a un pubblico ampio ed eterogeneo, secondo la teoria di Traversa del comfort black metal. L’obiettivo sembra raggiunto: sul coro della canzone del titolo del nuovo Lp in molti cantano e battono le mani. Finale in crescendo con Rebirth (la migliore di Amidst the Ruins) e Aura.
Le foto di Lili Refrain sono di Spiegelwelten Photography, le altre sono state scattate dal sottoscritto durante la serata. (Ciccio Russo)
