I mostri all’angolo della strada: viaggio nella musica ispirata a Lovecraft #10
Mi sono reso conto che è più di un anno che non parliamo di H.P. Lovecraft su Metal Skunk. Voglio dire, a parte quei colleghi che ogni tanto nei loro articoli mettono dei richiami espliciti a questa rubrica, tirandomi in ballo con l’uso falsamente cameratesco di grassetti ammiccanti, oppure i più arditi che mettono addirittura dei link belli e buoni, proprio per far notare da quanto tempo non mi stia occupando dell’argomento. Mai uno che, anziché fare il furbo, prenda l’iniziativa e dica: “Sai, ho pensato di scrivere una puntata della serie lovecraftiana” (onorevole Mazza, nessuno sarebbe mai al suo livello per poter scrivere una rubrica del genere, ndbarg). Macché, nessuno qui ruba il lavoro; una volta che si inizia, si procede da soli. “Chi piglia un turco, è suo”, diceva mio nonno, che per inciso è stato un contemporaneo di Lovecraft, un po’ più giovane e, come tutti i contemporanei, non si curò minimamente dell’autore americano. Dicevamo che questa rubrica mancava da molto: è vero che l’anno scorso mi sono dedicato maggiormente al volontariato per i bassisti, perché qualcuno che vi facesse notare quale sia lo strumento più importante dell’universo ci voleva, ma quei quattro o cinque lettori che sono interessati al tema che trattiamo possono ben vedere che adesso l’attesa è finita. E siamo al decimo episodio: non che sia importante, ma i multipli di cinque marcano sempre la ricorrenza.
Sulla destra mio nonno che passeggia per Modena leggendo il giornale, fine anni Trenta, ignaro del fatto che lo scrittore più grande di tutti i tempi avesse da poco lasciato questo mondo. Fotografo di strada ignoto, per cui noi attribuiamo l’immagine a Marco Belardi
LA SOGLIA FRA OTTANTA E NOVANTA: LOVECRAFT SEMPRE PIÙ METAL
Dopo questa sagace introduzione, proseguiamo la nostra esplorazione nell’universo della musica ispirata a Lovecraft, che con il passare il tempo diventa sempre più sconosciuto e sconfinato. A livello cronologico siamo arrivati al periodo che si colloca al termine degli anni Ottanta. Per la verità ci eravamo già addentrati in questo periodo nello scorso episodio, ma le uscite a tema Lovecraft di quell’epoca si fecero talmente numerose che bisogna indugiare ancora un poco, prima di arrivare agli anni Novanta conclamati. Se, infatti, gli anni Settanta e i primi Ottanta avevano fatto di Lovecraft un autore di culto, e per una volta questo predicativo vale davvero qualcosa, fra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta il passo si fa diverso: Lovecraft non è più un autore di nicchia, è considerato in tutto il mondo un grande innovatore e un anticipatore fondamentale per tutti i generi fantastici, i suoi racconti sono diventati grandi classici con cui tutti devono fare i conti e la critica letteraria si è già profusa in analisi e classificazioni. Inoltre, più diventa popolare e più il suo immaginario viene condiviso, fino a diventare un sistema, fatto di immagini e lessico, pronti all’uso e a disposizione di tutti. Il sistema-Lovecraft è un codice di cui tutti si appropriano, senza nemmeno doverlo spiegare troppo. A parte nei racconti dell’autore stesso e dei suoi epigoni, lo si nota nelle fumetterie, nelle videoteche, nelle fanzine, addirittura nei volantini che circolano per posta insieme ai demo e ai sette pollici, durante gli anni del fenomeno tape-trading, o nel semplice passaparola. Sembrava proprio un momento ideale per l’uso condiviso di un immaginario che viveva già di frammenti, nomi impronunciabili, mappe incomplete e indizi letterari, del quale possiamo identificare l’avvio pensando a film che abbiamo già citato nello scorso episodio, come La casa II (Evil dead II: dead by dawn, 1987), oppure a La creatura (The Unnamable, 1988), dove il consueto cinema dell’orrore viene messo in discussione ed i suoi contenuti ironizzati: paura e risate, ritmi veloci, un po’ di sesso, sangue a volontà e nel quale trovano la morte ignari ragazzi che passano il tempo insieme solo per divertirsi.
Un caso interessante che proseguì alcune felici contaminazioni degli anni Ottanta fu il film-TV Omicidi ed incantesimi (Cast a deadly spell, 1991) di Martin Campbell, originale e quasi spensierato omaggio a Lovecraft. Nel 1992 uscì uno standard della filmografia lovecraftiana: The Resurrected di Dan O’Bannon, tratto dal romanzo breve The case of Charles Dexter Ward (1927), del quale riuscì a mantenere quasi inalterata l’atmosfera, tanto da essere considerato ancora oggi una delle migliori trasposizioni lovecraftiane al cinema.
In libreria, i lettori italiani potevano notare una sorta di doppio binario editoriale, che abbiamo incontrato in precedenza: da un lato cominciava una serializzazione popolare, per esempio i dodici tomi del Tutto Lovecraft della Fanucci, i cui volumi rendevano l’autore più frequentabile e collezionabile a scaffale; dall’altro si aveva la definitiva canonizzazione negli Oscar Mondadori, ovvero la raccolta Tutti i racconti, che lo trasformavano improvvisamente e giustamente in classico novecentesco, con tanto di fondamento filologico e critico. Proprio attorno al centenario della nascita nel 1990, si muoveva anche la saggistica, per lo più indipendente e amatoriale, ma che alzava moltissimo il livello di approfondimento e diffondeva la cultura degli autori del fantastico come HPL, R.E. Howard, Clark Ashton Smith, Emilio Salgari e molti altri. È il caso di citare il fondamentale apporto di riviste come Yorick, fondata nel 1987 dal reggiano Massimo Tassi e tuttora in attività, dove si potevano trovare approfondimenti, curiosità e inediti a cura di studiosi emergenti, come Pietro Guarriello, da allora il massimo esperto lovecraftiano in Italia, o Michele Tetro, saggista e critico cinematografico, a fianco di scrittori già noti, come Gianfranco De Turris. Da queste iniziative spontanee nacque una comunità che è andata via via allargandosi e che oggi conta tantissimi appassionati, alcuni dei quali hanno saputo a loro volta diventare studiosi, artisti e autori.
In questo contesto storico e culturale così vivace e produttivo, accennato per sommi capi dagli esempi fatti sopra, nel 1988 uscì un singolo intitolato Re-Animator di un gruppo americano chiamato Rigor Mortis. I più esperti di storia del death metal potrebbero sobbalzare, perché ricordano che altri Rigor Mortis, formatisi a Yonkers NY, furono il primissimo gruppo di Robert Vigna e di altri soggetti che poi andarono a formare gli Immolation, però non è questo il caso: stiamo invece parlando di un omonimo gruppo texano thrash metal, molto sconosciuto quanto bravissimo e, come vedremo, anche sfortunato. Il loro stile è un thrash ancora influenzato dal metal classico e dal power americano, suonano bene, hanno un grandissimo gusto e, contrariamente alle tendenze del periodo, non sono particolarmente aggressivi, pur suonando a velocità funamboliche, ma preferiscono creare atmosfere di una certa oscurità. Per questo ricordano i Dark Angel sotto alcuni aspetti. Incredibilmente, la Capitol Records mise sotto contratto i Rigor Mortis e fece uscire il loro primo album nel 1988: uno dei rarissimi casi di gruppo estremo che venne pubblicato da una major, senza passare prima dalle etichette indipendenti.
Capitò che i Rigor Mortis aprirono un concerto dei Megadeth e i due gruppi finirono per menarsi. Il cantante Bruce Corbitt fu a sua volta accoltellato durante una rissa, sempre durante un concerto. Si trattava di una banda di veri e propri attaccabrighe dalla rissa facile e si fecero presto molti nemici. Suonarono di spalla agli Slayer, diverse volte ai Death Angel e a qualche altro. Il brano Re-Animator comincia con una brevissima clip dell’omonimo film di Stuart Gordon (1985), di cui avevamo accennato nell’episodio precedente, che è ispirato a sua volta al racconto di Lovecraft Herbert West – Reanimator, pubblicato a puntate fra il 1921 e il 1922 sulla rivista amatoriale Home Brew. Ricordiamo che questo racconto, per la verità mal considerato dallo stesso Lovecraft, ha come protagonista uno scienziato dedito alla rianimazione dei cadaveri ed ebbe il primato di avere come protagonisti degli zombi moderni, non legati alla tradizione voodoo, oltre ad essere il primo a citare la celeberrima Miskatonic University. Il brano in questione era già stato inciso nel primo demo del gruppo, risalente al 1986. Breve quanto fulminante, è molto rappresentativo dello stile Rigor Mortis e il ritornello “Re-animator, re-animate me!” ve lo ricorderete per tutta la vita.
In quello stesso 1988 uscì il settimo album degli eroi Manilla Road. Se siete amici di Metal Skunk e ci seguite da qualche tempo, sapete quanto amiamo incondizionatamente questo gruppo, nato nel Kansas, che aveva in forze grandi appassionati di letteratura fantasy, horror e weird. Il loro lavoro più esplicitamente lovecraftiano è per l’appunto Out of the Abyss, dove già nelle note interne del disco si trova una breve presentazione della mitologia che ben conosciamo:
I MITI: i veri dei della terra esistevano molto prima che i nostri progenitori privi di intelletto strisciassero sulle spiagge. Yog-Sothoth, Shub-Nuggurath e molti altri mostri insaziabili, il cui ultimo trono è il Caos. Il più grande di tutti è chiamato Cthulhu. Solo in antichi e blasfemi manoscritti si può trovare il suo nome, scritto in molte forme. Questo è uno dei terribili racconti dell’eterna saga degli Antichi.
Ci sono tre brani da mettere in evidenza, sia per la qualità musicale che per quella narrativa, dove i Manilla Road dimostrano di saper interpretare il messaggio lovecraftiano e riformularlo secondo una loro particolare narrativa, che unisce sempre epica, fantasy e horror, in uno spirito genuinamente weird. Il primo è Return of the Old Ones, caratterizzato da una partenza sommessa, ma oscura, sottolineata da un ostinato di batteria:
Here in the darkness
Black Well of Chaos
Boiling before my eyes
In here the dead rise
Out of the Cauldron
Evil that never dies
Bringer of darkness
Demon of Chaos
King of eternal lies
Father of evil
Loosing his black minions
Into the night
Into the Cauldron I cast my life
Breaking the black spells of sacrifice
Into the Chaos
Enter the warriors
Aryan seed of life
War with Kthulos?
Re-animate life forms
Bringers of genocide
Nightmare’s confusion
Morbid illusions
Wrecking the mortal mind
I Taliesin
Banish the Black Cauldron
With my own life
Into the Cauldron I cast my life
Breaking the black spells of sacrifice, into the light
The Old Ones shall return
Cthulu’s words still burn
Into the etchings of all time
The Bardic songs of old
Of warriors brave and bold
Still echo magic in their rhyme
The fire burns bright
Inside the mind
Through death comes life
Blindness to sight, into the light
Here in the darkness
Black dreams of Chaos
I hear Cthulu’s call
Forever The Old Ones
Shall be upon us
Until they devour us all
Il secondo è un brano thrash con voce molto aggressiva, Black Cauldron:
Dark angel of Chaos
Cthulu comes
Bringer of evil
The Black Cauldron
Dead placed in the Cauldron
Re-animate
Doorway to Hades
The Old Ones’ gate
The Old Ones bring Chaos to earth
Conjuring Yog-Sothoth’s birth
The fires of the Cauldron burn red
Re-animating the dead
With blood from the Cauldron
The dead revive
To war for their master
Cthulu’s pride
Aesir warriors
Stand and fight
As Chaotic nightmares
Come to life
The Old Ones bring Chaos to earth
Conjuring Yog-Sothoth’s birth
The fires of the Cauldron burn red
Re-animating the dead
Il terzo War in Heaven è più epico ed è meno oscuro nell’atmosfera rispetto ai precedenti, per quanto non manchi di diventare aggressivo verso la metà; d’altra parte, il tema che presenta è la caduta degli dei secondo l’epica nordica, dove però le forze avversarie non sono più il lupo Fenrir e il serpente Jǫrmungandr, bensì le orde del caos che adorano Cthulhu:
Here before the gates of heaven
Ancient warrior-gods are marching on
Here arise the sons of vengeance
Born upon the breast of every dawn
Here the time never elapses
Only quickening towards the fall
Here the horde of Chaos passes
Blindly following Cthulu’s call
The sacred words are spoken
The Seventh Seal is broken
Valhalla’s doors are open
The Fires of Mars burn on
All waring gods are destined
To fight until the fall
A war made here in heaven
The Fires burn ever on
A dire il vero, che a Mark Shelton e compari piacesse H.P. Lovecraft lo si era intuito anche prima, perché certi titoli e certi testi degli album precedenti contenevano dei rimandi abbastanza evidenti ai temi dello Scrittore, per quanto non così dedicati ed espliciti come in Out of the Abyss. Prendiamo per esempio Mystification (1987), un album eccezionale, sempre epico, energico e inconfondibilmente narrativo, dove fin dalla prima strofa della sontuosa title-track leggiamo:
Through the winds of time
A poet found The Key
To The Elder Rhyme
Some call the song Mystic
With tales of gore
And terror in the night
His words, no more,
Have kept me mystified
An art revealed to no one
Some say insanity
[…]
Macabre words of fear
Created in the night
Death always so near
Manifesting fright
In his work I’ve seen
A strange and mystic light
His life-long dream
Was to mystify
A una prima lettura queste parole sembrano riferirsi a Randolph Carter, il famoso protagonista di una serie di racconti di genere ibrido horror e onirico, in particolare qui ci sono evidenti suggestioni tratte proprio da La chiave d’argento (The Silver Key, 1926), ma proseguendo capiamo che intendano, più propriamente, proprio l’autore H.P. Lovecraft. Mark Shelton raccontò di essere un grande appassionato di R.E. Howard, poi imparò che lo scrittore texano era un amico di Lovecraft, che molti dei suoi racconti horror in realtà erano ispirati da Lovecraft e così si mise alla ricerca di questo nuovo autore. “Quello che mi affascinò fu il suo approccio etereo alla scrittura e la natura senza tempo delle sue storie”, dice Shelton, e aggiunge che il suo racconto preferito di Lovecraft era La tomba (The Tomb, 1922). Per quanto riguarda la composizione, Mark Shelton trovava molto facile farsi suggestionare dalle storie di Lovecraft e usarle come ispirazione per le sue canzoni, cercando di creare testi che rimandassero allo stile di Lovecraft, senza citarne troppo i contenuti, ma lasciando che l’ascoltatore e lettore potesse usare la propria immaginazione.
I Manilla Road hanno sempre avuto uno stile unico, diverso da tutti gli altri, quindi lavorare su storie che hanno le stesse caratteristiche di unicità rendono le canzoni molto interessanti e misteriose. Lovecraft, Howard e Poe sono stati importantissimi per la scrittura dei testi dei Manilla Road, quindi il contributo che hanno dato alla musica per me è grandissimo. (Mark Shelton a Gary Hill)
I Manilla Road continuarono con la loro passione lovecraftiana anche con The Courts of Chaos (1990), in particolare con From Beyond, tratta direttamente dal racconto del 1920, ma probabilmente anche dal film di Stuart Gordon del 1986:
Computations are figured
The tuning forks are set
Turn on the Resonator
Start the experiment
The forks begin vibrating
Dimensional walls gone
The machine is emanating
Resonations from beyond
[…]
Awakened by frequency tones
Come to crush and devour
All of the life that it can
Receiving all of its power
From a machine built by man
Still it comes
Not from the grave
But from beyond
No,
Nothing can save
You from beyond
In Atlantis Rising del 2001 proseguirono la particolare contaminazione fra mitologia nordica e lovecraftiana, che era iniziata con il brano War in Heaven riportato sopra, e che qui trovò il suo compimento come concept album. Al solito, le suggestioni propriamente lovecraftiane sono garbate e suggerite, come nell’iniziale Megalodon:
From the depths of the ocean
Prehistoric – monstrous distortion
From the depths of creation
Comes the hunter – death’s incarnation
Birth of the Old Ones, first of the Titans
Mastered by no-one, before Poseidon
From the depths of inception
Comes the monster – lost from redemption
[…]
Ancient king of tides
Killer instinct in his eyes
Poi c’è Lemuria, un titolo che rimanda al continente favoloso raccontato da alcuni autori di narrativa fantastica a partire dalla fine dell’Ottocento, ma in particolare dagli autori del weird, soprattutto R.E. Howard, nella saga di Kull di Valusia e citato anche da Lovecraft, il quale omaggiava l’amico texano in alcuni suoi racconti, com’era d’uso all’epoca. Il testo del brano è sempre allusivo, ma abbastanza chiaro:
I’ve made the sacrifice
The spell has been cast thrice
What have we longed for all these years
Before the world shall soon appear
The elder gods have come to free
Lemuria
A partire da Sea Witch ritornano Cthulhu e i Grandi Antichi:
Fatal beauty conspires
To usurp the throne of the king
For Cthulhu shall rise
When the witch casts her spells to the sea
Hear the queen of deception
Spread her lies to all ears
Through her dark incantations
The Old Ones shall appear
Si prosegue con Resurrection:
‘Tis the ancient spell of calling
The enchantress casts this night
‘Tis the time of Midgard’s falling
As the Old Ones come alive
Resurrection through The Eye – of the Sea
As Cthulhu comes alive – Midgard bleeds
Ancora visioni nordiche e weird con Decimation:
Unleashed upon every shore
Comes the Cthulhu black horde
Leaving a bloodbath of gore
Man is laid waste by the sword
Decimated by the war
High above two ravens soar
Scorching the earth
Taking of life
Turning it into disease
Unholy birth
Nature defiled
Mankind is brought to its knees
Now Midgard bleeds
Cthulhu’s eyes
Face of annihilation
Return of the Old One
The god of decimatio
In The Flight of the Ravens il tema torna prettamente nordico, ma si chiude con un richiamo inequivocabile:
Oh their ears bleed
From screams of war
Deathly magik
Come from the abyss
E si prosegue con Siege of Atland:
[…]
Don’t hold back
Hack and slash all that you see and
Attack
Aesir warriors come from Asgard
To fight Cthulhu’s demon horde
Odin’s army of warrior bards
Led by his son the mighty Thor
Cthulhu’s dark knights doth make their last stand
Valhalla’s warriors lay siege to Atland
Battle rages on for Midgard
Upon the rings of Atland’s shores
Blood and guts spill o’er the ramparts
The Valkyries this night doth soar
Cthulhu’s dark knights doth make their last stand
Valhalla’s warriors lay siege to Atland
The minions die beneath the swords of the brave
Sons of the night besiege Atland shall be saved
La tremenda battaglia si conclude con War of the Gods:
[…]
Holy gods defy the beast of fear
Now the Old One’s magik fades
Conjuring their spells the Norns appear
Banishment Cthulhu’s fate
As the Thunder God brings down the storm
Odin’s magik fills the night
Poseidon returns to Atland’s shores
To open the Sacred Eye
As the Norns pronounce the fate of war
Cthulhu cast through The Eye
By Odin’s command the mighty Thor
Does remold Midgard back to life
Le ispirazioni lovecraftiane dei Manilla Road continueranno, sempre meno esplicite e sempre più allusive, anche in album successivi, come in Fire of Asshurbanipal, che si trova in Playground of the Damned (2011):
[…]
Fire of Asshurbanipal
Hides behind black temple walls
All who dare touch this gem fall
Under the black demon’s claws
This jewel
Artifact of the past
This orb of Cthul
I have found at last
I dare not disturb
This breath would be my last
Heed what you’ve heard
Or lose your soul to the past
In quella stessa epoca, in Germania i Mekong Delta si stavano facendo notare per il loro thrash cerebrale e progressivo, famoso per le strutture complesse, i cambi di tempo continui e un approccio inedito alla composizione: i loro brani sono spesso suite articolate da ascoltare, più che da pogare. Il progetto nacque nel 1985 attorno al bassista compositore Ralf Hubert, legato anche all’etichetta Aaarrg Records, il quale per anni, fino al 1990, giocò con l’idea di un collettivo che doveva restare segreto, usando pseudonimi per non rivelare a nessuno la vera identità dei musicisti. Nel 1988 pubblicarono The Music of Erich Zann, dichiaratamente ispirato al racconto omonimo del 1921. L’aspetto lovecraftiano dell’album non risiede tanto nelle citazioni, quanto per l’idea di fondo: un concept sulla storia del violinista che suona per tenere lontano un orrore che lo tormenta. Nelle composizioni e nei testi il soggetto del racconto è adottato e interpretato molto profondamente, tanto da diventare un tema comune che pervade ogni brano; in particolare l’idea che la musica possa essere un argine contro l’indicibile. Si trattò quindi di una lettura musicale della storia, dove l’arte diventa una barriera, la stanza del musicista è una soglia, fortissimo concetto lovecraftiano, mentre ciò che sta fuori è un abisso sconosciuto e pauroso. A sottolineare la loro passione per le atmosfere horror, nel brano Interludium (Begging for Mercy), si trova citato esplicitamente il tema di Bernard Herrmann per il film Psycho, con tanto di orchestrazione, a ribadire quanto quel thrash tecnico stesse già ragionando per immagini, montaggi e tensioni da colonna sonora.
Due anni dopo uscì Dances of Death (and Other Walking Shadows), il cui titolo evocava esplicitamente l’epoca d’oro dei racconti pulp e weird. La lunga suite Dances of Death è divisa in otto movimenti, per circa 19 minuti totali, è una delle migliori composizioni prog metal di sempre. Il concept non è lovecraftiano, ma l’atmosfera musicale è decisamente thriller e horror. I testi dei brani sono un racconto di fantascienza distopico, il cui protagonista viaggia attraverso un paesaggio da incubo, fino a imbattersi in una comunità guidata da sacerdoti e caratterizzata da un ordine tanto perfetto, quanto sospetto: è un horror sociologico e paranoico. Il disco si chiude con Night on a Bare Mountain, versione metal dell’omonima sinfonia di Musorgskij (1867), che in parte è un esercizio di bravura, ma è anche una conclusione coerente con la distopia sociologica dei testi: il ritorno al sabba che nega e sovverte l’ordine apparente e riporta a temi paurosi come il rituale notturno, la follia e l’ombra che torna a comandare.
Appuntamento alla prossima puntata, dove proveremo a uscire dal 1989 per sbarcare definitivamente al 1990. (Stefano Mazza)
Rigor Mortis, Demo 1986 [MC]
Manilla Road, Mystification, Black Dragon / Roaster Records 1987.
Rigor Mortis, Re-Animator / Bodily Dismemberment, Capitol Records 1988. Promo [MC]
Rigor Mortis, s/t, Capitol Records 1988.
Manilla Road, Out of the Abyss, Leviathan / Roaster Records 1988.
Mekong Delta, The Music of Erich Zann, Aaarrg Records 1988.
Mekong Delta, Dances of Death (and Other Walking Shadows), Aaarrg Records 1990.
Manilla Road, Atlantis Rising, Iron Glory Records 2001.
BIBLIO-/SITOGRAFIA
www.manillaroad.net
www.metal-archives.com/band.php?id=1101
www.mekongdelta.eu
Gary Hill, The strange sound of Cthulhu, lulu.org 2006.
GLI EPISODI PRECEDENTI





