Avere vent’anni: WOLVES IN THE THRONE ROOM – Diadem of 12 Stars

Fino al 2009/10 ho scritto recensioni in inglese per qualche webzine estera, di quelle come Metal Skunk che consentivano l’interazione tra “giornalista” e lettori, con tanto di indirizzo mail visibile, e in quegli anni, nei quali stava sorgendo il cascadian black metal, mi veniva chiesto, in calce agli articoli o via privata – generalmente in modo curioso e gentile, ma non mancavano i polemici ed i sarcastici – cosa veramente fosse il cascadian black metal. E allora partiva la lezione di geografia, materia della quale io sono appassionato sin dalle scuole elementari. Nel Nord-Ovest degli Stati Uniti, frapposta tra le Montagne Rocciose e l’Oceano Pacifico, si trova la Cascadia, zona tipica che identifica il territorio di Idaho, Oregon e Washington, tre stati celebrati nell’epopea Alla conquista del West, telefilm andato in onda per anni in televisione nei primi anni ’80. Essi sono idealmente uniti da una catena montuosa denominata Cascade Range, prolungamento verso Nord della Sierra Nevada che comincia nella California settentrionale e termina in Canada, nella parte inferiore della British Columbia, laddove si disputarono le olimpiadi invernali 2010 di Vancouver. Non è distante da città enormi come Seattle e Portland che però sono affacciate più verso l’oceano rispetto alle montagne nell’entroterra, le quali tra l’altro sono tutt’altro che insignificanti (diverse cime oltrepassano i 3000 metri, il picco è il monte Rainier che ne conta 4400 scarsi). Data la vastità dei territori e la sparuta popolazione (circa una ventina di milioni di abitanti, la maggior parte nelle città più importanti) chi comanda davvero in quelle zone è la natura selvaggia: fitte foreste sterminate, lunghi fiumi impetuosi, microclimi stranissimi, fauna tra le più eterogenee, cascate e laghi imponenti (di qui il nome della catena montuosa), inverni rigidi, rigidissimi, glaciali.

Si dice che ogni popolo assuma le caratteristiche del posto nel quale abita. Noi qui in Italia, se ci pensate bene, ne siamo l’esempio più eclatante; faccio solo l’esempio dei montagnini piemontesi dei quali faccio orgogliosamente parte, che sono tutto meno che espansivi di carattere: se non sei “uno dei loro” vieni comunque guardato con sospetto, sarai sempre un forestiero, per quanto lungo sia il tempo in cui vivrai in quelle zone. Bene, il cascadian è l’espressione del black metal propria di chi è nato in quei posti tutt’ora selvaggi e pressoché disabitati; un black atmosferico, soffuso ma anche tormentato  e furioso, fortemente intrecciato con l’ambiente tipico della macroregione e con il suo clima. E lo suonano credibilmente solo coloro i quali sono originari di quella terra, perché evidentemente essa li ispira in modo così intenso che rende praticamente unico il loro modo di suonare. Detto in soldoni, un gruppo che non provenga dalla cascadia, per quanto bene suoni e quanto belli siano i pezzi, è un usurpatore.

Oggi si ritiene che i primi in assoluto a suonare cascadian siano stati gli Agalloch (da Portland, Oregon) e, a posteriori, almeno in Pale Folklore e in The Mantle alcuni punti di contatto tra le peculiarità del cascadian e la loro musica se ne rinvengono eccome: black metal di derivazione burzumiana se lenta, più finlandese e zanzarosa se veloce, divagazioni doom, atmospheric, ambient, crescendo post-rock, effetti di pioggia, vento, versi animali, sensazione costante di cupa malinconia e di sottomissione alle forze della Natura che tutto comanda.

Chi veramente ha reso mondiale il genere tuttavia sono stati i Wolves in the Throne Room, da Olympia, Washington. Loro, progetto dei fratelli Aaron e Nathan Weaver, attivi dal 2002, sono partiti molto in sordina. I primi due demo, circolati in poche copie solo in cassetta – formato in America mai andato desueto – sono oggetto di culto ma ancora scabri, embrionali rispetto a quanto pubblicato nell’esordio Diadem of 12 Stars, nel quale più degli stessi Agalloch impostano le linee guida di come si deve suonare cascadian black metal in modo distintivo. Il disco contiene quattro tracce, dura un’ora ed è soffuso, dilatato nei tempi, come quando ci si trova in cima ad una montagna, si contempla il panorama di cime e valli e sembra di essere in altro mondo. Il brano più corto dura 13 minuti, la traccia omonima sfonda il muro dei 20 e ognuno segue una falsariga simile senza ovviamente che uno risulti la copia di un altro. Ma i frequenti cambi di tempi, gli intermezzi acustici che nei crescendo sfociano in sfuriate di black metal glaciale, le voci femminili che intercalano la voce gracchiata di Nathan e il growl del chitarrista aggiunto Rick Dahlen, le melodie personali e coinvolgenti,  le tastiere soffuse, riempitive ma non invadenti, l’innegabile capacità di scrivere e arrangiare pezzi elaborati mai lineari o ripetitivi, oltre a testi fortemente ambientalisti, stabiliscono i criteri di come va suonato ed interpretato il genere anche filosoficamente.

Dapprima il disco uscì solo in CD per l’etichetta americana Vendlus Records, distribuita in Europa e nel resto del mondo piuttosto a cazzo di cane; a fare sì che Diadem of 12 Stars diventasse il successo mondiale che tutt’ora (nonché la base per la fortunatissima carriera della band, visto che attualmente se dici cascadian black intendi Wolves in the Throne Room) ci pensò la ben più organizzata Southern Lord, che lo ristampò nel 2007 in diverse versioni e diversi colori in doppio vinile. Quest’edizione andò a ruba e, tra i detrattori, diede al gruppo la nomea di “gruppo favorito degli hipster”, gente che non ascoltava black metal e iniziò a farlo solo a causa loro perché erano fighi e molto politicamente corretti, eroici paladini in un periodo nel quale il cambiamento climatico stava diventando argomento dirimente ai limiti dell’ossessivo (adesso è pure peggio). Oggi le prime stampe hanno prezzi decisamente elevati, ma di ristampe ne esistono svariate e si trovano facilmente, perché loro sono, penso, uno dei gruppi che ha venduto di più tra tutti quelli nati dopo il 2000. A mio parere, pur se apprezzo non poco questo loro esordio, il successivo Two Hunters è decisamente migliore, e lo ritengo anche il loro apice. Li ho visti dal vivo nel 2018 al Magnolia di Segrate e suonarono pezzi di tutti i loro dischi tranne questo; più che un concerto fu un’esperienza mistica, definirla commovente non rende l’idea. Loro volevano suonare al buio, ma il tecnico delle luci gli disse che in Italia non è consentito… Nathan era abbastanza contrariato, ma fu comunque un concerto stupendo (chissà che effetto avrebbe avuto fosse stato effettivamente al buio).

Col tempo la loro proposta si è in un certo qual modo diluita (non trovo altri termini calzanti) e i picchi dei primi tre album non sono più stati raggiunti. Restano comunque i più famosi al mondo a portare in alto il vessillo del genere; tuttavia, se ascoltate un consiglio e vi piace il cascadian cercate i dischi degli Alda (Tacoma, Washington) e degli Uamh (Boise, Idaho), entrambi molto meno famosi ma in grado di rivaleggiare coi loro maestri a livello artistico. (Griffar)

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