MAYHEM – Liturgy of Death
Non so perché mi sia prenotato io per recensire questo disco. È stato più che altro un automatismo: esce il nuovo Mayhem e mi viene spontaneo alzare la manina e dire lo faccio io. Ma è una sofferenza e potevo benissimo immaginarlo, considerati non solo gli ultimi loro dischi ma pure le due anticipazioni (Despair e Weep for Nothing) che giravano da un po’. Ed è una sofferenza non solo per l’amore sconfinato che ho portato ai Mayhem sin da ragazzino, quando questo moniker rappresentava qualcosa di ormai lontanissimo e ovviamente irripetibile, ma anche perché Liturgy of Death è una mattonata complicata da digerire, tre quarti d’ora che ti devastano fisicamente e la cui fine appare un miraggio che sembra non arrivare mai.
Peraltro non si può neanche accusarli di essere un gruppo che procede col pilota automatico, dato che questo Liturgy of Death è piuttosto diverso dai suoi predecessori. Daemon, uscito ormai sette anni fa, era un tentativo ammiccante di rifare De Mysteriis Dom Sathanas, quindi, nella pratica, una roba più lineare, melodica e con svariati passaggi ripresi pari pari da quella pietra miliare. L’ancora precedente Esoteric Warfare, del 2014, era un cazzeggio acido, come ebbi a scrivere, che nel suo essere senza capo né coda rappresentava quantomeno un singulto di coraggio da parte di un gruppo che tra i molteplici cambi di formazione aveva perso la propria identità, soprattutto considerando che a cambiare erano proprio i compositori.
Questo invece boh. C’è un po’ di tutto, dal suddetto cazzeggio acido ai passaggi derivati dal De Mysteriis, con in mezzo il religious black e chissà quanto altro. Strumentalmente è un pastone in cui Hellhammer pare divertirsi parecchio (almeno lui…), con le chitarre quasi costantemente su registri dissonanti, i cambi di tempo continui che non aiutano a tenere il filo di quello che sta succedendo e soprattutto la voce di Attila che non sta zitto un attimo. La cosa straniante è che i due dischi precedenti erano talmente insignificanti che questo, in un certo senso, forse è pure migliore. Certo, l’idea di riascoltarlo una volta finita la recensione non credo mi passerà neanche per l’anticamera del cervello, però ripeto, forse è un passettino in avanti. È che è tutto troppo stracarico, troppo intenso, troppo esasperante: ascolti la prima, Ephemeral Eternity, a cui partecipa pure Garm, e ti dici che dai, magari stavolta l’hanno imbroccata. Però dura quasi sette minuti, dopodiché ce ne sono altri quaranta che ti sfibrano nell’animo. Dal vivo il loro approccio caciarone e ritualistico continua ad essere interessante, ma su disco non ce la posso proprio fare. Poi magari anche Liturgy of Death godrà di recensioni entusiastiche come pare successe anche per Daemon, non so; però sono proprio questi i casi in cui sono felicissimo di non leggere mai le recensioni degli altri siti. (barg)


Mah… l’ ho sentito e a me sembra un disco eccellente. E io non sono un fanboy. Vabbè, de gustibus
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Ma è un discone delle madonna, cupo epico e maligno! Mi sta piacendo molto.
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Forse la prossima volta lascerei la recensione a uno cui piace il genere…
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