Splendidi quarantenni: ARTILLERY – Fear of Tomorrow
Essere la persona giusta nel posto sbagliato non è una condizione che riguarda solo i musicisti. Anche nello sport di squadra – nel calcio, ad esempio – ci sono campioni che non hanno mai raggiunto una finale mondiale per nazioni, a causa di un contesto non all’altezza delle loro ambizioni o di lotte che erano impari già in partenza.
Gli Artillery nacquero nel 1982 a Taastrup, sobborgo di Copenaghen, per iniziativa dei fratelli Michael e Morten Stützer, insieme a Jørgen Sandau, Carsten Nielsen e, tra i primi momenti, con il cantante Per Onink. Mentre nella Bay Area (e più in generale in America) accadeva di tutto, loro pubblicavano demo su demo: We Are the Dead (1983, in stile Venom), Shellshock e Deeds of Darkness (1984). L’anno successivo il brano Hey Woman venne inserito nella compilation Speed Metal Hell della New Renaissance Records. Gli Artillery rientrano tra le primissime formazioni thrash metal, tuttavia persero i famigerati “treni” della scena per motivi puramente geografici, nonostante fossero comunque guardati con un certo rispetto. Con i Metallica dei primi tempi si crearono anche rapporti di amicizia: il compianto Morten ricordava con orgoglio quando Cliff Burton si mise a improvvisare al basso insieme a loro nella sala prove (e chissà che non possa accadere ancora oggi, in qualche luogo).
L’esordio Fear of Tomorrow (che riprendeva il titolo della loro quarta e non ultima demo) vide la luce quarant’anni fa, con alla voce Flemming Rönsdorf: croce e delizia per i fan del genere. C’è chi giudica la sua teatralità troppo vicina al power metal, e chi invece considera i suoi vocalismi acrobatici una delle vere carte vincenti del disco. I primi paragoni che vengono in mente sono Kill’em All (per la produzione “fangosa”) e i Manilla Road, per un certo approccio di scrittura. Una base NWOBHM (anche nella copertina) che si intreccia con un thrash tecnico, ma mai del tutto pulito. Anzi: proprio quell’imperfezione fa emergere una componente oscura, quasi depravata.
L’intreccio del basso nell’incipit di The Almighty richiama la sfrontatezza di un mostro a tre teste, come se fosse partorito dalla fantasia del buon vecchio Howard Phillips. La traccia omonima è un assalto tellurico in cui le chitarre sembrano voler invadere le casse dello stereo, contendendosi la precedenza. La loro forza non si limita però alle sfuriate più veloci: riescono a bilanciare bene anche momenti vicini ai Black Sabbath, come in Deeds of Darkness, senza perdere la loro carica minacciosa.
Oggi purtroppo la band ha seguito il naturale processo di “membro fondatore superstite +4” (facciamo +3, considerando Peter Thorslund) di tante realtà rimaste sfortunatamente nel gradino di culto per la scena. Anzi, a corollario delle sfighe proposte dal fato, uno dei svariati sostituti, il batterista Josua Madsen, due anni fa venne persino mortalmente investito da un bus. Fear of Tomorrow però, ascoltato a quarant’anni di distanza, rimane una testimonianza di straordinario valore: un tassello della colonna vertebrale del thrash metal difficilmente replicabile. Sporco, ruvido e leggermente ovattato, nonostante un tasso tecnico sorprendentemente alto. È una scuola di suono che oggi si può al massimo simulare, più che riprodurre davvero. Senza dimenticare che gli Artillery furono molto più di questo: con Flemming Rasmussen (già collaboratore dei Metallica) esplorarono territori del thrash quasi opposti rispetto all’esordio, dimostrando talento e capacità di evolversi. Però forse di questo riparleremo tra cinque anni. (Federico Francesco Falco)


