NECRODEATH – Arimortis

Sono venticinque anni che scrivo le recensioni degli album dei Necrodeath, ma stavolta mi sono sentito in difficoltà. Non perché Arimortis fosse all’atto pratico il loro ultimo respiro: già in agosto avevo pubblicato un articolo riguardo il loro programmato scioglimento, nel quale esprimevo un parere piuttosto positivo sulla saggia scelta dei thrasher genovesi. Meglio chiuderla quando hai ancora l’energia e le palle in canna per sparare un album, che forzare e sputtanare il tutto in balia della vecchiaia e del malcontento generale.

Il fatto che mi ha mandato in crisi è il seguente: ci sono due modi per recensire Arimortis, e uno esclude di fatto l’altro. Nel primo caso avrei potuto redigere uno sterminato pippone proveniente dal cuore circa l’importanza dei suddetti lungo tutto l’arco della mia vita metallara. Alla fine del giro, due righe democristiane sull’album e giù il sipario. Scrivere una cosa del genere, a parer mio, sarebbe stato come affermare che di Arimortis non mi fregava niente. Come dire che è un album uscito tanto per.

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Ci tengo all’ascolto e all’assimilazione di Arimortis al punto che è un mese che lo sto ascoltando ripetutamente, sia chiaro, tempo permettendo, poiché ne ho poco, dal singolo che lo apre ai dolorosi conati che gagliardamente chiudono Hangover. Ne scriverò come se fosse semplicemente il nuovo album dei Necrodeath, come se tutto il contorno non esistesse. Perché i Necrodeath si sono sciolti il giorno che hanno detto di volersi sciogliere. Oggi ci godiamo l’album, prossimamente le loro ultime esibizioni dal vivo e sarà soltanto allora che, semmai, si proverà un misto di gioia e rammarico per l’incontrare di persona coloro che hanno portato in scena qualcosa come Into the Macabre e tutto quanto il resto.

Parto con le note dolenti, che sono poche. Titolo e copertina non mi sono piaciuti sin da principio, sebbene dietro a ogni scelta vi siano motivazioni oculate che a mezzo stampa sono già ampiamente diramate dalla band. I due singoli apripista non mi convincevano a fondo, almeno in prima battuta. Sono indubbiamente cresciuti con gli ascolti: Storytellers of Lies è un thrash metal efficace concluso da un mid-tempo clamoroso; Arimortis un brano dominato da ritmiche tribali che funzioneranno alla grande sul palco. Near Death Experience ripropone il cantato in italiano di The 7 Deadly Sins – a proposito di un’altra copertina che a suo tempo non apprezzai particolarmente – e un riffing che gira attorno al death metal. La velocità sembra esser tenuta in disparte come in Draculea, stavolta in favore del riff piuttosto che dell’atmosfera generale, e del segmento solista riservato a Pier Gonella, proprio come in Singin’ in the Pain. Ho trascorso oltre un decennio a rimpiangere Claudio, in seguito alla sua uscita. Trascorrerò il prossimo a rimuginare su quanto si fosse ben amalgamato Pier Gonella con i Necrodeath – che nulla c’entrava con i Necrodeath, almeno sulla carta – al termine della loro carriera.

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Il terzetto in mezzo all’album è con certezza quello che preferisco, compresa Alien con tutto il suo dinamismo e il suo spazio concesso al batterista in fase mediana, fra accelerazioni, break in doppia cassa e fill azzeccati. Peso è un batterista che alcuni definirebbero anacronistico: sulla carta oggigiorno sono tutti più preparati tecnicamente, più rapidi e inquadrati di lui. Guardate il pischello che si sono presi i Testament per sostituire Dave Lombardo, per dirne uno. Nessuno di codesti batteristi mi lascia niente, sono come macchine istruite da un unico comune denominatore, il tutorial, il maestro generico che ti inculca la swivel technique o il gravity blast. Pure quello dei Fleshgod Apocalypse è bravissimo, ma non mi fa alcuna breccia nel cuore. Peso mi mancherà, perché è uno dei migliori batteristi metal di cui abbia potuto godere. È personalità, carisma, creatività, firma e la giusta quantità di tecnica, come in una ricetta in cui se esageri non sei migliore, hai semplicemente scazzato.

No More Regrets è il pezzone di Arimortis alla maniera in cui Delicious Milk Plus era stato il pezzone di Singin’ in the Pain: oscurità totale alla Draculea in apertura, riff su riff in seguito. Semplicemente bella, con Peso che ci dà dentro come un dannato in levare, favorito anche da un mixaggio bello alto sul rullante, proprio come ai tempi dei Mondocane. Carucce anche New God e Hangover, per un album che rispetto al suo predecessore presenta meno varietà e novità, e che ho ascoltato un po’ più volentieri, con maggiore continuità. Bello anche il rifacimento di Necrosadist, asciutto, senza ritocchi o aggiunte percussionistiche come quando rifecero The Flag of the Inverted Cross – che perse un bel po’ del suo fascino nero originario. A proposito, Necrosadist è con buona probabilità la loro canzone che preferisco e sono fiero d’averla ritrovata ri-registrata per ultima. La recente riedizione di Fragments of Insanity era stata un’operazione incapace di convincermi del tutto in virtù dei suoi suoni, stavolta non è stata sbagliata una sola virgola. A proposito, Metempsychosis è qui giunta al suo secondo capitolo.

Chiudo con Flegias, che tanti anni ho impiegato ad accettare in qualità di sostituto del leggendario Ingo Veleno. Buonissima la sua prova, rauca e caustica e in minor proporzione indirizzata allo screaming estremo proposto per lunghi tratti con i Necrodeath. È come se cantasse come ho sempre sperato che cantasse, e, in maniera speculare a quanto ho affermato a riguardo dell’adattamento di Pier Gonella, rimpiangerò pure questo aspetto.

Avevo la sensazione che sarebbe uscito un album citazionista e poco sentito – in origine Peso era intenzionato a chiudere il discorso con un singolo accompagnato da un videoclip – e sono stato smentito nel modo più secco possibile. Bell’album, a sigillo di un tratto terminale di una discografia sì dominato da The Age of Dead Christ, ma privo di cali d’attenzione. Ci vediamo in un locale che mi auguro sarà gremito di persone. (Marco Belardi)

2 commenti

  • Avatar di Hieiolo

    Starei ore a parlare del declino ipertecnico dei batteristi moderni. non ce nè piu’ uno e sottolineo UNO che si distingua dalla massa. Al massimo c’è qualcuno che pesta un po’ piu’ forte ( Casagrande ) e qualcuno che è ancora + veloce ( Estepario). Per i Testament rimpiango addirittura il buon Lou Clemente, con la sua tecnica essenziale permetteva al gruppo di concentrarsi sulle canzoni e sui riff, mentre ora sinceramente non si capisce un cazzo di quello che suonano tra blast beats rullate e growl… ridatemi Practice whato you preach!

    Per il resto ” i Necrodeath sono morti, lunga vita ai Necrodeath”.

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  • Avatar di fabio rossi

    Locale più gremito? Lo stesso giorno della data di Roma, Traffic risponde con Fulci nella loro unica data centro-sud.

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