Avere vent’anni: dicembre 2004

L’IMPERO DELLE OMBRE – st

Barg: È necessario che qualcuno scriva qualcosa sul debutto de L’Impero delle Ombre perché sì. A dicembre però purtroppo i miei profumati colleghi sono tutti febbrilmente impegnati a scrivere recensioni e recuperoni da citare poi nelle playlist, e dato che nessuno ha risposto ai miei appelli ho dovuto prendere in mano la situazione e parlarne io; del resto, quando il gioco si fa duro, i giochi cominciano a durare. Che poi non c’è neanche troppo da dire, perché si rischia di usare sempre le stesse parole e gli stessi concetti: il dark sound italiano, la tradizione occulta, le atmosfere magiche, la personalità mediterranea, eccetera. Lorenzo Centini e Stefano Mazza riuscirebbero a tirarci fuori un bell’articolo evocativo e circostanziato, ma io non sono Centini né Mazza e quindi vi dovrete accontentare. Significativo che un gruppo così oscuro, esoterico e concettualmente stratificato venga da Gallipoli, che magari voi conoscete a causa della fama di dozzinale meta turistica per ragazzini, fighetti e tamarri, ma che in realtà – io ci ho abitato molto prima del boom – è un posto che nasconde un rancore, una cattiveria e un malessere che non vi potete immaginare. Ma così è, e sarebbe bello se un giorno la gente parlasse di Gallipoli come il posto da cui viene L’Impero delle Ombre.

SARCOMA INC. – Torment Rides Forever

Griffar: Una ventina d’anni fa, come m’è già capitato di scrivere in un recente passato, assistemmo ad una possibile ibridazione tra il brutal death e il black metal, nel senso che alcuni gruppi death metal basarono i loro schemi compositivi su stilemi black prima di allora totalmente ignorati dalla maggior parte degli artisti dediti al genere. Fu così che Daemon – uno dei due cervelli dietro i Limbonic Art – s’inventò un progetto che traslasse i criteri compositivi del celebratissimo gruppo norvegese in ambienti che con il black non c’entrano una mazza. I Sarcoma Inc. sono proprio questo: death-thrash frenetico, che, crediateci o meno, non raramente ricorda i primi due capolavori dei Necrodeath, solo più glaciali anche e soprattutto per via della drum machine, più asettica che mai. Torment Rides Forever in sostanza è questo: una rivisitazione del death-thrash anni ‘80 in ottica black metal tecnico. Il disco è nervosissimo, frenetico, inquieto e malmostoso durante tutti i suoi 36 minuti di assalto sonoro; fu spacciato come un capolavoro rivoluzionario ma, credetemi, non lo è per nulla. È solo un buon disco, che a sua maggior gloria ha potuto annoverare tra i suoi creatori uno degli artisti allora più in voga; eppure, tirate le somme, il progetto ebbe scarsa notorietà e ancora meno popolarità. A questo lavoro seguirono altri due album, ancora meno pubblicizzati visto lo scarso interesse suscitato da questo debutto, il più recente dei quali (Psychopathology) è datato 2008. Credo non sia azzardato definire i Sarcoma Inc. come una meteora morta e sepolta.

VARATHRON – Crowsreign

Luca Venturini: Crowsreign è unanimemente conosciuto come il disco di merda dei Varathron. Diciamo che gli si può trovare un’attenuante nel fatto che negli anni immediatamente precedenti al 2004 i greci hanno avuto qualche problemino di stabilità di formazione. D’altro canto però è proprio con questo disco che i Varathron iniziano a dotarsi di un batterista umano e finalmente a tirar fuori qualcosa meritevole di attenzione, almeno da parte mia. È con Crowsreign che riuscirò ad ascoltare i Varathron oltre la seconda traccia. Perchè a me la drum machine fa l’effetto che oggi le copertine fatte con l’intelligenza artificiale fanno a molti: schifo. Ci sono contesti in cui ci sta, la drum machine, e altri dove proprio no. Nel black metal greco, fatto di un sound caldo, torrido, soffocante, proprio non ci sta. Il problema specifico dei due primi Varathron è che, a parte i suoni totalmente irrealistici (quello dell’hi hat, parliamone, sembra quello di una batteria giocattolo scassata), chi ha programmato la drum machine ha trovato soluzioni ritmiche che manco un batterista al primo anno di lezione concepirebbe così basilari. E quindi Crowsreign avrà sì i suoi difetti, molti pezzi non vanno da nessuna parte o sono inutilmente lunghi, però, sant’iddio, che liberazione sentire quel fill di apertura di Evil Gets an Upgrade.

NAE’BLIS – Beyond the Light

Griffar: Il loro disco più famoso è il secondo Sketches of Reality, ma questo forse lo si deve a Beyond the Light, l’esordio. Erano tempi nei quali, se ti proclamavi autore di black atmosferico, bene che vada ti sommergevano di sputi come ad un concerto punk; ciononostante Magnus Wohlfart – che si è occupato di tutto il progetto dalla A alla Z – se n’è andato per la sua strada incurante delle critiche. Beyond the Light è un disco black metal; solo che non è canonico black metal, è completamente incentrato sulle chitarre, sui loro sdoppiamenti, le armonizzazioni e le trame anche complesse che trasportano l’ascoltatore in qualche anfratto ombroso, pericoloso, oscuro e ostile. Tolta l’omonima che chiude il disco, gli altri 5 brani sono piuttosto lunghi, evocativi e coinvolgenti, e puntano tutto su melodie infelici per stimolare i vostri nervi spinali. Lo screaming è molto riverberato e tenuto prevalentemente in secondo piano, soffici tastiere compaiono sparute qua e là, ma la parte del leone la fanno le intime, ipnotiche e stramaledettamente trascinanti armonie di chitarra. L’album è bellissimo, forse uno dei primi a potersi fregiare del titolo di black atmosferico nel vero senso della parola, nonché uno di quelli che meno ha sofferto del passare del tempo.

ARCANA – Le Serpent Rouge

Michele Romani: Gli Arcana sono il mio gruppo preferito tra quelli usciti nell’era della Cold Meat Industry, gli unici probabilmente di quel roster a dare al dark ambient apocalittico un’aurea più funerea e malinconica, grazie a dischi straordinari come Dark Age of ReasonCantar de Procella  e …The Last Embrace. Purtroppo il divorzio da suddetta etichetta non è stato affatto un bene per il progetto di Peter Bjärgo, che dopo il non indimenticabile The New Light firma per Displeased Records e dà vita a ‘sta roba incomprensibile dal titolo di La Serpent Rouge: un disco fiacco, noiosissimo, impostato come se fosse una lunghissima suite piena di elementi etnici e orientaleggianti, che non si capisce veramente cosa c’entrino con gli Arcana. Del sound apocalittico con quel magico tocco gotico-medievaleggiante dei primi dischi non c’è neanche l’ombra, e ai tempi fu veramente una delusione totale.

SPAWN – Human Toxin

Griffar: Spawn è un moniker piuttosto abusato dai gruppi di metal estremo, grossomodo ne esistono o sono esistiti una decina, senza contare le derivazioni. Ci occupiamo ora di quelli tedeschi e del loro secondo full Human Toxin. Suona molto americano, death metal vecchio stile, che non intende distruggerti i timpani con un martellamento continuo, piuttosto con un subdolo, quasi melodico, impatto assillante che infine lascia esausti. Human Toxin è un bel dischetto, di sicuro potenzialmente gradito dagli amanti del death più classico statunitense. Ascoltando l’album infatti gli unici paragoni che vengono in mente sono con i grandi classici d’Oltreoceano: Possessed, vecchi Obituary, siamo lì. È l’album che gli è venuto meglio e anche quello che ha avuto miglior visibilità: io lo trovai in offerta alla Fnac in via Roma a Torino per pochi euro, domandandomi come diavolo facessero ad avere in magazzino un disco simile. Probabilmente lo presero per sbaglio e grazie a me riuscirono infine a disfarsene. Al contrario della Fnac loro sono ancora in vita, anche se non è dopo che abbiano inciso vagonate di dischi, mi sembra un paio ancora, non di più; soprattutto, ciò che è venuto dopo se lo sono filato in pochissimi. Onore a loro per la passione, la perseveranza e la resilienza… Se comunque volete farvi un’idea di quanto fossero validi, il consiglio è di partire da questo episodio.

OVERLORDE – Return of the Snow Giant

Barg: Per inquadrare al meglio gli Overlorde basta dare un occhio alla loro discografia: un EP omonimo nel 1985, il presente full Return of the Snow Giant nel 2004 (che contiene due pezzi del primo EP, ovviamente riregistrati) e poi il secondo full, Awaken the Fury del 2023, di cui scrisse Belardi. Ovviamente il tutto con vari cambi di formazione, a parte i membri fissi John Bunucci al basso (e alla voce nel primo EP) e Mark Edwards alle chitarre. Il disco in oggetto lo recensii sul Metal Shock cartaceo e gli misi 8, ma probabilmente rimasi anche spiazzato dallo stile della band americana, che sembrava uscita dagli anni Ottanta senza neanche una piccola spolveratina modernizzante: il tutto gira infatti intorno a un power metal americano ottantiano con fortissimi influssi di speed-thrash, anche grazie alla voce di Bobby Lucas (anche in Attacker, Morbid Sin e Seven Witches). Confermo il voto dell’epoca, ad ogni modo.

SILVA NIGRA – Černý kult

Griffar: Tempo fa, se non avevi mai ascoltato o non possedevi tutta la discografia degli slovacchi Silva Nigra, eri considerato un poser del cazzo. Manco una larva di mosca sarebbe stata considerata così merdosa. Non dico che tutto questo hype fosse usurpato ma, riascoltato oggi, Černý kult non si può certo definire un disco imperdibile. Discreto, classico old-style black metal senza eccessive pretese. Te lo riascolti un paio di volte e poi senti l’impellente bisogno di dedicarti ad altro. Pesca a strascico dai vecchissimi (e migliori) Behemoth, dai DarkThrone, dagli Inferno. I 7 pezzi propriamente tali sono molto punkeggianti, la struttura standardizzata su tumpa-tumpa non particolarmente veloci, alternati a non troppo lunghe sfuriate monocorda-3-note tipiche Behemoth. Il disco è gradevole, meglio ribadirlo; ma davvero vent’anni fa dietro a questi tipi ci sbrodolavamo? Bisogna farsi delle domande… forse ci esaltavamo troppo per gruppi che nel nostro immaginario erano “esotici’. Può darsi, va anche bene, ma nei tanti anni oramai passati dall’uscita di Černý kult abbiamo potuto ascoltare musica molto migliore, anche da parte degli Aeon Winds, dei quali Svarthen (qui in veste di bassista per molti anni) è primo motore. Sono ancora in giro a quanto pare, anche se l’ultimo disco “serio” risale al 2016; nel ‘22 hanno fatto uscire un 7” split con gli Antikrist, che sarebbero un side-project di Svartalv dei Gehenna, e che il Capro li abbia in gloria è uno dei dischi più inutili che io abbia mai ascoltato.

LORD GORE – Resickened

Luca Venturini: Nel 2004 i Lord Gore erano una band di grind death con vocalizzi tipo maiale impaurito alternati a gabinetto otturato male. Di Resickened, secondo album della band, c’è poco da salvare. È piuttosto noioso, e avete tutta la mia stima se riuscite ad arrivare anche solo alla terza traccia. Recentemente è stato ristampato in una compilation che comprende anche il loro esordio. Qui ci metterei un “wow” sarcastico, se ve ne stessi parlando a voce. Vabbè, quindi perché dedicare attenzione a ‘sta band? Beh, nel 2006 si sono sciolti, si sono riformati nel 2017 e due anni dopo è uscito il loro terzo disco per la bresciana Everlasting Spew. Ecco, quel disco merita davvero. È trecento passi avanti al suo predecessore, si chiama Scalpels for Blind Surgeons e ve lo consiglio caldamente.

GOATMOON – Death Before Dishonour

Michele Romani: Quando mi si nominano i Goatmoon il mio pensiero, da un paio d’anni a questa parte, va a GRIFFAR e a quella sua maglia della suddetta band con crocione celtico annesso, esibita con molta nonchalance in una nota osteria milanese il giorno in cui l’ho conosciuto prima del concerto dei concerti – maglietta che è stata molto apprezzata dalla tipica clientela radical-chic di suddetta osteria. In realtà non sono mai stato un grandissimo estimatore del progetto facente capo unicamente a tal Jaakko Lähde, che nel corso degli anni ha fatto parlare di sé più per le liriche ultra-nazionalsocialistiche che per il genere proposto. Musica che nel corso degli anni ha subito una radicale trasformazione, dal raw black metal cazzarone degli inizi a chiarissime influenze RAC di absurdiana memoria, passando per il pagan, il black‘n roll, il folk più puro e chi più ne ha più metta. Death Before Dishonour è il loro primo disco e anche quello, se vogliamo, più tradizionale: raw black metal registrato in maniera oscena (vi giuro che spesso non si capisce assolutamente nulla di quanto suonato) all’interno del quale fanno capolino melodie di chiara matrice finnica e riff di pregevole fattura che però spesso danno la sensazione di non essere proprio originalissimi, diciamo così. Il disco in realtà si lascia ascoltare abbastanza piacevolmente, ma se devo scegliere un disco dei Goatmoon io propendo sempre per Varjot che a mio parere è quello che gli è uscito meglio.

FUNERAL PROCESSION – Legion Cymru

Griffar: Il ventesimo anniversario di questo EP offre qualche spunto di conversazione. La band tedesca, a dispetto di un moniker di stampo depressive black, in realtà si dedica ad un assai più canonico black metal ispirato dai grandi classici norvegesi, sia per la musica sia per i testi anti-religion anti-human anti-life. La band, che l’anno venturo taglierà il traguardo dei trent’anni di carriera, fu discretamente prolifica nei primi anni d’esistenza e assai meno nella seconda metà; la loro discografia consta di una decina di titoli e di essi uno solo è un full (l’eponimo del 2006), il resto sono split ed EP. Fin qui nulla di sconvolgente. La cosa si complica se si racconta la storia di questo EP, uscito in origine in CD con 4 brani limitato a 33 copie (!!) e ristampato l’anno seguente in versione vinile 7” con un brano in meno del quale esistono 333 copie. Ne consegue che il CD fu introvabile per chiunque non stipendiasse un segretario con il compito di procurare anche l’uscita più nascosta e irrintracciabile, e ora che la pratica di limitare le uscite fisiche è diventata diffusissima ci si chiede a cosa serva fare uscire un titolo che di fatto nessuno può comprare. Soprattutto in un’epoca in cui le versioni digitali dei dischi erano piratate o quantomeno pionieristiche. Ha senso mettere sul mercato un disco in questo contesto? O forse è solo un sistema per fare parlare di sé? Esaltazione o biasimo pari sono, se intendiamo mussolinianamente la frase “non importa come se ne parla, basta che se ne parli”. Chissà se queste domande avranno mai una risposta.

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