NIGHTWISH – Yesterwynde

Solitamente per i Nightwish scrivo sempre lunghi pipponi in cui cerco di dimostrare qualche mio pensiero balzano su Tuomas Holopainen e la sua poetica da bimbo dei film di Natale americani con gli occhi sgranati di fronte alla meraviglia del mondo. Oggi invece sarò più succinto e prosaico, non tanto perché sia meno ispirato io ma perché questo Yesterwynde non si presta a tali discorsi come succede di solito.

Questo è, dai tempi di Century Child, il primo album senza Marco Hietala, sostituito al basso da Jukka Koskinen, attuale membro dei Wintersun e membro storico dei Norther (di cui ricordo sempre di ascoltare Dreams of Endless War, se non l’avete già fatto). Rispetto al precedente Human Nature (o come si scrive) questa decima prova dei Nightwish è più lineare. Più un disco di canzoni che un’immaginifica colonna sonora di qualche film che Holopainen ha in testa. Questo non vuol dire che sia lineare in senso assoluto, perché ho paura che il suddetto Holopainen non riuscirebbe a fare un altro Once neanche se ci provasse con tutte le proprie forze; e parlo di stile, non di qualità. Tutto rimane sempre molto pesante da digerire, a partire dalla durata (71 minuti) fino alle composizioni stesse, sì più normali rispetto al recente passato ma sempre comunque complesse e molto, molto strutturate. Non ci sono suite o episodi particolarmente lunghi, a parte il singolo An Ocean of Strange Islands di nove minuti, quindi i pezzi non sono intricati di per sé, ma sono sempre appesantiti dall’elemento sinfonico, che si è ingoiato tutto il resto, e da una scarsa propensione per la melodia memorizzabile. Del resto – come detto – ad Holopainen non interessa ripetere ciò che aveva reso i Nightwish grandi e famosi; a lui ormai interessa fare altre cose, e Yesterwynde non fa che confermarlo.

Parlando dell’elemento sinfonico, ritorna qui l’orchestra da un milione di elementi accompagnata dal coro con due milioni di elementi, e questo ci fa ritornare al discorso fatto qualche tempo fa per i Rhapsody di Symphony of Enchanted Lands II: la vendetta. Troppo spesso la cura per gli arrangiamenti e le orchestrazioni sembrano il punto focale della questione, sbilanciando il disco e rendendolo veramente apprezzabile solo con l’ascolto prolungato e solitario in cuffia, un qualcosa che non so in quanti saranno disposti a concedere ai Nightwish. La melodia comunque c’è, peraltro molto più che nel precedente: pezzi come quelli estratti per i videoclip, arrangiati in maniera diversa, sarebbero potuti stare persino su uno dei dischi con Lagnette Olzon. Però l’elemento sinfonico resta sempre preponderante, al punto da annegare qualsiasi spunto puramente melodico.

Detto ciò, come sempre con gli ultimi Nightwish, anche questo Yesterwynde mi fa faticare a immaginare un pubblico di riferimento. Loro erano sulla cresta dell’onda quando facevano tutt’altro, e con tutt’altro approccio. La chiave è capire chi sia disposto a spendersi in quei suddetti ascolti prolungati e solitari per apprezzarne tutte le sfumature. Di certo chi cercava qualche altro pezzo da compilation, diciamo così, una Wanderlust, una Dark Chest of Wonders o una Storytime, qui rimarrà fortemente deluso. Ma non si può dire che Holopainen non ci avesse avvertiti in tempo. (barg)

3 commenti

  • Avatar di Stefano Ronco

    Confermo pienamente la tua recensione, io amandoli sin dall’ inizio, ed essendo stato a vederli due volte con l’ impareggiabile Tarja, ormai non ho più speranze. Gli ultimi due album sono suonati benissimo nulla da dire, però non puoi ascoltarli e canticchiarli in continuazione.

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    • Avatar di tapiroubriaco

      Il problema è che, pure in forme poco ortodosse, prima i Nightwish erano un branco di sbarbati finlandesi capitanati da un ragazzo di famiglia middle class che si rifugiava nei fumetti, nei racconti fantasy e nei dischi dei Metallica.

      Un branco di misfit, né più ne meno.

      Trascendendo dai gusti (puoi trovare Oceanborn stucchevole? Certo!), tanto bastava a riservargli una coperto alla mensa di Odino, con Mark Shelton e Lemmy, perché l’accesso al banchetto si guadagna per fede e non per opere: fai cacare, ma se ci credi Odino ti accoglierà lo stesso.

      Quello che i Nightwish ora sono è, in primis, non dei misfit, ma parte della cultura egemone: almeno dal 2012 (data simbolica scelta arbitrariamente, corrispondente all’uscita della seconda immonda trilogia di Peter Jackson) il fantasy non è da misfit, ma è il piatto principale di Hollywood — e non parlo del fantasy ingenuo, di Ladyhawke con Alan Parsons sulla colonna sonora e Rutger Hauer.

      La complessità, il postmoderno, i superkolossal, la magniloquenza sono la cifra dell’epoca in cui viviamo. Nelle sale i film di supereroi si alternano ai film Christopher Nolan con la colonna sonora di Hans Zimmer, e la morale dominante non è più quella democristiana, ma una perversa feticizzazione della scienza e del positivismo.

      E le scene di sesso sono sparite, ma è un altro discorso.

      Ebbene, quel che è peggio è che se prima i Nightwish scrivevano in cameretta, in preda alle vaccate che trovavano alla sezione “fantasy” della locale biblioteca, magari filtrati attraverso una lente autobiografica un po’ del cazzo, da almeno 10 anni scrivono quello che gli suggerisce il feed di Facebook, o una sessione di idle clicking su Wikipedia che gli frutta aneddoti sgangherati e “culture wars” che invitano a scegliere una posizione.

      Il paragrafo sopra non è speculazione: in un’intervista di dieci anni fa quell’immondo zappaghiaccio del mastermind confessava di essere drogato di social media (“la prima cosa che faccio appena mi sveglio è sbloccare il telefono”), e i risultati si vedono.

      Il risultato, lo gettano dentro una macchina corporate che passa per una fase di preproduzione infinita che omologa ulteriormente, se fosse possibile, le poche idee buone.

      A questi livelli è come progettare e costruire un carroarmato: il vero songwriting dura un mese, poi non si può cambiare una nota; la fase di industrializzazione ne dura 11 e nessuno può prendersi libertà che non siano meri vezzi.

      Le cazzate su Dawkins, i testi da Superquark, il grandstanding antireligioso (sì, anche Angels Fall First, ma era ben altro il modo), la magniloquenza fine a se stessa sono il risultato.

      Omologazione, noia, noia e omologazione, sebbene che con produzione miliardaria.
      E le scene di sesso sono sparite.

      Shelton e Lemmy, dicevo.

      Vado a rimettere Open The Gates sul piatto e a brindare a Mark, che ha continuato a leggere i suoi Urania e cantarli su qualunque palco gli dessero a disposizione fino, letteralmente, alla morte.

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  • Avatar di gianni

    Bah alla fine questi dischi sono inascoltabili live, nel senso che non li suona nessuno, è tutto campionato: sì c’è la cantante che si sgola, un po’ di schitarrate e il tizio con la borsa dell’acqua calda, qualche accordo di basso e la batteria bontempi…a già e un tizio davanti a una tastiera che lancia dei file.

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