Un Sabbath italiano, vol.13: porci guerrafondai
Il conflitto nel Vietnam durò circa venti anni. A cavallo del passaggio dai ’60 ai ’70 stava vivendo la sua fase peggiore (per l’opinione pubblica occidentale), quella che ha portato alla sconfitta statunitense, ma anche alla diffusione di notizie ed immagini strazianti che non consentivano più di ignorare il destino di centinaia di migliaia, anzi di milioni di morti. Per non parlare dei feriti, dei mutilati, degli invalidi e dei sopravvissuti. Grandissima l’eco nell’opinione pubblica e, saprete, anche nella produzione artistica, cinematografica e musicale. Per esempio, i migliori di tutti (i Black Sabbath, ça va sans dire) presero posizione, nel 1970, con un brano fortissimo, forse il loro migliore in assoluto: War Pigs. Il titolo dice tutto (anche se i maiali in fondo, poverini, cosa c’entrano). Penso che siamo i più a condividere la posizione pacifista dei Sabbath (e non solo la loro). In fondo, salvo chi ha un diretto ed immediato tornaconto, chi può dire di preferire uno stato di guerra a uno (chiamiamolo) di pace? Poi si può contestualizzare, si può essere più o meno pragmatici, più o meno smaliziati, ma in fondo quando incontro qualcuno che considera serenamente la possibilità della guerra mi viene in mente il protagonista di Viaggio al Termine della Notte, entusiasta dell’intervento finché ancora al tavolino di un cafè parigino. Poi non è che si sceglie sempre di combattere una guerra. A volte la guerra arriva a casa tua e allora… Comunque: l’Italia, per fortuna, almeno non ha partecipato a quella sciagurata spedizione in Vietnam. E in quel decennio, i ’70, non ne ha combattuta nessuna. Avevamo i nostri problemi e le nostre tensioni in casa, lo sappiamo. E poi una guerra in realtà c’era, una fredda, la chiamano così. Però ecco, le bombe di quegli anni non le ha fatte esplodere l’esercito (forse). Certo, le cose avrebbero anche potuto andare diversamente.

Tra il 7 e l’8 dicembre 1970 ha fatto in tempo in una notte a prendere il via ed a fallire immediatamente un golpe, noto alla storia come Golpe Borghese, dal nome del principe Junio Valerio Scipione Ghezzo Marcantonio Maria Borghese, che ne era l’ispiratore e la guida. Già comandante della X Flottiglia MAS nel corso della Seconda Guerra Mondiale, aveva fondato un movimento politico di estrema destra chiamato Fronte Nazionale. Il proclama scritto per annunciare il golpe sosteneva, tra le altre cose, “che gli avversari più pericolosi, quelli che, per intendersi, volevano asservire la patria allo straniero” sarebbero già stati resi inoffensivi, al momento dell’attuazione. Il golpe, come dicevo, fallì, o meglio non venne attuato, per ordine all’ultimo momento proprio di Borghese. Dalle indagini successive pare che emerse, tra le carte di Borghese, una programmatica conferma di lealtà atlantica e l’intenzione di richiedere prestiti agli Stati Uniti d’America in cambio dell’invio di truppe italiane in Vietnam. Ecco là: non mi fido mai troppo dei sedicenti patrioti, non puoi mai dire di chi sia la Patria di cui fanno gli interessi per davvero. Quindi ecco, l’Italia non era in guerra (non ufficialmente e non una guerra “tradizionale”, diciamo), però l’aria non era il massimo. Per fortuna se ne poteva persino ridere. Lo fece Mario Monicelli, nel 1973, con Vogliamo i Colonnelli. In musica voglia di riderci sopra ce n’era meno. E non vi stupirò credo se vi dico che la nostra musica progressiva di accorate prese di posizione contro la guerra ne elencò più d’una. Diverse le troveremo più avanti, ma oggi, come sempre, scegliamo di seguire una strada in particolare. Quella di un complesso all’avanguardia rispetto al panorama italiano, sempre un passo avanti. Un complesso furbo ed importantissimo, per la musica progressiva italiana, come per quella pop e, come vedremo, anche per quella hard ed heavy. Anzi, diciamolo, anche se non lo direste dalla fama che hanno, le tracce più dure di proto-metal italiano (invero in avanti incredibilmente sui tempi) le trovate nella musica loro (e dei loro satelliti). Un complesso poi che vanta diversi primati. Uno di questi riguarda l’incredibile livello di conflittualità interna, tra i musicisti, che ne ha caratterizzato la storia. Vedremo che la scena metal odierna deve a loro qualcosa, non solo sul campo strettamente musicale. Da un “loro” concerto poi (il perché delle virgolette vi sarà chiaro poi) è scaturita tutta questa menata sconclusionata del Sabbath italiano. Signore e signori, entrino i New Trolls.
In origine in realtà erano solo i Trolls, complesso beat fondato a Genova nel 1965 da Pino Scarpettini, studente di conservatorio livornese, insieme al giovane Vittorio De Scalzi, polistrumentista figlio del titolare dell’albergo dove risiedeva Scarpettini stesso. Il complesso che i due mettono insieme comincia subito a togliersi delle belle soddisfazioni, pubblicando alcuni 45 giri. Qualcuno li inizia a ritenere i Beatles italiani. Al concorso del primo Torneo Rapallo Davoli, sponsorizzato dalla famosa ditta di strumenti musicali, si piazzano terzi, sconfitti dai Mat 65 e dai Corvi (sì, quelli di Un Ragazzo di Strada). I nostri non si scoraggiano (era certo già un bel risultato) e anzi pubblicano altri 45 giri. Poi la prima frattura, che preannuncia una storia futura fatta di separazioni, faide ed imprevedibili nuove alleanze che pare un romanzo di George R.R. Martin. Le strade di Scarpettini e di De Scalzi si separano. Il primo, con gli altri componenti del complesso, prosegue col nome Trolls, vince concorsi (come quello del settimanale Ciao Amici), incide ancora qualcosina, ma la sua fazione non vedrà mai la luce degli anni ’70. Vittorio De Scalzi invece fonda i suoi Trolls, degli altri Trolls, insomma: i New Trolls. Un po’ come gli Yardbirds, da cui nacquero i New Yardbirds, che poi però cambiarono quasi subito il nome in Led Zeppelin. Questi Trolls qui, quelli nuovi, nonostante siano nati diciamo da un colpo di mano, se non da un golpe vero e proprio, invece rimasero quasi sempre legatissimi al nome, come vedremo.
Insomma, nel 1967 i nuovi Trolls sono composti, oltre che da De Scalzi, dal cantante e chitarrista Nico Di Palo, dal bassista Giorgio D’Adamo, dal batterista Gianni Belleno e dal tastierista Mauro Chiarugi. Ad eccezione di quest’ultimo, della partita fino all’incirca al 1970, si tratta della formazione storica e i quattro saranno protagonisti di innumerevoli cambiamenti musicali e rivolgimenti che sanno di guerra civile. Ma avremo modo di raccontare. Per ora, seguiamo la straordinaria ascesa del complesso genovese, il più straordinario dei complessi italiani dell’epoca, sotto diversi aspetti. Un complesso anche furbo, sempre attento a cosa succede oltre manica e pronto a rielaborarlo per il mercato della penisola. Rielaborarlo egregiamente, diciamolo, anche per le doti dei musicisti. Intanto, all’inizio della loro storia i nostri si danno ad un beat psichedelico di fattura più che buona, con note di r’n’b. Prima ancora di incidere alcunché, sono già scelti per aprire la tournée dei Rolling Stones in Italia. Poi escono i primi due 45 giri di ottima psichedelia, con lati A intitolati Sensazioni e Visioni. Poi nel 1968 il primo LP, un concept, per di più. Se non il primo concept della musica italiana, il primo sicuro della nuova scena giovanile. Con testi scritti dal concittadino Fabrizio De Andrè su poesie di Riccardo Mannerini, Senza Orario Senza Bandiera anticipa di un mese un altro concept, il famosissimo Tutti Morimmo a Stento, proprio del cantautore genovese.
Continua l’ascesa del quintetto genovese, che nel 1969 partecipa a Sanremo e nel 1970 mettono insieme tutti i singoli già editi in una raccolta, intitolata semplicemente New Trolls, che contiene un brano di pop melenso e melodrammatico come Miniera, che se avete genitori nati nei ’40 o nei ’50 potrebbero benissimo cantare a memoria ancora oggi. È l’inizio della verve pop che, come vedremo, segnerà pesantemente il futuro dei nuovi Trolls. Ancora una comparsata a Sanremo nel 1971, con il grande Sergio Endrigo, poi, sempre quell’anno, la prima vera svolta, meritata eppure un po’ fortuita. In pratica il bravissimo e un po’ furbo musicista argentino Luis Bacalov, tra l’altro arrangiatore per tanti artisti italiani tra cui proprio Endrigo, aveva l’idea di adattare in forma rock un “concerto grosso”, una forma tipica della musica barocca italiana, con l’insieme dei musicisti divisi tra gruppo dei solisti e orchestra. I solisti, in questo caso, sarebbero stati i musicisti rock. Inizialmente l’intenzione era coinvolgere i Rokes di Shel Shapiro, poi la scelta passò a De Scalzi, Di Palo e compagni. Per l’occasione l’argentino compone il lato A, una suite in quattro tempi, riciclando nell’Allegro musiche già scritte per il film Cuori Solitari e per l’Adagio (Shadows) un tema usato in un film uscito pochi mesi prima, La Vittima Designata, con Tomas Milian come protagonista e anche come cantante del tema ora affidato ai genovesi. Dopo un omaggio di Di Palo a Jimi Hendrix, il lato B è invece la registrazione di una jam session del complesso, senza orchestra ed in presa diretta. Eppure in SIAE lo depositarono Bacalov, De Scalzi e Giorgio D’Adamo, pare all’insaputa degli altri. Mentre quindi si affilavano già i coltelli, Concerto Grosso per i New Trolls fu un altro grandissimo successo, una pietra miliare per il nascente movimento musicale progressivo in Italia, nonché il primo disco a unire orchestra classica e musica rock qui da noi, in provincia dell’Impero. Intanto nasce anche il fan club ufficiale dei New Trolls, il primo fan club d’Italia (tutt’ora attivo).
Con la dipartita di D’Adamo e l’ingresso del bassista italo-canadese Frank Laugelli, il successivo Searching for a Land del 1972 fu l’occasione in cui la tensione, forse non solo artistica, tra Di Palo e De Scalzi deflagrò. Il disco, primo album doppio della musica rock in Italia, è nettamente diviso tra le sue due metà, sebbene entrambe cantate sorprendentemente in idioma inglese. Il primo disco, “quello di De Scalzi”, è quello raffinato ed atmosferico, composto di brani prevalentemente acustici. L’ispirazione è quella del progressive più delicato e colto d’oltremanica. Oltre ai Genesis e ai Jethro Tull, che De Scalzi deve aver amato non poco, imitandoli col suo flauto traverso, ci trovate anche atmosfere molto suggestive, tipo quelle dei Led Zeppelin di III, o comunque dei momenti più onirici. A mio avviso, svetta tra tutte la lunga To Edith, nove minuti e mezzo, zeppeliniana fino al midollo e dotata di un’atmosfera davvero magica. La canta Di Palo coi suoi riconoscibilissimi acuti. Qui, in questo caso, credetemi se vi dico che sembra un incrocio di Robert Plant, nelle parti meste, e del Rob Halford epoca Sin After Sin negli acuti drammatici. Strumentalmente anche, un brano straordinario. Il secondo disco, invece, “quello di Di Palo”, è l’opposto, elettrico fino al parossismo, scuro ed heavy. Ci sentite gli applausi di un pubblico, ma è un espediente, perché si tratta del primo disco dal vivo per finta d’Italia. Comunque, un’energia a tratti parossistica. Strano a dirsi, le preferisco l’equilibrio del primo disco, quello “di De Scalzi”, ma Lying Here ha ad un certo punto un riff degno di Satori.
Nello stesso anno, 1972, esce pure Ut. E sarà l’ultimo disco della prima fase della storia dei New Trolls, quella che ci interessa anche per la musica e non solo per le faide interne. Tornati alla lingua italiana, il disco è più conciso e resta eterogeneo. Però De Scalzi non tocca quasi palla, figura nei crediti ma partecipa pochissimo, ad un brano solamente, ormai in rotta con gli altri (cui si era unito il tastierista Maurizio Salvi, già dal disco con Bacalov). Così Ut è guidato prevalentemente da Nico Di Palo ed assume la forma delle sue diverse anime musicali: le ballate pop melense e stracciamutande (presagio di quello che verrà) e brani di hard prog durissimo, il più duro che potevate ascoltare in Italia all’epoca. Come riuscisse a far convivere le due anime lo sa il Cielo, ma noi sappiamo che una delle due aveva le ore contate. Comunque, a noi giustamente interessano solo i brani più duri di Ut, quindi per cominciare I Cavalieri del Lago dell’Ontario, brano suggestivo che alterna marcette militari ad esplosioni di chitarra elettrica, batteria ed organo. Il testo racconta di un sopravvissuto ad un massacro. Non mi è ben chiaro se il sopravvissuto sia esso stesso una giubba rossa o vittima di un loro attacco. Cambia poco, perché comunque a ribadire la chiara posizione antimilitarista ci pensa più in là nella scaletta un brano dal titolo eloquente (ed abbastanza elementare), C’è Troppa Guerra. Ovvero il nostro tassello di oggi.
Ora, il testo di C’è Troppa Guerra non è mica un capolavoro. Se ne sarebbero occupati Belleno e la misteriosa Daina Dini, amica del complesso nonché fidanzata di uno del Balletto di Bronzo, per i quali anche ha scritto testi ben migliori, quelli di Ys. Le trascrizioni che si trovano su internet, piuttosto fedeli a quanto si ascolta, sono piuttosto confuse, a momenti banali, a momenti non sono sicuro abbiano significato. Però chiudere un ciclo sulle (presunte) tracce sabbathiane del rock italiano anni ’70 senza tirare in ballo Nico Di Palo in generale, e questo brano in particolare, non sarebbe stato un bel servizio. Insomma, senza il contraltare di De Scalzi e con una disponibilità di mezzi, strumenti e produzione che in Italia forse non aveva nessun altro, Di Palo tira fuori un brano zeppeliniano, più che sabbathiano, devastante, con un suono di chitarra ruvido, caldo, duro, definito. I riff sono dei Signori Riff. Pesantissimi. La chitarra, quando esplode dopo le parti sommesse, ha un’energia inaudita. Di Palo suona nello stile di Page, ma con il suono di Iommi e ci piazza pure un assolo heavy metal puro. Laugelli e Belleno supportano degnamente l’energia della chitarra. Salvi qui non pervenuto e infatti nei pochi spezzoni televisivi promozionali i New Trolls appaiono come un terzetto. Poi il pezzo si sviluppa con passaggi tardo beat, deflagrazioni hard e momenti melodici (forse un po’ svenevoli, a dire il vero) in falsetto. Già, il falsetto, croce e delizia del canto di Di Palo. Qui non insegue ancora i Bee Gees, ma sappiamo purtroppo che non mancherà tanto (ma restate attenti, più in là vi propongo un’altra sua interpretazione letteralmente devastante). Nonostante i difetti, C’è Troppa Guerra si presta benissimo a rappresentare il volume di oggi. Perché è un brano pesantissimo e avanti (per l’epoca) e per il suo testo, confuso nella forma ma fermo nel descrivere la miseria della guerra. Come dicevo, non è certo l’unica espressione pacifista del progressive italiano, per cui ora perdonatemi, lasciamo un secondo da parte i New Trolls e seguiamo un breve excursus, tutt’altro che esaustivo, che ci permette di incontrare alcuni altri brani e artisti meritevoli di menzione.
Sempre del 1972 è il celebre album “del salvadanaio” del Banco del Mutuo Soccorso, che contiene quella che è la menzione più ovvia del giorno, la famosa (spero) R.I.P.. Ora, sebbene il Banco nel 1972 avesse ancora una componente per certi versi ruvida e rock (lo sappiamo già), siamo lontani dalla potenza heavy dei New Trolls coevi. Eppure R.I.P. è anche un brano rock, indubitabilmente. Anzi, come Il Giardino del Mago che abbiamo incontrato tempo fa, è l’esempio di un connubio, e di un equilibrio perfetto, tra la parte più chitarristica e quella classica, colta. Liriche stupende (queste sì) evocative come poche. Ti si piantano in testa, decantate da Di Giacomo, all’esordio ma già espressivo come nessun altro. E comunque la chitarra di Todaro per me è bellissima. Peccato che come chitarrista non abbia avuto modo di fare di più. Come ingegnere del suono le sue soddisfazioni invece se le è prese. Il Banco comunque lo sostituì presto con Rodolfo Maltese. Proprio l’album dell’avvicendamento, Io Sono Nato Libero, del 1973, al quale contribuiscono entrambi, ospita un altro brano meraviglioso e meravigliosamente antimilitarista, la magnifica Dopo… niente è più lo stesso.
Difensori della patria, baluardi di libertà!
Lingue gonfie, pance piene non parlatemi di libertà
voi chiamate giusta guerra ciò che io stramaledico!!!
Dio ha chiamato a sé gli eroi, in paradiso vicino a Lui.
Ma l’odore dell’incenso non si sente nella trincea.
Il mio vero eroismo qui comincia, da questo fango.
Venne pubblicato nel 1973 (anche se registrato nel 1971) anche l’esordio dei fiorentini Campo di Marte, che si sarebbero sciolti poco dopo, forse anche a causa dell’ostracismo dell’etichetta internazionale (la United Artists) che poteva contare su di loro e invece ne ha ritardato la pubblicazione. Il disco fosse uscito due anni prima avrebbe probabilmente avuto un impatto ben maggiore, su una scena progressive non ancora del tutto consapevole e cresciuta. Sicuramente da recuperare (non fosse altro che per la stupenda Terzo tempo, che gli Uncle Acid sono sicuro conoscano bene, tanto sembrano rievocarne le atmosfere drammatiche nel loro ultimo disco), si tratta di un album totalmente incentrato nelle (poche) liriche su posizioni antimilitariste. La copertina, coi mercenari turchi che si infliggono da soli ferite per dimostrare coraggio, va ovviamente nella stessa direzione.

Altra copertina eloquente (un vero capolavoro dell’arte delle copertine progressive dell’epoca dell’artista Adriano Marangoni) è quella dell’esordio dei milanesi Alphataurus, pubblicato sempre nel 1973 dalla Magma di Vittorio De Scalzi (poi contestualizziamo). In pratica, sullo sfondo di un fungo atomico e di un castello fantasy, in primo piano una colomba di pace sgancia da un portellone nel ventre gli ordigni che andranno a esplodere al suolo. Non so se già all’epoca si parlasse di guerre umanitarie, ma scommetto che non si sia iniziato troppo di recente a giustificare i bombardamenti in nome della pace.
Infine un’ultima menzione per una canzone contenuta nell’esordio del 1974 dei romani Pierrot Lunaire, intitolata L’Invasore. All’epoca un duo composto da un multistrumentista e da un pianista classico, sembrano una specie di unione tra il cantautorato di de Gregori ed i viaggioni dei Popol Vuh. Le liriche chiaramente non sono quelle da denuncia spicciola, semmai più evocative, poetiche, solenni (“Morte di mille cavalieri allineati / bruciati dal gioco delle fiamme / li hai guidati tu”). Come la musica che le accompagna, d’altronde. Brano stupendo. Ma non mi dilungo ancora e con questo, se siete d’accordo, terminerei l’excursus, breve e certo non esaustivo, come dicevo, ma doveroso. Perché non abbiamo ancora finito di raccontare delle faide e lotte interne ai New Trolls. E il pezzo già è lungo…

Le due fazioni al completo: a sinistra i N.T. Atomic System, a destra gli Ibis.
La prima guerra civile interna al complesso genovese scoppia proprio da dove eravamo rimasti. De Scalzi se ne va. E come quando era uscito dai Trolls formando i New Trolls, ora se ne va dai New Trolls per fondare i suoi nuovi New Trolls. Siccome il nome New Trolls lo aveva depositato lui, fa in modo che gli altri non lo usino più, ma non ha troppo da gioire, perché alla fine della diatriba il giudice impone che il nome New Trolls possa essere utilizzato solo da un complesso che comprenda contemporaneamente De Scalzi, Di Palo e Belleno. De Scalzi allora recluta nuovamente D’Adamo al basso e musicisti del tutto nuovi (tra cui il jazzista Tullio De Piscopo, quello di Andamento Lento) per il suo nuovo complesso cui dà il nome di N.T. Atomic System. Immaginate per cosa stiano la enne e la ti. Non potendo stampare il nome originale in copertina, pare abbia fatto ricorso a delle etichette adesive apposte sulle copie per rimarcare che quelli sarebbero stati i veri New Trolls, a detta sua. Musicalmente però siamo su territori più jazz e fusion, per cui a me interessano poco e noi evitiamo di addentrarci troppo. De Scalzi fonda pure un’etichetta discografica, la Magma (ecco, come promesso) per pubblicare i suoi dischi, ma anche alcuni esordi notevoli, come gli Alphataurus menzionati prima e come, soprattutto, quella strana ed eccezionale prova che risponde al nome di Concerto Delle Menti dei Pholas Dactylus. Recuperatelo, se non lo conoscete. È del 1973, ma contate che nel 1972 avevano aperto per gli Amon Duul II e l’accostamento non deve essere stato peregrino per nulla.

Nel frattempo Di Palo, Belleno, Salvi e Laugelli, ovvero l’ultima formazione dei New Trolls per intero, rimangono privi della ragione sociale, ma non delle idee. Incidono un disco, Canti d’Innocenza, Canti d’Esperienza, pubblicato nel 1973, ma non sanno che nome dare al complesso e non glielo danno. In copertina campeggia un punto interrogativo e per i più l’album è attribuito a Nico, Gianni, Frank, Maurizio, dai loro nomi di battesimo riportati sul retro. Con William Blake citato esplicitamente già nel titolo del disco e la misteriosa Daina Dini ancora collaboratrice del gruppo, le liriche stavolta sono ben più interessanti, almeno quelle della prima parte. Meno letterali e più criptiche, esoteriche. Almeno all’inizio, con Innocenza, Esperienza, che è una Immigrant Song “de noantri” ed è invero un gioiello, il primo esempio su suolo italico di vero epic metal, non scherzo. Provate a smentirmi. Un po’ tutto hard il disco, a parte qualche bel momento acustico nella prima parte. Nella seconda prevale la scuola hendrixiana, con Di Palo che evidentemente doveva confrontarsi con Bambi Fossati dei Garybaldi per il titolo di Hendrix d’Italia. Meglio comunque la prima parte del disco, anche perché il testo de L’Amico della Porta Accanto, nella seconda, fa ridere. Intanto, tanto per far presagire la balcanizzazione che affliggerà il radiante futuro dei genovesi, i quattro sono attivi anche con un altro nome, Tritons, per un discorso di cover di successi anglosassoni. Un successo lo otterranno persino in questa forma con una cover di Satisfaction, ma poi Belloni molla entrambe le formazioni e fa uscire un suo disco solista come Johnny dei Tritons proprio per la Magma di De Scalzi. Tornando alla base, i nostri poi un nome lo hanno trovato: Ibis. Avevano perso invece come si è detto Belleno alla batteria e lo avevano rimpiazzato con l’ex Atomic Rooster Ric Parnell. L’anno successivo uscì quindi l’album Sun Supreme, in cui Di Palo torna all’inglese ma soprattutto firma un album bistrattato dalla critica ma incredibile per coesione e potenza. Ve lo dico senza mezzi: disco pazzesco che dovreste recuperare subito se pensate che certi livelli di pesantezza in Italia non fossero raggiungibili. Non ci sono canzoni vere e proprie, ma vi dico che la terza parte di Divine Mountain/Journey of Life, intitolata The Valley of Mists, è semplicemente spaventosa. Suono nitidissimo ma scuro, strumentisti in stato di grazia, una chitarra che bastona con riff durissimi ma fratturati da una dinamica ritmica fredda, algebrica, dissonante. Una versione super heavy dei King Crimson. E poi qui Di Palo tira fuori la sua prestazione vocale migliore in assoluto. Grida altissimo, non in falsetto ma di voce piena e mi dovete credere se vi dico che pare Chris Cornell epoca Badmotorfinger. Non so se mi spiego. Impressionante. Non spreco altre parole, un disco meraviglioso che dovete assolutamente ascoltare. La contestualizzazione e la critica analitica mi posso permettere di farla fare a qualcun altro. Ci sarà un “terzo” disco ancora degli Ibis, con ulteriori cambi di formazione, ma meno a fuoco, per cui niente, passiamo oltre. Perché avviene quello che tutti i fan speravano: la reunion della formazione originale.
Cinque chitarre e non se ne sente nemmeno una
A De Scalzi, Di Palo, D’Adamo e Belleno si unisce nel 1976 Ricky Belloni, un altro chitarrista-cantante (chissà, forse con l’idea di far andare d’accordo gli altri due), e i New Trolls riuniti pubblicano Concerto Grosso N.2. Per qualcuno una minestra riscaldata. Poi entra pure il tastierista Giorgio Usai, con Belloni, Belleno e D’Adamo già musicista di Fabrizio De Andrè dal vivo. E quindi avvenne l’irreparabile: Aldebaran, l’album del 1978, annunciato dall’infestante singolo Quella Carezza della Sera. Mi fa venire il mal d’orecchi. Da qui in poi, non c’è da farci niente. Non solo l’hard e l’heavy sono definitivamente sepolti, pure la vena progressiva è svanita, per non parlare del buon gusto, facendo largo invece ai falsetti dei Bee Gees e alla dimensione sanremese. Noi intanto li ricordiamo ancora per il lavoro su un doppio album di Ornella Vanoni, Io Dentro / Io Fuori, dal quale sono tratti alcuni brani della colonna sonora del controverso film Avere Vent’anni e che quindi pareva opportuno citare in questa sede. Poi, davvero, più nulla che ci debba interessare fino al 1997, anno del definitivo scioglimento, dopo lo sfilacciamento della formazione negli anni, dopo diversi abbandoni e reintegri (tra cui Roberto Tiranti, poi nei Labyrinth).
Con lo scioglimento ufficiale dell’ultima formazione ufficiale dei New Trolls comincia quella che io chiamerei la seconda guerra civile dei New Trolls. E anche la fine di questo pezzo. E adesso capirete forse l’ultimo straordinario primato dei genovesi. Perché, se sono anni che ridete e scherzate su Rhapsody of Fire, Entombed AD, K.K.’sPriest, otto diverse versioni di Sepultura e band storiche riformate dal cugino del bassista del terzo album insieme a turnisti raccattati in Brasile, sappiate che tutte queste meraviglie hanno un precursore, arrivato prima di tutti e decisamente più estremo nello sprigionare una quantità impossibile di spin-off dai nomi tutti uguali, pronti a farsi guerra spietata. Ovvero i New Trolls e le loro innumerevoli gemmazioni. Formazioni che si sono susseguite fino ad oggi da quel lontano 1997, alcune attive ancora oggi, anche se Vittorio De Scalzi è passato a miglior vita nel 2022 (R.I.P.), D’Adamo prima di lui, nel 2015 (R.I.P. anche per lui) e anche Nico Di Palo non se la passa benissimo dall’incidente automobilistico in cui è rimasto coinvolto nel 1998. Avevo una mezza idea di ricostruire tutta la genealogia e la cronologia dei mille New Trolls che si sono avvicendati, ma staremmo qui troppo tempo, a fronte di poca musica nuova prodotta (e nessuna di cui ci si debba interessare per davvero, in questa sede). Allora facciamo così, ve le elenco solamente, in ordine sparso:
- La Leggenda New Trolls di De Scalzi, in cui sono transitati anche Di Palo, D’Adamo e Belleno;
- Il Mito dei New Trolls, da non confondersi (forse) con
- Il Mito New Trolls di Belloni e Usai e in cui anche sono transitati Di Palo e Belleno;
- La Storia dei New Trolls, con De Scalzi e Tiranti;
- Il Cuore New Trolls, di Belleno;
- UT Uno Tempore – L’anima prog dei New Trolls, poi diventati
- UT New Trolls, infine confluiti negli
- Of New Trolls, attualmente con Di Palo e Belleno (quelli che incontrai io a Trieste nell’agosto 2018);
- Infine, l’evento Notte New Trolls, con Belleno, Belloni, Di Palo e Usai.
Insomma, una quantità di identità in guerra spesso dichiarata tra di loro da far confondere anche il più ferreo dei fan club. Noi purtroppo abbiamo ben poco di musicale di cui interessarci (certo non il brano “sovranista”, intitolato Porte Aperte, degli Of New Trolls bocciato preventivamente alle preselezioni sanremesi). Fosse stato anche solo per questa ultima parte della storia, sarebbe valsa comunque la pena di essersi soffermati in questo volume, quello chiamato come la celebre canzone pacifista dei Sabbath, sul glorioso complesso prog genovese. Vicende torbide e degne anche di cronache da rotocalco. Però ammetterete pure voi che, musicalmente parlando, schivando tanta melassa, chi volesse sentire la musica più heavy degli anni ’70 italiani dovrebbe necessariamente prestare attenzione a quanto prodotto in quegli anni da De Scalzi e (soprattutto) Di Palo. Insomma, basterebbero i riff di C’è Troppa Guerra a giustificare tutta questa sconclusionata ricerca che abbiamo condotto fino a questo tredicesimo, ultimo e sconclusionato volume de Un Sabbath italiano. E no, i “Black Sabbath italiani” non li abbiamo mica rintracciati (non che ci contassimo davvero, dal principio). Però di tracce e tasselli pesanti, oscuri e occulti ne abbiamo trovati parecchi, ne converrete. Spero vi sia piaciuto questo percorso (“viaggio” forse suona troppo magniloquente). Ci rivediamo comunque presto per i saluti e per una “bonus track”. (Lorenzo Centini)

grazie centini, un’opera d’arte questa tua serie! appena ho tempo me la rileggo daccapo
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Centini, dovresti farci un libro, seriamente. E’ una lettura coinvolgente anche per chi come il sottoscritto è anni luce da certe sonorità.
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