Intervista a Johnar Håland degli IN VAIN

Ecco la trascrizione della chiacchierata che mi sono fatto con Johnar Håland, une delle menti dietro agli In Vain di cui ho appena recensito l’ultimo disco, Solemn, qui sulle colonne digitali di Metal Skunk. Johnar si è dimostrato molto disponibile sin da subito. Va da sé che mi ero preparato alcune domande che, per questioni che hanno a che vedere con il tempo a disposizione ma anche con il percorso che ha preso l’intervista, non sono poi più riuscito a porgli. Ad ogni modo, credo che siano emersi elementi interessanti dalla nostra chiacchierata, anche per quanto riguarda la difficoltà di certe nicchie musicali a riprendersi dopo la pandemia di Covid-19, nonostante ormai la fase peggiore sia passata da parecchi mesi. Ho preferito evitare di concentrarmi troppo sull’ultimo disco, dando piuttosto all’intervista un taglio orizzontale per ricontestualizzare la storia della band non solo alla luce dell’ultimo disco ma anche in ottica globale.

Ciao Johnar, grazie mille per il tuo tempo e la tua disponibilità, è un piacere poter fare questa intervista con te.

Johnar Håland: Grazie mille a voi di questo spazio.

Sembra che il disco stia riscuotendo l’apprezzamento generale di tutti. Il vostro primo album, The Latter Rain, dal mio punto di vista è stato un album molto sottovalutato ed ancora lo considero tale. Questo nuovo lavoro invece sta avendo ottimi, meritati, riscontri.

Grazie. Sì, è vero, stiamo già riscontrando moltissimi pareri positivi da molti siti musicali ma anche dai fan e sono molto contento per questo.

A proposito di The Latter Rain e di Solemn, proviamo a collegare l’inizio della vostra carriera musicale e l’ultimo, recente capitolo. In retrospettiva, cosa potresti dire a proposito dell’evoluzione del vostro stile musicale? In fase di composizione è cambiato qualcosa?

Beh, sono due domande a cui è un po’ complicato rispondere. Abbiamo iniziato da più di vent’anni il nostro lavoro come band e ne sono passati più o meno sedici dall’uscita del nostro primo album. Ci è sempre piaciuto sperimentare molto. Già nel nostro primo album erano coinvolti almeno venti musicisti e altrettanti strumenti. Usavamo il lap steel, utilizzavamo intere sezioni di archi e fiati, tra cui un flauto. Anche per quanto riguarda la voce mescolavamo stili vocali molto diversi, cori… Non suonavamo uno stile specifico, ma preferivamo mescolare molti generi. Già allora avevamo certe influenze jazz nella nostra musica, quindi credo che la nostra proposta fosse molto variegata. Cos’è cambiato da allora? Forse oggi utilizziamo in modo più consistente il death metal. Ma sono due domande difficili, è complicato rispondere in poco tempo.

Ogni album è differente. Ecco, forse in Mantra abbiamo sviluppato soprattutto pezzi lenti, con venature doom metal, uno stile che per esempio non avevamo approfondito in The Latter Rain. Poi in Ænigma volevamo più pezzi in uptempo, mentre siamo tornati a suonare pezzi più veloci su Currents. Anche dal punto di vista della struttura dei pezzi, e quindi del loro minutaggio, qualcosa è cambiato. Qualcuno in passato sosteneva che le nostre primissime composizioni erano troppo lunghe e gli album troppo prolissi. Quindi le nostre release immediatamente successive sono state più corte. Da pezzi da sei/sette minuti in media siamo passati a quattro/cinque minuti. Da questo punto di vista in Solemn siamo tornati un po’ alle origini, con canzoni più lunghe, ma credo che anche per questo siano tra i pezzi più epici che abbiamo mai scritto. E cosa c’è di nuovo in Solemn? Sperimentiamo ancora molto, specialmente con generi diversi di musica. Abbiamo aggiunto molti synth. Già avevamo utilizzato synth pads in passato ma ora usiamo molto di più i synth analogici e li utilizziamo, secondo me, in modo più ragionato.

Ricordo un pezzo del vostro primo album che era veramente speciale, Their Spirits Ride with the Wind. L’incipit era davvero atmosferico. L’ho scritto anche nella recensione di Solemn: è un pezzo che mi ricordava i grandiosi paesaggi dipinti dagli Agalloch nei loro due primi dischi. Mi piace molto quel tipo di sound, quel mood, dall’incedere allo stesso tempo magniloquente ma triste. Ecco, quel tipo di sonorità è lentamente scomparso dai vostri dischi successivi. Per il resto, ammetto che su Solemn ci sono alcuni dei vostri pezzi più epici.

In effetti quel particolare tipo di sound è andato via via scomparendo. Sai, quel pezzo ha una storia peculiare. Personalmente sono sempre stato attratto dalle distinte culture espresse dai Nativi del Nord America. Ho sempre letto molti libri dedicati alla musica, agli usi e ai costumi, al tipo di società degli indigeni. Il testo di quella canzone è profondamente ispirato proprio a quelle culture e quindi, quando mi sono trovato a dover scrivere la musica adatta a quel tipo di testo, mi è sembrato naturale ispirarmi alle tradizioni indigene. Avevo a disposizione alcune registrazioni dei canti tradizionali dei nativi americani e quindi su questo materiale ho basato il verso e la chiusura della canzone.

Questa sorta di esperimento l’abbiamo portato avanti anche su Mantra. C’è un pezzo, Wayakin, in cui questa idea è sviluppata in modo ulteriore: avevamo anche un nativo in studio con noi, e si dedicava a suonare molti strumenti e cantare nel suo stile tradizionale. Poi però ho avuto come l’impressione che non potevamo esagerare con queste contaminazioni. Non avevamo certo in programma di trasformarci in una band metal nativoamericana, quindi non siamo andati oltre. Se ascolti il nostro pezzo Ghost Path, che è incluso nella special edition di Currents ma che è ormai disponibile in tutte le piattaforme di streaming, sentirai che recupera le atmosfere di Their Spirits Ride with the Wind. A me piace molto questo brano, ma i nostri fan non fanno tanto spesso riferimento a questo brano, almeno non spesso quanto ad altri nostri pezzi. Forse perché è un pezzo piuttosto lento. Magari in futuro ci capiterà di reinserirlo in scaletta.

Quella specie di salmodia iniziale era veramente speciale.

Sì, quella sensazione di misticismo… Decisamente è un effetto che potremmo riproporre in futuro. Forse è solo una coincidenza il fatto che non lo abbiamo ancora riproposto, e non una scelta deliberata.

A tal proposito volevo domandarti anche un’altra cosa, sebbene tu abbia già parzialmente risposto a ciò che ti sto per chiedere. Mentre ascoltavo il nuovo disco, Solemn, l’ultimo brano ha attirato in modo particolare la mia attenzione, sin dal titolo. Watch for Me on the Mountain è il titolo di un libro sul capo Apache Geronimo, non una vera e propria biografia in senso stretto ma comunque un testo interamente dedicato a lui. Mi sono quindi chiesto se la canzone fosse in un qualche modo ispirata a lui.

In effetti hai ragione al cento per cento. Ho letto quel libro perché, come ti spiegavo, sono molto molto attratto dalle culture dei nativi nordamericani. Non mi interessa solo in generale la loro storia, ma anche i dettagli di tutti quei mondi culturali. Ero negli Stati Uniti quando ad un tratto ho scovato quel libro e l’ho comprato. Il primo pensiero che ho avuto è stato: “Ehi, è un titolo che funzionerebbe bene anche come titolo di una canzone”, e quindi la genesi di quel pezzo risale a quel momento. Una volta trovato il titolo, avevo bisogno di scrivere della musica che ben si accompagnasse ad esso. Non mi sembrava un titolo da blast beat black metal. Volevo qualcosa di più epico e maestoso. Però la tua intuizione è giustissima, e sei l’unico ad essersene accorto e a menzionare questa connessione in una recensione.

Parliamo un po’ dei processi di creazione e produzione del nuovo disco. Quali sono state le sfide maggiori per voi, tenendo in considerazione che, se ben ricordo, il precedente Currents è stato pubblicato nel 2018 e quindi parliamo di ben sei anni tra un disco e l’altro. Sei anni pesanti, tra l’altro, pieni di problemi tra cui l’epidemia di Covid-19.

Un po’ me l’aspettavo questa domanda. Sai, tanto per cominciare c’è da dire che dietro a un nostro album c’è sempre molto lavoro. In effetti, pensandoci, chi lo sa se ci sarà un ulteriore album dopo Solemn perché è veramente molto difficile completarne uno e l’impegno è sempre moltissimo. E sino ad oggi la musica l’ho sempre scritta totalmente io, e più andiamo avanti più il processo creativo si allunga. Il nostro bassista ha contribuito con due riff a quest’album, ma tranne questi due riff tutto il resto l’ho scritto interamente io. Gli altri hanno certamente contribuito scrivendo alcuni assoli di chitarra o alcune parti di batteria, ma sempre ricamando sopra della musica scritta in grandissima parte da me. Quando devi scrivere un’ora di musica, cioè devi produrre un album che duri almeno un’ora, scrivi sempre molto più di un’ora di musica, perché vuoi sempre avere più materiale rispetto a quello che poi verrà effettivamente inciso e prodotto nella nuova uscita discografica. Magari in corso d’opera vuoi anche fare qualche modifica alla scaletta, o modificare la durata dei brani e tutto questo richiede molto, molto tempo.

Detto questo, una volta prodotto un album io personalmente mi prendo una pausa, anche perché c’è una vita al di fuori della musica. Non ho cominciato a scrivere Solemn immediatamente dopo Currents ma ho aspettato del tempo. La musica era comunque pronta prima della crisi dovuta al Covid-19, ma a quel punto ci siamo detti che non c’era ragione per entrare in studio di registrazione e completare il disco. Il periodo non era quello giusto e, per di più, non avremmo avuto il modo di organizzare date live per il lancio del disco. Quindi abbiamo deciso di posticipare e magari prenderci il tempo di scrivere anche qualche pezzo in più. L’album, alla fine, è stato interamente completato nell’agosto 2022. A quel punto però è stata l’etichetta a voler posticipare ulteriormente il lancio e aspettare il periodo più opportuno. Nel frattempo abbiamo cercato di organizzare qualche tour ma è stato davvero molto difficile. L’intero mercato musicale è ancora piuttosto sofferente, e ci sono ancora strascichi del periodo di lockdown. Alcune compagnie hanno proprio chiuso i battenti. Le cose sono molto più costose ora. Abbiamo avuto qualche proposta per poter andare a suonare dal vivo, ma a conti fatti erano progetti in perdita. A tutto questo poi si aggiungono i tempi molto lunghi e i ritardi della produzione dei dischi in vinile.

Già… per tutte queste ragioni alla fine non abbiamo impiegato sei anni per scrivere Solemn. Le persone non conoscono tutte queste problematiche, perché sono cose che non emergono costantemente in superficie. Considera anche che non siamo musicisti full-time. Io ho un altro lavoro che mi assorbe molto, e ora ho anche una famiglia. Ultimamente, sfortunatamente, non ho molto tempo per scrivere musica.

In un certo senso ti capisco. Anche io vorrei dedicarmi più spesso ad alcune attività che prima praticavo con costanza e ora, per le stesse ragioni, il tempo a disposizione è decisamente inferiore rispetto al passato. Mi pare comunque di capire che tu non solamente scrivi tutta la musica ma ti dedichi quasi autonomamente a ogni aspetto dello sviluppo della band. Come contribuiscono gli altri membri?

Be’, sì, il 99% della musica la scrivo io. Come ti dicevo il bassista ha portato un paio di riff ma la maggior parte del lavoro la faccio io. Certo, non scrivo, per esempio, ogni singola nota delle chitarre che poi si sentiranno nel prodotto finale. Ma in modo totalmente autonomo produco una demo completa, con tutti gli strumenti, gli arrangiamenti per gli archi e gli ottoni e le parti vocali. Poi il nostro batterista ascolta la demo e ci costruisce sopra. Lavoro molto anche con Sindre (Nedland, il cantante, nda) per creare parti vocali migliori. Alle volte creiamo demo distinte per lavorare con idee varie e proporre soluzioni alternative, per rifinire al meglio il tutto. Il grosso del lavoro lo faccio comunque io. Loro non scrivono canzoni intere. Per questa ragione il processo per produrre un nuovo disco degli In Vain è così lungo. Se ogni componente scrivesse due o tre canzoni potremmo produrre un album in molto meno tempo.

Tornando al vostro stile: molti descrivono gli In Vain sostanzialmente come una band progressive metal e io mi sento abbastanza in linea con questa descrizione molto generale. Sin da The Latter Rain si sentono evidentissimi influssi progressive, specialmente nella struttura dei brani. Da dove prendi ispirazione per le tue composizioni?

Be’, sai, oramai ho scritto cinque interi album e nei nostri primi lavori ero veramente ispiratissimo. Io non sono stato un metallaro prima di cominciare a scrivere metal. A conti fatti mi sono trovato dentro questo mondo un po’ per coincidenza. Suonavo metalcore prima, ma non ho mai ascoltato death o black metal. Niente del genere. Poi, ad un certo punto, ho scoperto gli Opeth, e quindi ho cominciato a suonare metal senza alcun background e ho avuto la fortuna di cominciare a partire da queste grandi band scoprendole un poco alla volta. Questa cosa mi ha donato tantissima ispirazione per molti anni. E quando sei ispirato è molto più semplice scrivere musica, e procedi anche a ritmo spedito. Avevo anche più tempo.

Ecco, questa è una cosa di cui ho veramente bisogno. Il tempo di sedermi, concentrarmi, dedicare anche lunghissimi periodi solamente alla composizione. Questa concentrazione ti permette di dedicarti alla scrittura e alla composizione anche mentre sei seduto in un autobus. Hai questo riff che ti gira in testa, e da lì in modo molto naturale cominci a scriverne uno dietro l’altro, tutto fluisce senza problemi. Alcuni pezzi li ho scritti in un solo giorno, andavo a dormire ma la musica continuava a occupare interamente la mia mente, io dovevo solamente prendere la penna e metterla sulla carta. Tutto questo, credo, è dovuto al fatto che ho sempre ascoltato moltissima musica. E ho sempre ascoltato di più musica che non era metal.

Oggi in effetti è molto difficile per me trovare nuove band che riescano a ricreare quella condizione che ho appena descritto, di assoluta ispirazione. Non sto dicendo che le band oggi sono peggiori, cosa che alla fine è solo un cliché. Ma è un po’ come quando, per un periodo, viaggi molto e visiti moltissimi paesi diversi e più cose vedi, più paesi visiti, meno riesci veramente a stupirti. Quell’ispirazione che avevo in passato oramai non la ho più. Oramai è raro che, come accadeva in passato, io possa ascoltare una band e mi arrivi tutt’a un tratto l’ispirazione. Ora si tratta più di duro lavoro. Forse, non lo so, c’è un limite massimo di album che un individuo può scrivere seguendo un preciso stile. Non lo so… Credo che ogni musicista abbia un limite, oltre il quale non può più mantenere la qualità ai livelli massimi. Finiscono le idee, credo.

Se hai letto la recensione di Solemn qui su Metal Skunk saprai che ho scritto qualcosa di simile.

Sì, sì, l’ho letta. Leggo tutte le recensioni, ad essere onesto. Primo: perché è interessante; secondo: perché si può imparare molto leggendole. E poi certo voglio anche vedere cosa pensano le persone del disco. Alcune persone dicono che le recensioni non le leggono mai. Non riesco francamente a capire il perché. Alle volte non ci credo. Magari le evitano perchè non vogliono leggere critiche negative. Io la tua l’ho letta, ma con Google Translator. So che non è l’ideale, ma…

Come ho scritto, ho adorato The Latter Rain e Ænigma. Tra i due c’è stato Mantra, che invece non ho apprezzato per niente. Di Currents scrivo che è come avere tra le mani un riassunto della vostra carriera condensata in cinquanta minuti, dato che alterna pezzi grandiosi ad altri decisamente meno memorabili. Ma Solemn è decisamente un album bello e molto, molto convincente. Capisco che per un musicista sia anche più difficile dover giudicare in modo tranchant quello che lui stesso ha scritto. Così come dev’essere difficile comparare in modo quanto più oggettivo quello che è stato fatto prima e quello che hai appena finito di fare.

Be’, sì, c’è molto da dire in proposito. Alle volte ho l’impressione che le persone, quando ascoltano musica, tendono a dimenticare che ogni album rappresenta una parte, più o meno grande, della vita dei musicisti che lo producono. E, poi, c’è da dire anche un’altra cosa – io me ne rendo conto nel momento in cui penso alle band che mi piacciono davvero: magari hanno già prodotto molti dischi, ma oramai sono abituato alla loro proposta musicale e quindi non riescono più a sorprendermi come facevano in passato. Hanno impostato già il livello a un punto altissimo e quindi è difficile ritornare lì. Sai, i fan oramai ti conoscono. Non riesci più a sorprenderli. Conoscono il tuo stile e se hai già prodotto album veramente belli, si aspettano che tu continui ad alzare l’asticella ancora, e ancora, e ad un certo punto è praticamente impossibile riuscire a stupirli positivamente. Se poi in precedenza hai solo fatto porcherie… be’, in quel caso è più facile perché nessuno si aspetta niente da te.

In merito al nostro primo album, non ha avuto nessuna preproduzione. Non provammo nemmeno la musica, ci fiondammo direttamente in studio di registrazione. Sono ancora molto soddisfatto di quel disco. Credo sia un buon disco, con molte buone canzoni. Certo, una cosa che non mi soddisfa di The Latter Rain e di Mantra è la produzione. Non credo siano allo stesso livello dei dischi da Ænigma in poi. Ma ricordo che The Latter Rain ricevette recensioni pazzesche. Fantastico, veramente incredibile. Ma siamo stati tutto sommato fortunati. Tutti i nostri dischi hanno ricevuto recensioni positive. Ma il primo disco… era la prima volta che provavamo qualcosa di simile, è stato veramente divertente e bellissimo.

Alcune persone preferiscono il secondo. Molte persone considerano Ænigma il nostro disco migliore e, prima di Solemn, era anche il mio preferito. Sai, ho appena fatto un’altra intervista in cui mi hanno detto che quel disco è ancora fresco, ha decisamente resistito bene al passare del tempo e in effetti anche io ho la stessa sensazione. Lo riascolto, prima di suonare i pezzi in live, e non è per niente invecchiato. Questo è alla fine segno che è un gran album.

Poi è venuto Currents, che è stato un po’ complesso. Devi sempre di più pensare ad almeno tre categorie di pubblico. Certo, si scrive musica principalmente perché è un’attività che piace e appaga, ma poi ci sono queste tre categorie. La prima sono i fan storici. Se scrivi un disco di un’ora, i tuoi fan di vecchia data lo ascoltano tutto. Ma poi devi pensare anche alla stampa specializzata e ai recensori, perché questo è un pubblico che può darti visibilità ma per molti di questi un album di un’ora non è l’ideale, almeno per coloro che sono molto impegnati. A me capita alle volte di leggere certe recensioni in cui sembra che chi scrive non abbia avuto materialmente il tempo per ascoltare davvero i dischi, e magari penso che poi ne hanno veramente troppi da dover ascoltare e recensire per lavoro.

E poi, terza categoria, i nuovi fan. Devi cercare di scrivere anche canzoni che possano attrarre l’attenzione di persone che non ti conoscono e che non ascolteranno il tuo intero disco per un’ora. Magari ascoltano il primo pezzo, o magari i primi due, forse di più se fai breccia. Quindi con Currents abbiamo dovuto cominciare a pensare a tutte queste cose, e l’abbiamo fatto di quarantacinque minuti. Ancora stiamo parlando di una durata considerevole. Ma l’abbiamo distribuito in edizioni diverse, con una special edition che contiene due canzoni extra. Ecco, quello lo consideriamo il vero disco, quello di un’ora.

Poi abbiamo adottato anche un’altra politica rispetto ai singoli. Perché oggigiorno le strategie di marketing ti suggeriscono di creare uno slancio commerciale prima della pubblicazione del disco, per creare interesse e mantenerlo il più a lungo possibile. Nel caso di Currents, l’album è stato preceduto dal lancio di almeno due singoli. Quando è uscito il disco ne circolava già un terzo così che alla fine, all’uscita del disco, le persone ne avevano praticamente già ascoltato quasi la metà. Ma quando ascolti un disco così, alla fine è come se ti perdessi qualcosa. L’esperienza non è più la stessa e, secondo me, non è nemmeno l’esperienza ideale.

L’edizione standard di Currents conteneva tutti singoli e, in più, solo altri quattro pezzi inediti. Non è una edizione ideale. E poi c’è l’edizione speciale. C’è un pezzo, in quella edizione, And Quiet Flows the Scheldt. Molte persone ci hanno detto: “Ehi, è il pezzo migliore del disco. Perché non c’è in tutte le edizioni?”. Forse, in quel caso, abbiamo fatto un casino pubblicando due versioni. Abbiamo anche scritto canzoni più corte perché abbiamo pensato di semplificare la proposta. E allora qualcuno ci ha cominciato a recriminare le canzoni più corte. Certo quando le scrivevamo lunghe ci recriminavano che erano lunghe… (Scusa, è stata una lunga risposta.)

Nessun problema. In effetti è interessante quello che dici. Bisogna tenere in conto moltissime variabili. Bisogna pensare ai fan ma anche all’etichetta. Capisco anche il discorso fatto sui siti di recensioni. Qui a Metal Skunk, da quel punto di vista, mi sento abbastanza libero da certe dinamiche di cui parli. Prima di pubblicare una recensione, visto che comunque tutti qui lo facciamo per passione, siamo liberi di ascoltare ogni disco parecchie volte in modo completo. Io personalmente voglio ascoltare i dischi che recensisco non meno di cinque-sei volte. L’oggettività assoluta non esiste, ma è corretto dedicare tempo ad ascoltare e poi a scrivere. La mia prima recensione pubblicata su Metal Skunk era dedicata a Anthronomicon e Helionomicon degli Ulthar, ottanta minuti di musica. Doppia release mostruosa… che mi sono potuto ascoltare interamente e svariate volte.

Sì, be’, questa non è una cosa tanto comune per la maggior parte dei critici musicali di professione. Molti non si possono concedere questo lusso. Tutto quel tempo, per chi lo deve fare di mestiere… Immagino ce ne siano meno oggi rispetto a un tempo, ma comunque il fatto è che non hanno tempo. Ma se lo fai per passione, è un’altra storia. Puoi prenderti del tempo e questo è sempre meglio al fine di raggiungere un giudizio completo ed esaustivo. Non significa che se ascolti l’album per più tempo, ti piacerà di più. Anzi, magari alla fine ti piacerà di meno.

Io poi, per scelta personale, non ascolto mai i singoli. Mai. Aspetto sempre la release ufficiale dell’intero album. Mi piace sedermi, ascoltarlo in cuffia o con le casse dell’impianto HiFi e godermi l’esperienza per completo, ascoltandomi l’intero disco. Alla fine, è il prodotto di tanto lavoro e non mi va di spezzettarlo e frammentarlo. Almeno durante i primi ascolti.

Sì, in questo senso pubblicare dei singoli è controproducente. Se le persone ascoltano molto i singoli poi c’è il rischio che una volta uscito l’album omettano di ascoltare le canzoni che hanno già sentito in precedenza. L’esperienza non è la stessa. Ma il problema è che al giorno d’oggi non è possibile fare altrimenti. Nel mercato di oggi un disco è come un asset. Devi cercare di estendere la sua durata commerciale il più a lungo possibile. Devi pubblicare nei social media… devi spammare, fondamentalmente. Odio tutto questo, ma è quello che sei costretto a fare al giorno d’oggi. Fare “rumore” il più possibile. Siamo arrivati addirittura ad ipotizzare la pubblicazione di più singoli ma poi l’etichetta ci ha detto: “Ehi, possiamo fare sei singoli”. E a quel punto ho pensato: “Quando poi pubblichiamo il disco, avrà solamente tre pezzi in più”. E be’, hai capito.

A tal proposito, come ricordavamo prima io vi ho scoperti diciassette anni fa con The Latter Rain. A quell’epoca l’industria musicale era molto diversa. Io stesso ascolto moltissimi nuovi dischi tutti mesi, e posso farlo perché ho un abbonamento a una piattaforma di streaming altrimenti sarebbe per me impensabile dover comprare tutti i dischi che ascolto, finirei sul lastrico ancora prima di cominciare. Solo fino a qualche anno fa questo era impensabile. Molti artisti su Bandcamp offrono la loro musica secondo la formula “paga quello che vuoi”. Ma come si riflette questo sulle persone che invece la musica la scrivono, la producono e cercano di farla conoscere? Sono formule positive per gli artisti? Sono state utili nel vostro caso?

Quando noi abbiamo iniziato, ben prima dello streaming, vendere il cd era ancora il modello egemone. Forse all’epoca c’erano ancora persone che scaricavano la musica ma ormai, oggi, chi scarica più niente? Certo, ancora oggi tu pubblichi il tuo album e subito dopo è già finito in un sito di torrent… Certo è triste perché ci metti molto lavoro in quello che fai e in un certo senso sei dipendente dal denaro che riuscirai a guadagnare dal tuo sforzo creativo, perché produrre un disco è veramente molto, molto costoso. E non sto nemmeno prendendo in considerazione il costo in termini di tempo – se si volesse mettere un prezzo al tempo. Le persone all’epoca compravano i dischi e riuscivamo ancora a ricavare buone entrate. Poi è arrivata l’epoca del download e chiaramente quello ha quasi ammazzato l’industria musicale e poi comunque si stava lentamente passando, a livello di mercato, dal supporto fisico allo streaming. E da un certo punto di vista va bene. Hai tutta la tua musica sempre con te, a portata di mano, non devi girare con cento cd nello zaino.

Il problema è il modello economico che sta dietro lo streaming, che è tremendo per le band piccole, e forse anche per le band mediamente famose. Credo che il nostro pezzo più streammato sia Against the Grain, da Ænigma: tre milioni e mezzo di riproduzioni. Noi riusciamo a guadagnarci giusto qualche spicciolo. Quando abbiamo iniziato il nostro percorso come band, le persone ci chiedevano come mai non avessimo più seguito. Non è stato certo per via della musica, ma perché non eravamo in tour a tempo pieno. Non siamo mai stati una band a tempo pieno. Se avessimo fatto tour per cinque o sei anni, avremmo acquisito credito e ci saremmo guadagnati i posti migliori ai festival. Ma io sono sempre stato piuttosto scettico sulla possibilità di poter trasformare questa attività in un vero e proprio lavoro a tempo pieno, in una nicchia musicale come il metal e con una band così grande. Quindi tutti quanti abbiamo dato priorità allo studio e ad altri lavori. E alla fine ne sono contento. Certo, rimane un po’ di rammarico perché la band sarebbe potuta diventare veramente qualcosa di notevole, ma alla fine credo che sarebbe stato peggio per il tipo di vita che vogliamo vivere.

Tornando allo streaming, credo che i grandi grandi nomi dell’industria musicale, Rihanna o Taylor Swift, probabilmente se la passano molto meglio con lo streaming che non con la vendita dei cd. Ma tutti quelli al di sotto, quelli che facevano i musicisti per vivere, quelli si sono visti praticamente portar via la loro vita. Se hai una famiglia non puoi essere sempre fuori per i tour. Purtroppo è molto dura. Molte delle band che adoravo non producono nemmeno più musica. Shai Hulud per esempio. Una delle band più fottutamente epiche della storia. Adoro quella band, non suonano nemmeno metal ma hardcore. Ho letto una loro intervista in cui dicono che suonano di tanto in tanto live, e fanno i vecchi pezzi. Non sanno nemmeno se ci sarà mai un nuovo album (l’ultimo è del 2015, nda), e spiega che il processo è così lungo, così impegnativo, che se non frutta poi è dura trovare di cui vivere. Moltissime band sono sparite perché non hanno tempo di scrivere nuova musica e sono incerte del risultato economico del loro impegno.

Non sto dicendo che c’è poca musica o che abbiamo bisogno di più musica. Ci sono sempre nuove band, ad ogni istante. Ma conosco moltissime band che sono oramai improduttive per tutte le ragioni appena menzionate. Per noi funziona un po’ allo stesso modo. Se si riuscisse a guadagnare giusto un po’ di più attraverso la musica forse potremmo dedicarci a lavori meno impegnativi e quindi andare in tour più spesso e produrre dischi con frequenza maggiore. Ma non è possibile. Comunque è una situazione paradossare perché a me sembra che le persone vogliono comunque investire il loro denaro sulla musica.  Alcune persone sono disposte a pagare veramente cifre considereboli anche solo per un concerto.

Quello che dici è particolarmente vero per band tipo gli In Vain. Come ricordavi prima, andare in tour è difficile perché siete tanti musicisti. Avete mai pensato di fare dei concerti live ma in studio, trasmessi via streaming?

Sai, ho partecipato a un podcast giusto l’altro giorno e mi hanno suggerito la stessa cosa. Certo, si può fare. Durante la pandemia di Covid-19 ho visto molte band ricorrere a questo stratagemma. Però penso che era qualcosa dovuto, appunto, all’epoca del lockdown.

Non so. Io ne ho visti molti di show live su YouTube, ci sono certi canali che lo hanno trasformato in un vero e proprio format. Venti minuti, mezz’ora di musica dal vivo, senza conduttore. Solo la band che suona i suoi pezzi. Ed è un formato che almeno, stando ai numeri e alle visualizzazioni, ha un buon successo.

Certo, è qualcosa che si può prendere in considerazione. Ma anche quello costa molti soldi. Se vuoi creare qualcosa di tecnicamente valido, con una qualità professionale, devi investire molto denaro. Non è un progetto su cui vuoi investire con il rischio di non rientrare almeno delle spese. Hai bisogno dei cameraman, dello studio, della strumentazione per il broadcasting. Francamente io personalmente non ho nemmeno idea di quanto possa costare, ma vorrei sondare questa possibilità. Comunque, mi sembra anche che le persone ora cerchino soprattutto il classico show dal vivo. Non vogliono roba digitale. Molte persone mi chiedono perché gli In Vain non suonano in live. A noi piacerebbe moltissimo tornare a suonare dal vivo, ma tutto oggi costa tantissimo, non abbiamo a disposizione tutto quel denaro per fare uno show. Il noleggio dell’equipaggiamento ha un costo elevato, così come i biglietti dell’aereo per muovere l’intera band. Di solito, solo gli headliners riescono ad alzare qualche soldo andando in tour.

Non voglio rubarti altro tempo e quindi vorrei chiudere l’intervista chiedendoti, in modo molto breve, quali sono gli album che stai ascoltando in queste settimane, magari anche di musica non metal.

In tutta onestà devo dire che non sto ascoltando molta musica ultimamente, ma soprattutto podcast. Ho aggiunto qualche band alla mia lista di ascolti futuri. Mentre leggevo le recensioni di Solemn ho letto anche molte altre recensioni e qualche disco ha acceso il mio interesse. Ho fatto una bella lista ma non ho ancora avuto il tempo di ascoltare questi dischi. Lo farò… ma non posso rispondere alla tua domanda.

Diciamo allora ci interessa sapere quali sono i tuoi progetti per le future sessioni di ascolto (risate).

Ho aggiunto vecchi e nuovi lavori di alcune band, tra cui Hexvessel, Blur… I Breach, una fantastica band post-hardcore svedese, li avevo già ascoltati in passato ma ho recentemente letto di loro in qualche sito e quindi ho recuperato i loro vecchi dischi. Ho aggiunto i Dvne. L’ultimo disco, Voidkind, è stato pubblicato praticamente in contemporanea a Solemn quindi sto leggendo molto di loro, molte persone li menzionano e ho già ascoltato qualche canzone, mi piacciono veramente molto.

Voidkind è un gran disco.

Ascoltare musica mi piace davvero molto, devo solo ricordarmi di non ascoltare troppi podcast (risate).

Sì, è un po’ come la tana del Bianconiglio, entri e non sai più quando e come ne esci.

Sì (risate).

Johnar, grazie mille per il tuo tempo e buona fortuna per il nuovo disco e per i vostri progetti futuri. Spero che Solemn non sia il vostro ultimo disco ma che avrai ancora l’opportunità di scrivere e pubblicare la tua musica, e di sentir parlare ancora degli In Vain nel prossimo futuro.

Grazie mille. Grazie anche del tempo che hai dedicato a questa intervista. Grazie del supporto e della tua recensione su Metal Skunk. Ai nostri fan, vecchi e nuovi, volevo dire di ascoltare il nostro nuovo disco e anche i dischi precedenti. Speriamo, come band, di riuscire a pianificare un nuovo tour nelle prossime settimane e quindi di portare in giro le nuove canzoni anche dal vivo. Mi piacerebbe davvero molto poter suonare ancora dal vivo. Abbiamo fatto qualche tour europeo negli anni passati, per supportare l’uscita dei dischi precedenti, ma oggi i prezzi sono ridicoli. Grazie per tutto il supporto che ci state dando, spero che il disco nuovo vi stia piacendo e che possiate ascoltarlo a lungo con lo stesso piacere. (Bartolo da Sassoferrato)

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