Un Sabbath italiano vol.10: Cambiamenti

“I’m going through changes”

T. Iommi / T. Butler / W. Ward / J. Osbourne

Appena rientrato dal servizio militare, nel 1971 babbo fece i bagagli per lasciare il paese nelle Marche e trasferirsi in una città, Aprilia, di cui sapeva nulla. Il lavoro glielo aveva procurato nonno, ma anche lui no, non ci aveva ancor mai messo piede. Dice babbo che all’epoca sulla piazza c’erano ancora raccolte le macerie dei bombardamenti del ’44 o delle demolizioni conseguenti: la Casa del Fascio, il vecchio municipio, il balcone. Per il resto le case non erano ancora moltissime, un infinitesimo rispetto a quelle di oggi. Poi la misero a posto, le macerie, e costruirono la piazza che c’è oggi. Cambiavano le città.

Pensate al cemento che si stava espandendo a macchia d’olio sulle mille colline di Roma, inglobando persino ruderi di magnificenze archeologiche, un tempo presenze monumentali isolate all’aperto nei campi e ora ridotte a fare da spartitraffico in quei quartieri dove solo un architetto potrebbe avere il coraggio di vedere delle qualità. Pensate anche a Milano, per dire, che stava portando a termine il suo “processo evolutivo” che la stava trasformando dal pittoresco dedalo di navigli, che era e che ci resta solo nelle vecchie foto, al vomitevole labirinto di tangenziali e circonvallazioni odierno, con le acque irregimentate, occultate, soppresse.

«Anzi, se il mio diritto di cittadino che protesta include anche la suscettibilità estetica, tutto è peggio che dieci anni fa, perché almeno, dieci anni fa, intorno alle borgate e ai villaggi di tuguri c’erano i prati: oggi c’è qualcosa di indicibile, il puro orrore edilizio, qualcosa che condanna chi vi abita alla contemplazione dell’inferno».

Pier Paolo Pasolini, 1963 (quindi dieci anni prima)

In fondo ad Aprilia andava meglio, finalmente c’era una piazza per ritrovarsi, con le due banche ai due lati contrapposti, come i Baxter e i Rojo. A proposito di cinema, in una di quelle due banche ci girarono nel 1975 le scene della rapina in banca visibili nei film, con Maurizio Merli, Roma Violenta e Roma a Mano Armata. Riallacciandoci al precedente volume di questa serie sconclusionata, vi dovesse venire in mente di fare delle facili ironie sul fatto che film che poi passarono per essere considerati fascisti tout court siano stati girati nella città in cui molti ancora celebrano la fondazione da parte del loro Duce dei trattori, io vi dico che, quando ero ragazzino, quella piazza, che si chiama ufficialmente Piazza Roma, venne ribattezzata da qualcuno (probabile qualcuno che conosco) Piazza Gaetano Bresci, con la vernice, proprio sul muro della banca dirimpettaia rispetto a quella della rapina cinematografica. Giusto per dire che a fare di tutta l’erba un fascio si rischia di gettare il bambino assieme all’acqua sporca.

Comunque, si vede il pubblico, nelle scene dei due film, che assiste alle riprese dietro al cipiglio di Merli. Non c’era babbo quel giorno, però. Lui era lì per lavorare e allora, giustamente, era in ufficio. Quando non lavorava, magari andava sì al cinema a vederli, quei poliziotteschi. Era andato pure ad Anzio quando proiettavano El Topo di Jodorowsky (uscito nel 1970, non so quando fu effettivamente distribuito nelle sale nostrane), ma non gli piacque. Si aspettava un altro tipo di storia. Cambiavano i film.

Anche quando portò mamma a vedere Il Fiore delle Mille e una Notte di Pasolini, nel 1974, entrambi non si aspettavano il film che poi gli proiettarono. Certe situazioni erano troppo esplicite ai tempi, per chi proveniva da un paese. Chissà, forse era diverso per chi già proveniva da una metropoli. Sicuro, cambiavano i costumi.

Comunque sì, c’era già mamma, o meglio, non era ancora mia madre, né sua moglie, di mio padre. Ma erano fidanzati dai tempi di scuola e quando babbo venne ad Aprilia per lavoro, mamma rimase nelle Marche a finire gli studi. Non erano ancora sposati, era il 1970 e non ti trasferivi a vivere con l’uomo che non avevi ancora sposato. Così babbo faceva avanti e indietro nel fine settimana, ogni volta che poteva. Era arrivato ad Aprilia senza un mezzo proprio, poi acquistò una motocicletta, poi una Fiat 128 coupé, auto da poliziottesco e popolarissima all’epoca. Cambiavano i mezzi di trasporto.

Quella era l’auto a bordo della quale anche mia madre arrivò poi ad Aprilia, una volta sposati. Ma fino a quel momento era babbo a fare avanti e indietro, lungo la Salaria, che nel tratto da Rieti ad Ascoli era ancora una serie ininterrotta di curve da far venire il mal d’auto. A quanto racconta babbo era anche una strada accogliente. Se viaggiavi di solo la notte potevi davvero fermarti e bussare ad una casa lungo la strada per chiedere il risultato di una partita di pallone che si stava giocando. Magari senza rompere il vetro, come Fantozzi. E diversamente da Fantozzi, non ricevevi un pugno in faccia, ma magari ti accoglievano per offrirti un piatto di maccheroni. A babbo è successo. Pensate che tempi.

scusi-chi-ha-fatto-palo

Ecco a chi assomigliava quel noto politico fiorentino

Quei tempi stavano già cambiando, rapidissimamente. Stava cambiando il mondo, stava cambiando l’Italia, stavano cambiando le vite di migliaia e migliaia di persone, e la migrazione di babbo dall’Est all’Ovest, in fondo piccola (si tornava a casa in tre o quattro ore) era solo un esempio tra tanti, tantissimi dei quali ben più estremi. Con migliaia di persone che dalle regioni del Sud, già da diversi anni, già da dopo la guerra, si stavano trasferendo per prendere posto nelle linee di produzione del Nord. Quartieri di operai siciliani e calabresi a Torino, a Milano. Dipendenti pubblici, artigiani. Una marea che stava cambiando il volto della Nazione. Forse si stavano davvero facendo gli italiani, per certi versi, come pare intendesse Massimo D’Azeglio, mischiando le genti e le provenienze in una maniera più permanente di quanto facesse un anno di leva. Ma era un mescolamento a senso unico e gli altri, quelli del Nord, al Sud mica ci sarebbero andati, se non dopo avere fatto i soldi e scoperto il Salento.

E visto che noi in fondo ci occupiamo di musica e visto che anche la musica cambiava, vediamo che quel processo lasciava traccia anche nei dischi di quegli anni. Rispetto a quanto ho appena detto, a riguardo delle migrazioni dei terroni su tra le nebbiose pianure del Nord, un disco sicuramente merita l’attenzione di un appassionato di musica conflittuale: l’esordio omonimo dei Napoli Centrale del 1975.

Li abbiamo già incontrati quando seguivamo la storia di Agostino Marangolo, che collaborò col complesso di James Senese nel disco successivo. In realtà ne parlo spesso, perché sono una mia fissa e li fissai tra i massimo nove dischi del mio personale italianochitarra. Napoli Centrale, comunque, è un disco sui cambiamenti di quegli anni, sulle campagne di lavoratori sfruttati, sui nuovi disequilibri economici, sulle migrazioni di giovani che abbandonano i paesi. Paesi destinati a diventare fantasmi, dove restavano solo vecchi, donne, morti e bambini. Non ci sono chitarre in questo disco, quindi niente riff. È cupo, per certi versi macabro, ma sempre terribilmente reale. Io ve ne consiglio ancora una volta l’ascolto. ‘A Gente ‘e Bucciano e Viecchie, Mugliere, Muorte e Criature sono canzoni, oltre che fantastiche, di una pesantezza totale. Anche se di funk/jazz parliamo. E con la musica e con i testi dicono molto più di quanto sia in grado di dire io sull’argomento. Testi politici. Esistenziali sì, anche, ma fondamentalmente politici. Questa volta qui noi però preferiamo non mettere piede nell’agone politico e preferiamo concentrarci sulle singole vite, che stavano cambiando. E poi siamo in cerca di tracce di proto-doom metal nella musica italiana dell’epoca, no? Allora, banalmente, abbiamo bisogno di chitarre.

Così anche noi prendiamo un treno che dalla Campania ci porta in Piemonte, a Torino. La città che, nel bene e nel male, ha unito il Paese. A modo suo, ok. Ora, Torino accoglieva già migliaia di meridionali. Quali fossero le origini dei cinque musicisti che componevano la prima formazione dei Frontiera non lo so, per cui mi limito a definirli “torinesi” e basta. Gianfranco Gaza ne era il cantante, un cantante di carattere. Spesso in falsetto, interpretazione sentita, in entrambi i titoli della discografia “classica” del complesso. La particolarità della prima formazione erano però le due chitarre, i due chitarristi. Cosa rara anche all’estero, all’epoca. Figuriamoci in Italia. Chiaro, non aspettiamoci le sgroppate gemellate dei Judas Priest classici. L’uso delle due chitarre che facevano i Procession di Frontiera, il primo album, era funzionale alla loro primissima proposta. Prog, sì, ma prevalentemente di hard rock elettroacustico stiamo parlando. Un hard rock anche di buona fattura, inventivo. Malinconico. Oscillante tra buio e speranza. Memore di una vitalità ancora anni ’60. Un po’ tipo il magnifico Sirio 2222 del Balletto di Bronzo. Ma più cupo, più teso, più combattuto. C’è un concept, innanzi tutto. La storia di un giovane che lascia la sua terra per trasferirsi lontano, in città. Per lavoro, per sopravvivere, ma per il giovane ha ancora l’aria di un’avventura, la sera prima di partire (Ancora una Notte), quando giura (o spergiura) di tornare, un giorno. Ma l’ingenuità di certe speranze avrebbe cominciato a rivelarsi già nel lungo viaggio in treno (Uomini e Illusioni):

Treno corri lontano / porti uomini e illusioni / dei robot di pasta umana / che il lavoro abbruttirà

E poi, ancora:

Dovrò vivere la vita / come ride il pagliaccio / a cui è morto il figlio / senza mai mostrare dolore

La connessione col tema di oggi credo sia chiara. Critica diffusa alle liriche, opera di Marina Comin, moglie del produttore Pino Tuccimei (all’epoca manager e/o produttore anche di Teoremi, Osanna, Trip, Metamorfosi e… dei Pooh), è che siano ingenue, banali. Io le trovo dirette, precise, un modo per affrontare il tema specifico che apprezzo. Riguardo alla musica, Frontiera contiene dei momenti definibili tranquillamente proto-hard, come Solo 1, ma la mia scelta del brano rappresentativo del volume di oggi oscilla tra la prima e la seconda traccia, le già menzionate Ancora una Notte e Uomini e Illusioni.

La prima forse per certi versi più rispondente al legame che cerco di delineare con la ballata dei quattro dei Birmingham da cui è tratto il tema odierno. Dopo una breve ouverture si propaga una tesa ballata cupa, elettroacustica, presto scossa dalle tensioni solo elettriche di frasi di chitarra hard. La seconda invece puramente hard, un boogie, una tarantella, come quelle su cui ci soffermavamo nel corso del volume dedicato al ballo ed al folk. Ma più tesa, più cupa, carica di nubi drammatiche che, riferimento di un certo livello e certo difficile da sostenere, mi fa venire in mente le atmosfere drammatiche degli High Tide. I dialoghi tra le due elettriche, di Roberto Capra e Roby Munciguerra, dai suoni settati così diversamente tra di loro, la rende più moderna e forse più in linea con l’originale ambizione di questa serie sconclusionata, ovvero quella di rintracciare spore pre-doom o proto-metal nei “nostri” ’70.

Così, anche per oggi, la nostra scelta alla fine è fatta ed il risultato, il mio, è portato a casa. Un altro tassello di un mosaico che originariamente doveva avere un senso e che volume dopo volume sta diventando anche, forse soprattutto, altro. (Lorenzo Centini)

2 commenti

Scrivi una risposta a Fredrik DZ0 Cancella risposta