ELDRITCH vs HOLLER: il derby di Livorno se l’aggiudica la band storica, ma resta l’amarezza

Questa volta ho aspettato un po’ a dire la mia sul nuovo Eldritch perché nel frattempo ne son successe di cose e volevo avere il quadro completo. La prima notizia degna di menzione ovviamente riguarda l’uscita del cantante storico e co-fondatore della band; la seconda è la sostituzione di quel microfono ingombrante con quello del bravissimo Alex Jarusso; la terza è la pubblicazione del tredicesimo album degli Eldritch e l’ultima è l’uscita del primo album solista degli Holler, la nuova emanazione di Terence.

I perché della separazione tra Holler e Simone non mi son noti. O meglio, non ho letto interviste che chiarissero questo aspetto in modo inequivocabile. Molte band dopo la pandemia sono scoppiate, altre si sono riunite, molte nuove realtà sono nate. In un modo o nell’altro quella cesura netta nelle abitudini della gente ha funzionato da acceleratore di tendenze già in atto. I livornesi mantengono un atteggiamento di riserbo sulle vere cause e ciò da una parte gli fa onore, poiché non va ad alimentare gossip, dall’altra fa intendere che qualcosa di serio è accaduto. Immagino pure che dopo tanti anni certe caratteristiche individuali e comportamenti sui quali si era inizialmente disposti a sorvolare diventino insostenibili, come in molte convivenze di lunghissimo periodo (qui parliamo di 30 anni).

Alex è una bella scoperta per quanto mi riguarda. Proviene da realtà musicali regionali che non conosco e ora, prendendo posizione nella storica band italiana, come si dice in questi casi, si eleva agli onori della cronaca metallara nazionale. Ha una estensione di tutto rispetto, un’ottima pronuncia inglese, una impostazione più classica ma anche un timbro che ricorda quella vena drammatica del predecessore che è parte integrante dello stile degli Eldritch. Qui immagino che lo sforzo fatto per non far evaporare completamente quel profumo di casa sia stato notevole. Inevitabile fare confronti e Alex non ne esce sconfitto per niente.

Mentre Eos si staccava nettamente dal recentissimo passato, riportando la band alla grandezza di El Niño, Innervoid cerca di andare in continuità. Fino a un certo punto, però. Le prime tracce sono le migliori, poi c’è un calo di tensione palpabile. Nel complesso, trattasi del “solito” ottimo disco dalla grande tecnica, forte di un prog più classico e influenzato dai Symphony X, un mezzo miracolo se si pensa alle condizioni al contorno, tipo la difficoltà di trovare un degno sostituto alla voce in breve tempo con questi risultati. C’è qualcosa che manca? Eh, sì, manca tutto il resto. Per chi ha visto uscire Seeds of Rage la differenza si sente. Non amo fare spiegoni ma immagino si possa intuire comunque da sé.

Terence Holler fonda l’omonima band e pubblica Reborn. Alla fine della recensione di Eos, la cui track list chiudeva con la cover di Runaway di Bon Jovi, scrivevo: “Mi piacerebbe esplorassero ancora quel periodo: come lo vedete un bel disco fatto solo di cover di pezzi dell’epoca?”. Il sottinteso era purché continuiate a fare ciò che sapete fare meglio. Terence è andato ben oltre la mia boutade. Ha tirato fuori un disco di inediti in stile AOR anni ’80. Ora, lo dico subito per massima trasparenza, quel genere non è la mia tazza di tè e ascoltarne un disco interno mi fa fatica, quindi, per quanto non stiamo parlando di un brutto album, Reborn non riesce ad attrarmi.

Dire all’uomo della strada, quello che compra i dischi, di non fare confronti e paragoni non ha senso, e io ho fatto i miei: un album che decolla a metà e uno che non decolla per niente. Alla fine non resta che una discreta amarezza per come siano andate le cose. (Charles)

Lascia un commento