Le intrusioni di Sakis Tolis: SUICIDAL ANGELS – Profane Prayer

Non so spiegarmi il senso dei Suicidal Angels sin dal giorno in cui li ho scoperti. Campano da vent’anni, hanno pubblicato quasi dieci dischi e non c’è niente che riesca a far suonare il nuovo diversamente dal precedente. Ben cinque anni sono trascorsi da Years of Aggression, oggi mi sono messo a sedere al computer e stavo per riscrivere le stesse e identiche cose. Sapete perché non l’ho fatto? Perché avevo un vago ricordo di quella recensione e sono andato a rileggermela. Non è che io sia afflitto da una qualche carenza creativa, perso nei miei pensieri o troppo impegnato a fotografare il martin pescatore. Il fatto è che sui Suicidal Angels puoi scrivere soltanto che suonano posticci, artefatti e sempre allo stesso modo. Leggo nelle loro intenzioni una sorta di riqualificazione e vago ammodernamento del thrash metal, in cui lo ritroviamo svuotato di tutte le sue principali peculiarità: colpa loro, colpa della Nuclear Blast, francamente non mi interessa metterla alla stregua di un episodio di Law & Order. Il punto è che accade e non c’è variante che tenga. Si somma a tutto questo una produzione che è lo specchio dei tempi nostri: vuota, priva di dinamiche, in cui gli strumenti non ce la fanno a emergere. Si dà il caso che alle generazioni più recenti possa piacere. Si somma pure Nick Melissourgos, un cantante che non sono mai riuscito a farmi piacere, mai.

Che devo dirvi di Profane Prayer allora? Che nella traccia quattro, Deathstalker, vi è l’ospitata di tre tizi alla voce dei quali uno corrisponde al nome di Sakis Tolis? 

 

 

Giungo al punto: io non mi fido per niente di Sakis Tolis. Suona con quattro o cinque gruppi, ormai è un cinquanta e cinquanta fra i Rotting Christ e tutto quanto il resto. In qualità di chitarrista, cantante e narratore è apparso in svariate tracce appartenenti a un numero di gruppi compreso fra trenta e quaranta. Nel frattempo sto riascoltando l’album e debbo dire che l’assolo di codesta Deathstalker è la miglior cosa presente lì sopra. Dicevo di Sakis Tolis che è dappertutto, e anche i Rotting Christ sono dappertutto, poiché ci sono pure gli Yoth Iria e quelli sono in pratica una loro costola. Il mondo aveva un bisogno viscerale di cose così.

Io non so che cosa stia accadendo di preciso in Grecia, e se questo sia una sorta di strozzinaggio per cui lui ti presta soldi ai giardinetti, tu non sei in grado di renderglieli e a quel punto si fa promettere, anzi giurare su Dio, l’ospitata nel prossimo disco che farai. Oggi è toccato ai Suicidal Angels e domani non so, ma, con assoluta certezza, toccherà a qualcun altro. Questa cosa non deve in nessun modo superare i confini nazionali, avete capito? Già è accaduto in realtà, perché lui si è mosso verso nord e ha raggiunto certi giardinetti in Slovacchia e Romania, rispettivamente contaminando i dischi di Galadriel e Negura Bunget. Se lui a quel punto vira a ovest è un attimo, ragazzi. La geografia è una cosa importante, non una puttanata. A quel punto ci sono Austria e Slovenia e poi ci siamo noi. L’ultimo baluardo in grado di rallentarlo a quel punto saranno le bestemmie dei veneti, non c’è striscia chiodata che rallenti uno che vuole in tutti i modi comparire nel tuo prossimo album.

Nel frattempo sono alla title track ed è come (non) la ricordavo: noiosissima, priva d’ogni punto di interesse. Questo non è thrash metal, è roba suonata bene e destinata a un pubblico a cui del thrash metal non importa un cazzo. È tutto ciò a cui il thrash metal non dovrebbe mai corrispondere, e stavolta non arriverò neanche in fondo. Cominciate a tirare fuori gli strumenti, l’attitudine e tutto il resto, e cominciate a portare rispetto a quella batteria che sembra un cazzo di file MIDI. Non se ne può veramente più. (Marco Belardi)

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