Avere vent’anni: THE VISION BLEAK – The Deathship has a new Captain
11:55. Almost midnight. Enough time for one more story…
Qualche tempo fa, parlando a proposito dei Thunderstone, dicevo di quei gruppi o dischi che ricordo sempre meglio di quanto siano. Per il debutto dei Vision Bleak è il contrario. Lo ricordo sempre come un disco caruccio, con un paio di pezzi sopra la media, poi invece ogni volta che lo rimetto su non riesco più a toglierlo.
L’idea di fondo è affascinante. Un concept sul vecchio horror con un’estetica antichizzata, tipo un dagherrotipo di Oscar Giannino con i bordi ingialliti da un accendino, e un approccio goticone ma non troppo, quasi divertito, beffardo, ai limiti dello scanzonato, più da veglione di Halloween in gasthaus. Tutto ciò su una struttura musicale derivata grossomodo dal black album, quindi mid-tempo, riffoni carichi e batteria dritta e potente, con una sensibilità gotica in stile Type 0 Negative coi crauti. Anche i Paradise Lost di mezzo avevano forti influenze del black album e ovviamente anche loro avevano una vena gotica, ma non c’entrano nulla: i Vision Bleak hanno un andamento frizzante, da scapoccio, senza alcunché di triste e malinconico. Almeno in The Deathship has a new Captain, che è il migliore tra quelli che ho sentito.
Per la deviazione mentale di cui parlavo all’inizio, troppo spesso ho ripreso in mano questo disco solo per riascoltare Elizabeth Dane e trascurare le altre. Ed è vero che Elizabeth Dane, peraltro l’unica strumentale, conserve un proprio fascino peculiare, essendo sorretta dal giro di tastiere di uno dei miei horror preferiti, The Fog di John Carpenter, riproducendone anche qualche campionamento parlato. Ma il disco è tutto bello, e non si può fare a meno di citare quantomeno The Grand Devilry, con quel riffone che rallenta scrivendo una bella pagina di doom. Struttura semplice, orecchiabile, con un gran tiro e riferimenti all’horror di una volta: The Deathship has a new Captain è il classico album che, una volta iniziato, poi tende a rimanere nello stereo per un po’. Forse proprio questa semplicità, unita al suo essere frutto di un progetto parallelo di gente solitamente impegnata in altre faccende, fa in modo che lo si tenda a sottovalutare. Invece spacca sul serio. (barg)


Disco incredibile di una delle mie band feticcio.
Finalmente si sono ricordati che possono fare uscire anche un disco nuovo, tra l’altro
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