Avere vent’anni: KORN – Take a Look in the Mirror
Oddio, ma che mo’ pure questo fa vent’anni?
Mamma mia… Che brutto invecchiare… Che schifo la vita!
Per una volta non starò qui, come la volta scorsa, a tediarvi dicendovi che facevo la terza media quando uscì, che mi segavo con le donnine di TeleCapri e che facevo a gara coi miei compagni di classe a chi si comprava il gel più schifoso. Di aneddotico vi dirò solo che me lo regalarono in un arrapantissimo doppio digipak (ce l’ho ancora) quando i magazzinieri di Ricordi Media Store lo stavano ancora sballando e posizionando sugli scaffali (avendo il compleanno la prima settimana di dicembre) e che divenne subito una colonna sonora costante nei miei tragitti a piedi da casa a scuola, tanto che ricordo ogni singolo pezzo a memoria.
Ah, dimenticavo: il primo numero di Metal Shock che comprai in edicola aveva proprio i nostri mastini di Bakersfield in copertina, freschi freschi d’uscita. Questo andava detto, che cazzo, anche perché se non ci fosse mai stato quel numero ora non sarei qui a dirvelo (?).
Take a Look in the Mirror fu la prima delle due grandi crisi d’identità dei Korn (solo che questo è un signor disco, mentre Remember Who You Are, targato 2010, è una mezza fetecchia di un gruppo già morto e sepolto). Del resto il titolo parla chiaro, e anche l’artwork: si parte con un bello specchio piazzato al centro della copertina, poi lo stesso specchio che riflette loro al momento dell’uscita dell’album e infine lo stesso specchio con i suddetti agli albori della carriera, circa un decennio prima, brutti, sporchi e sfigati.
Visto che l’artwork non era abbastanza esplicito, anche il booklet è tempestato di vecchie foto dei nostri da giovincelli, in saletta, ai primi concerti in parrocchia, alla prima sega su TeleCapri.
Perché tutto questo? Perché solo un anno prima c’era stato Untouchables, pietra dello scandalo per legioni di fan e, attenzione, per i Korn stessi. Tanto che ricordo ancora interviste (una proprio nel numero di Metal Shock sopracitato) che facevano più o meno così: “Non ci sarà più un nuovo Untouchables, siamo rinsaviti, chiediamo scusa, sentitevi questo qui quanto mena forte!” – “Ci eravamo rammolliti! Non ci riconoscevamo più allo specchio, mia moglie pensava fossi il vicino, ma ora siamo tornati a cazzo durissimo!” – “Chi ascolta Untouchables è frocio!” – “Meglio un giorno da Life is Peachy che cento da Untouchables”.
Ora, per i pochi che non lo sapessero, Untouchables era ed è fondamentalmente un disco di nu metal primi Duemila poppeggiante e radiofonico, fatto di ritornelloni facili e qualche riffone col pisellone qua e là. Voi direte “Ammazza che merda!”, e io vi rispondo che siete un ammasso di stronzi, perché il riff d’apertura di Here to stay è in tutte le antologie scolastiche da qui al Gabon, perché Hating è un pezzo della madonna (psichedelico a tratti), perché One More Time, col suo sperimentalismo e il suo incedere storto e sbilenco, la riascolterei fino alla morte, perché ad avercene oggi di singolazzi da radio acchiapponi come Thoughtless.

Quindi pensate quanto onore i Korn vent’anni fa: avevano fatto un bel disco (leggerino, commercialotto, senza la solita cazzimma, quello che volete, ma resta un bel disco) e già si sentivano sporchi dentro, dei venduti, e, in piena crisi d’identità, avevano sentito il bisogno urgente di fare un disco duro e cupo come Take a Look in the Mirror, neanche ad un anno di distanza.
E avevano fatto benissimo a correggere il tiro, perché questo non solo è, a mio modo di vedere, superiore ad Untouchables, ma praticamente non ha punti deboli: Right Now, Here It Comes Again, Let’s Do This Now, Everything I’ve Know e la rappeggiante Play Me sono sì una riproposizione del loro recente passato, ma sono comunque tutti brani da prendere mettere in un raccoglitore con sopra scritto indelebilmente: “Istruzioni per fare un bel pezzo nu metal anni 2000”.
Quindi tanto onore, Korn, tanto onore.
È un vero peccato che con questo onore vi ci siate bellamente puliti l’ano negli anni successivi.
Sì sì, i dischi modaioli, Jonathan Davis che dice che la dubstep è il nuovo metal e collabora con Skrillex, sì sì, io annoto tutto, voi non vi preoccupate… tacci vostra! (Gabriele Traversa)


L’ultimo grande album della mia band preferita, io apprezzo anche il successivo “see you on the other side”, poi il nulla, oggi non li riconosco più soprattutto con quel batterista, e anche live hanno perso molto
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Boh. Per me aveva i suo bei momenti pure il disco con Skrillex e i Noisia. Sono stato a certe serate dubstep dove si pogava manco fosse un concerto dei Sick of It All
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