Sardegna black metal: intervista a Ignazio Cuga del progetto Kre^u
Allora Ignazio, sembra che il tuo disco sia stato accolto molto bene. Come hai vissuto questo primo periodo di successo?
[Ride] L’album è stato accolto molto bene, e io la sto vivendo con stupore e anche con esaltazione. A dire il vero non me l’aspettavo, perché cantare in sardo non è una cosa per tutti, anche se comunque nel libretto del CD ci sono le traduzioni dei testi e ho cercato di pensare anche a chi non era sardo, però ho visto che è stato veramente molto apprezzato ugualmente. Chi lo ha ascoltato avrà capito che c’era una ricerca di fondo e anche il mio stile è risultato, se non originale, perlomeno personale, perché ho avuto un approccio quasi cantautorale al black metal, se ci pensi: prima ho scritto i testi, poi ho sistemato la musica sulle metriche dei testi. Tant’è che a un sardo della mia zona gli arrivano dritti, come se stessi parlando, non c’è una sillaba alterata per far rientrare la metrica, quindi è proprio sardo colloquiale.
Tu definisci il progetto Kre^u come black metal?
L’intenzione era fare black metal, però volevo farlo nella maniera più artistica possibile. Non volevo che fosse la semplice copia di una metodologia reiterata e già espressa in migliaia di dischi. Se dobbiamo rifarci al Trve Norwegian, c’è gente che lo fa molto meglio di me, ma io scrivendo i riff non mi ponevo il problema di essere norvegese. Beninteso, a me piace il genere, ho sempre ascoltato Mayhem, Darkthrone, Immortal, tutti, per me è tutta mitologia; venerazione assoluta. Però volevo fare il mio, quindi il black metal è stato un punto di partenza per fare qualche cosa di più artistico, di più completo, che parlasse veramente della della mia terra. Poi io non mi definisco un artista… non mi definisco nemmeno un musicista. Io sono sempre stato un disegnatore, però so organizzare, perché anche un quadro è una composizione, se ci pensi. Per me sono due cose affini e tutto è visivo. Anche i testi sono visivi, per cui i Kre^u sono stati la continuazione del mio percorso artistico.
Il black metal sardo esiste già da molto tempo ed esiste anche una corrente che recupera alcune tradizioni dell’isola. Penso per esempio agli AccabadorA, o ai Losa, che hanno usato qualcosa di simile al canto a tenore, come te.
Certo i Losa, specialmente loro, ma lo hanno usato in una maniera diversa dalla mia, perché io non lo faccio in maniera tradizionale. La differenza è che i Losa hanno chiamato un gruppo di cantori a Tenores per partecipare all’album. Il problema di farlo così è che il canto a tenore non è una musica che risponde alla scala temperata degli strumenti, per cui o adatti tu la tonalità del tuo pezzo al loro canto, oppure loro difficilmente si adattano al prezzo. Io invece non ho usato un canto a tenore tradizionale, l’ho eseguito io quasi come se fosse un mantra, che serve a rendere un’atmosfera, piuttosto che metterci direttamente un elemento etnico.
Esatto, è proprio questo che si sente in diversi brani, anche se in maniera diversa. Ho notato che in alcuni casi il tuo stile a tenore è molto leggero, mentre in altri diventa più strutturale, per esempio in A sos antigos, dove fa proprio parte del brano.
Si, perché la struttura di A sos antigos in effetti riprende il funzionamento di una canzone con i tenori: c’è una parte cantata a cui poi rispondono le voci dei tenori.
Tu avevi già una precedente esperienza da musicista?
Io ho sempre cantato, sono sempre stato un vocalist, però non sapevo suonare nessuno strumento. Poi, dopo che mi sono laureato, diciamo a partire da 5 anni fa, mi sono buttato sulla chitarra. Già prima ho sempre avuto idee musicali e dunque mi sono approcciato allo strumento sapendo già la teoria, perché ho passato la mia vita a comporre con programmi, perché non sapevo suonare. Ho provato a corteggiare molte persone, perché io sapevo suonare solo due power chord, ma non sono riuscito a coinvolgere nessuno. Ho dovuto attendere di riuscire a suonare da solo, o meglio quasi da solo, perché sono stato affiancato da Nicola Piras, il batterista, bravissimo, che ha fatto un lavoro eccezionale, e da Filippo Mereu, che ha curato il suono e poi si è occupato di tutte le parti ambient. Quelle che sembrano tastiere e synth in realtà non lo sono: si tratta di parti di composizione simili al sonoro nel cinema, è musica elettroacustica.
I suoni che si sentono, per esempio, nel primo brano Dae una Losa Ismentigada, allora non sono di sintesi?
Nel disco non c’è nemmeno una tastiera: sono tutti campioni manipolati. Quelle voci quasi femminili che si sentono alla fine di Dae una Losa Ismentigada sono state ottenute a partire dal suono del mandolino. È lo stesso mandolino che ho suonato io, ma è rielaborato. Musicalmente rispetta l’armonia del pezzo, però fa altre cose. Filippo è un genio da questo punto di vista, poi lui è laureato in musica elettronica al conservatorio di Cagliari, quindi ha studiato con gente straordinaria come il professor Elio Martusciello, molto noto nell’ambiente della musica elettroacustica. Ha avuto bravi maestri, è molto appassionato, compone musica elettroacustica e vince anche tanti concorsi.
Le melodie e i riff dei Kre^u sono materiale tuo, oppure hanno una relazione con la musica sarda?
Sono composizioni mie, però in qualche modo hanno un collegamento con la Sardegna. Per esempio, fra le parti più “marziali” che ci sono nel disco, c’è il ballo sardo. Non so se hai mai sentito un ballo sardo: è una musica che rimane molto marziale e ha anche misure ritmiche particolari: molti riff non sono, come spesso si fa, di otto battute, ma di sedici. Sono quasi delle melodie già i riff, che vengono eseguiti dalla chitarra ritmica e, in più, ci sono le chitarre melodiche che fanno un contrappunto sulle chitarre ritmiche, per cui si creano molte stratificazioni. Sicuramente c’è un collegamento con la musica sarda, ma oltre alla musica è la poesia sarda quella che mi ispira di più. In Sardegna c’è questa cosa bellissima che anche il più umile pastore, fin dai tempi antichi, può essere un poeta. Gente che non ha studiato, gente che magari è analfabeta, ha il dono della rima e della metrica. È una cosa allucinante, che smonta l’immagine di pastori ignoranti che s’inculano le pecore, come siamo ancora immaginati a volte. La presenza della poesia sarda è talmente ingombrante che smonta la visione degradata che si è sempre avuta del sardo. Anche il più umile ha il dono della rima, qua.
Intendi nella tua zona o è una caratteristica di tutta la Sardegna?
Di tutta la Sardegna. Esistono tante varianti del sardo e per ciascuna c’è una tradizione poetica: esiste la poesia in campidanese, in gallurese, in sassarese, eccetera… è una cosa generalizzata su tutta l’isola ed è una mole enorme di materiale.
Prima parlavi del mandolino; l’uso del mandolino è una scelta tua o fa parte della tradizione della Sardegna?
Ne faceva parte. Adesso il ballo sardo si suona con l’organetto diatonico, che è arrivato dalla Francia con i Savoia, ma prima di questo si usava anche il mandolino. Non è che sia uno strumento tradizionale sardo, così come non lo è l’organetto. In origine il ballo sardo era eseguito sul canto a tenore, poi in un momento successivo sono arrivati gli strumenti musicali. Gli strumenti più antichi sono le launeddas, ovvero quelle canne fatte di diversi materiali che si suonano con la tecnica della respirazione circolare. Esiste un bronzetto d’epoca nuragica che raffigura un suonatore di launeddas, itifallico, quindi puoi immaginare quanto questa tradizione fosse collegata alla fertilità e alla sessualità. Tornando alla domanda, lo strumento più antico sono le launeddas e poi si sono aggiunti gli altri strumenti, specie la chitarra sarda, che si usa nel nord di Sardegna, nella Gallura e nel Logudoro, che ha un’accordatura baritona, come quella che uso io. Insomma, ci sono tanti collegamenti, anche se non sono evidenti, però storicamente il mandolino è presente nella musica sarda. Poi secondo me ha un suono meraviglioso, per cui mi piaceva l’idea di usarlo, anche se può sembrare una scelta azzardata.
Cambiamo un attimo argomento: che cosa raffigura la copertina?
È una statua del 1907 di Francesco Ciusa, uno scultore ormai quasi dimenticato, che vinse la biennale di Venezia con quest’opera, la quale ha un collegamento con il concept dell’album. S’intitola La madre dell’ucciso. Per questo, aveva un valore simbolico e veramente rappresentativo delle idee dell’album, soprattutto quelle della vendetta, della latitanza, del rancore, insomma di questo lato oscuro della Sardegna che esce fuori dall’immagine da cartolina. Inoltre, la mia intenzione era anche di promuovere l’arte sarda. Avrei potuto disegnare io una copertina, dal momento che sono disegnatore da tutta la vita e sono laureato in grafica d’arte, però volevo mettere avanti la cultura alta della Sardegna. L’opera di Ciusa e le incisioni che si vedono dentro al libretto sono tutte di autori sardi dei primi del Novecento. Ho voluto far risaltare questa cultura che esiste e volevo che fosse quello il mio biglietto da visita. Comunque per chi conosce l’arte italiana La madre dell’ucciso è veramente importante.
Grazie per la spiegazione, è molto chiara anche la relazione con l’album. Rimanendo nell’ambito della cultura e dell’arte: all’interno del libretto, al termine della pagina della traduzione dei testi, c’è un’epigrafe sotto a un teschio: Sunt pagas et malas de s’homine sas dies. Me la puoi spiegare?
Significa: “Sono pochi e cattivi i giorni degli uomini”. È tratta da una lapide del cimitero di Ploaghe (SS), dove c’è anche una lastra commemorativa dedicata al canonico Giovanni Spano, che era un vescovo, oltre che linguista e archeologo. Mentre studiavo in accademia ci hanno portato a visitare questa tomba. Quando l’ho vista mi ha colpito subito l’epigrafe, che ho fotografato. Ho deciso di usarla perché esprime il fatalismo di noi sardi. Il boom economico ci ha forse fatto perdere in parte questa cosa, ma le nostre vite in passato erano dure, perché la natura poteva essere molto violenta, specialmente qua in montagna, dove da un momento all’altro si poteva perdere tutto e quindi c’è sempre stato questo fatalismo; anche nella poesia si percepisce tantissimo.
Ancora sul sardo, ho notato che il nome della tua etichetta è Ispantu, che è un termine ricorrente anche nei testi. Ho capito che significa qualcosa fra l’incanto e lo spavento.
Esatto, significa sia spavento che meraviglia, come quando ti trovi davanti al sublime, una cosa che non riesci a interpretare bene: ti spaventa, però ti attrae contemporaneamente. È un concetto che torna tantissimo. Ispantu è un piccolo marchio che ho inventato per le mie produzioni, magari in futuro si si amplierà.
Cioè? Potresti fare anche il produttore?
Ancora non lo so, però se trovassi qualcosa di interessante, potrei pensare a un piccolo investimento, è una cosa che mi piacerebbe. Anche se so già che sarei severissimo… Però mi piacerebbe se ci fosse un risveglio identitario, perché la Sardegna ha molto da offrire. Ci sono anche tanti gruppi rispetto al numero di abitanti, che sono circa un milione e mezzo, per cui se qualcuno cominciasse a fare una ricerca letteraria, etnica, usando atmosfere particolari, mi piacerebbe molto includerlo sotto questa bandiera. Io mi sono messo a fare il mio Barbagia black metal, però mi piacerebbe che ci fosse anche, che ne so, un Gallura black metal, un Logudoro black metal, ciascuno con le proprie tradizioni. Sarebbe bello, perché qua ogni paese ha una varietà unica da proporre, non siamo tutti uguali. C’è una grande ricchezza, con anche una grande complessità di storie e di valori che vanno coltivati e secondo me è un peccato continuare a relegarli al folklorismo televisivo. In generale mi piacciono tanto i progetti che hanno un carattere regionale, come gli À répit, gli Inchiuvatu, o gli Scuorn, dove ognuno mette quello che è la sua terra e le sua cultura.
Nell’edizione limitata del disco, che ricordiamo essere terminata in due giorni, c’era allegato un libretto scritto da te, intitolato Dustizia Mala, in cui si parla delle motivazioni storiche del banditismo sardo. Vorrei riassumerlo per chi non ha potuto averlo: io ho capito che il banditismo in Sardegna nasce non come atto criminale ma come reazione necessaria degli abitanti della zona centrale nei confronti di quello che succedeva nelle coste e nelle zone sotto controllo esterno.
Corretto. Quando i regnanti sabaudi ricevettero la Sardegna dall’Aragona, cominciarono a instaurare quello che quello loro chiamavano la “proprietà perfetta”, ovvero si misero a circoscrivere dei terreni che prima erano liberi, aperti a tutti. Da qui, alcune pratiche che in precedenza erano normali per le realtà locali, vennero identificate come criminali. Per esempio, l’abigeato in Barbagia non era un crimine: era una tradizione condivisa, che si traduceva in un socialismo reale ante litteram, o meglio era parte di un sistema feudale, che si chiamava ademprivio: un’antichissima forma d’uso condiviso della terra, su cui tutti potevano esercitare il loro diritto di raccolta o di pascolo. Cosa succedeva, in pratica? Se, per esempio, tu avevi dieci pecore più di me, ti occorreva più spazio. Quindi se due te le rubavo io e due te le rubava un altro, avevamo pareggiato di nuovo, perché la terra era tutto demanio secondo questo sistema feudale. Con i Savoia successe che le terre vennero chiuse, proprio fisicamente, mediante l’erezione di muri a secco, anche con l’appoggio di alcuni possidenti sardi. Il nuovo regime rubò e chiuse appezzamenti di terra enormi, che comprendevano anche parti pubbliche come strade e fonti d’acqua. I sardi che si ribellavano a questo sistema e buttavano giù i muri, che erano stati eretti per circondare i terreni, diventavano criminali e iniziarono a essere chiamati banditi. Pensa che avevano inserito leggi assurde: avevano pure vietato di tenere la barba più lunga di un mese, cioè passato un mese bisognava tagliarla obbligatoriamente, perché sostenevano che i banditi tenessero la barba lunga per incutere terrore, o non so che cosa. Poi i Savoia facevano esecuzioni pubbliche come impiccagioni, decapitazioni, le peggiori cose. In Sardegna i piemontesi arrivarono prima rispetto al resto d’Italia, perché mentre l’Italia fu, fra virgolette, unificata nel 1861, da noi erano già arrivati da 150 anni. Insomma, ci sono motivazioni storiche che nessuno vuole ammettere. C’è sempre stato un tentativo di eradicare la cultura pastorale, nella convinzione che fosse la natura della cultura pastorale a portare cose come il sequestro di persona. In realtà il sequestro di persona è arrivato col capitalismo, perché risponde alla stessa alla stessa formula, cioè il massimo profitto col minimo sforzo. Fino alla fine dell’Ottocento non era mai esistito il sequestro, che è stato una piaga del Novecento e non fa parte della cultura pastorale. Molti si lamentano che noi mitizziamo il bandito, ma dal nostro punto di vista quello non è un bandito: è stato chiamato bandito, da loro, dai Savoia, che avevano rubato le terre sulle quali i pastori lavoravano e vivevano.
Tu usi un prenome, come da costume sardo, Lutzéddu, e un soprannome, Brusiòre. Cosa significano?
Brusiòre è il nome d’arte che uso nel progetto. Vuol dire bruciore, come un bruciore interiore. È anche uno dei nomi del diavolo.
Anche Lutzéddu lo è, giusto?
Si, Lutzéddu deriva da Lutziferru, è un vezzeggiativo del nome di Lucifero. Una curiosità che ricordo sempre: San Lucifero è stato il primo vescovo cattolico di Cagliari nel quarto secolo.
Bene Ignazio, ci avviamo alla conclusione. Adesso cosa farai?
Sto pensando a portare la musica dal vivo. Inizialmente questo disco doveva rimanere un progetto in studio, non avevo preoccupazioni di questo tipo, ma appena ha iniziato a uscire la musica c’è stato questo grande interesse, hanno cominciato a chiedere di fare i live, quindi io sto sto lavorando adesso con una band per preparare i pezzi da portare in concerto, il prima possibile.
Il gruppo sarà lo stesso che ha suonato nel disco?
L’organico per poter ricreare la musica del disco saremo noi, più altri tre. Io dal vivo posso occuparmi solamente della voce: non riesco a suonare e cantare contemporaneamente, la voce è molto impegnativa: richiede molta concentrazione, è uno sforzo molto fisico.
Tra l’altro tu fai un uso vario della voce, usi registri diversi.
Si, diversi registri, perché voglio che si sentano tante sfumature: nell’interpretazione per me non esiste solo bianco o nero, ci sono tanti grigi in mezzo e tanti bianchi sporchi, in fondo siamo fatti di questo, cioè di luce e di buio però anche di momenti di transizione tra i due estremi. Volevo che si percepisse questo. Quando si parla di voce e di esecuzione in generale, moltissimi gruppi black da questo punti di vista si accontentano di fare “il compitino”. Io non lo volevo fare, perché non avrebbe aggiunto niente a quello che già esiste e non avrebbe parlato così bene di questa cultura. Per cui il fatto di utilizzare tanti registri rende la cosa molto più teatrale nell’esecuzione, poi esprime meglio le varie emozioni, le cose più introspettive così come quelle più esterne ed evidenti. Per me è un modo per rendere giustizia a tutte queste sfumature di cui sono fatte le persone: l’ira, la dolcezza, l’insulto, il verso poetico. Doveva starci tutto!
Ti dico l’ultima cosa: la mia canzone preferita è Sa Morte ‘E Su Pastore.
Ah! Bellissima! È anche la mia preferita! È quella che si avvicina quasi alla poesia. Le altre canzoni sono più racconti, a parte Dae una Losa Ismentigada che è una vera poesia del grande Peppinu Mereu, poeta sardo notissimo dell’Ottocento. Sa Morte ‘E Su Pastore mi è particolarmente cara perché appunto è quasi poesia, nonostante io non sia un poeta, perlomeno non mi reputo tale. È un brano in tre quarti, che non è usuale per il metal ed ha una composizione in tre movimenti.
Vero, poi c’è la narrazione di questo personaggio che vede prima perdersi tutto il suo capitale, il suo gregge, e poi soccombe anche lui, con un ultimo pensiero alla speranza perduta di raggiungere la pianura del Campidano.
Si, non può che arrendersi alla forza della neve con quel rimpianto. Ecco, oltretutto la canzone mi è cara perché io vengo da una famiglia di pastori che vivevano così, che scendevano a piedi da Ovodda fino al Campidano con il gregge, per cui la sento vicina. Mio nonno era pastore, viveva così.
Ignazio, ancora tante grazie per il tuo tempo e in bocca al lupo per tutto. Fai un ultimo saluto ai lettori di Metal Skunk nella tua lingua:
(Stefano Mazza)










La foto “di copertina” sembra la copertina di “Inside The Unreal” degli Electrocution.
Per il resto, grazie per l’intervista interessante.
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Questa intervista è molto intrigante. Se ne potrebbero osare di più, a questo livello, di “colloqui”
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