La nuova scena post-punk inglese: YARD ACT – The Overload

Da qualche anno a questa parte si parla sempre di più di una nuova scena punk e soprattutto post (o new post, o post-post) punk inglese. Se prima era solo roba da addetti ai lavori che fondamentalmente cercavano di scrivere qualcosa sui giornali e sulle webzine per rendere più interessante il piattume contemporaneo, col passare del tempo queste scene hanno iniziato ad avere confini ben delineati e ad avere un’influenza e una risonanza non solo tra i soliti quattro gatti. Dalle proposte più squisitamente punk (IDLES su tutti) a quelle più post (Squid, black midi, Dry Cleaning, etc), nel giro di qualche anno abbiamo iniziato ad avere dei dischi di area “alternative” che hanno fatto buoni numeri e che non erano solo dischi per appassionati.

Per quanto questa cosa mi faccia molto piacere, il problema per me è sempre stata la qualità e l’originalità di molte di queste proposte. Senza mettermi a fare le pulci a molti dei dischi che avrete trovato nelle playlist di fine anno di tutto il mondo, nei migliori dei casi mi sono trovato ad ascoltare “minestre riscaldate” di artisti con poca personalità, capaci di azzeccare un paio di pezzi (solitamente i singoli) e solo per questo pompati dai soliti noti come next big thing. Nei casi peggiori, gruppi e dischi privi di qualsiasi mordente che piacciono a over 45enni che si ricordano di quando erano giovani e fichi, oppure a persone che a dispetto dell’età anagrafica pensano di vivere nella Londra degli anni ’80 e fingono che certi gruppi valgano come quelli dell’epoca.

In mezzo a tutto questo calderone, ogni tanto, esce fuori qualcosa di interessante e di oggettivamente notevole. E la mia intenzione è quella di parlare, periodicamente, di questi dischi che si distinguono dal piattume generale e che, pur non inventandosi nulla, hanno qualcosa da dire.

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Il primo dei dischi di cui vi parlerò è l’esordio degli Yard Act, una band giovanissima che è diventata famosa molto prima dell’uscita del disco.

Grazie al solito NME, ad un buon ufficio stampa e un paio di singoli che hanno sbancato, il gruppo di Leeds è passato dal suonare al classico pub sotto casa a riempire locali degni di nota e, se l’EP Dark Days è schizzato subito in alto alle classifiche, l’esordio The Overload, uscito a gennaio 2022, è stato tra i dischi più prenotati degli ultimi anni. Tutta questa grancassa mediatica, unita all’immagine della band che mi sembrava messa su a tavolino per piacere ad un certo tipo di pubblico, me li aveva resi immediatamente antipatici, tanto da non volere neanche provare ad ascoltarli. Infatti la prima volta in assoluto che ho ascoltato gli Yard Act è stato casualmente quando è partito un pezzo random su Spotify, pochi giorni prima dell’uscita del disco. Che poi ho ascoltato e anche comprato perché spacca il culo.

Immaginate un incrocio praticamente perfetto tra i Fall, i Blur del periodo Modern Life is Rubbish/Parklife e i Pulp di Different Class, il tutto frullato con qualcosa dei Gang of Four e dei Talking Heads. E il bello è che, nonostante l’inesperienza, gli Yard Act riescono a gestire questo insieme di influenze e a mostrare un’invidiabile personalità che si percepisce sin dall’iniziale title track e per tutti i trentasette minuti che compongono questo esordio.

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Dalla trascinante Payday all’ottima Rich è difficile restare indifferenti di fronte all’innegabile tiro di questa band e alla grande personalità del suo frontman James Smith, che dal leader dei Fall non prende solo il cognome ma anche il suo caratteristico sprechgesang (ossia quello stile che è un misto tra cantato e parlato). Non solo: a dimostrazione del fatto che il quartetto di Leeds sa il fatto suo e non è solo un altro fuoco fatuo e che il suffisso “punk” significa anche qualcosa, i testi del disco sono estremamente efficaci, taglienti e contemporanei, e trattano i temi “giusti” senza scimmiottare band di altre epoche.

Funziona tutto in The Overload: sia le canzoni più tirate e punkettone come Witness, sia quelle più melodiche e riflessive come la conclusiva 100% Endurance scandita dal parlato di Smith. Questo debutto rappresenta una di quelle rare congiunture astrali in cui tutto riesce in modo incredibilmente facile e naturale, e si arriva al termine del disco senza nessun calo, con la voglia di rimetterlo su e di sentire qualcosa di nuovo dalla band.

Cosa chiedere di più ad un disco di esordio? (L’Azzeccagarbugli)

One comment

  • Il miglior disco di genere degli ultimi anni esce da Dublino.
    The Murder Capital – When I Have Fears
    Altra cosa rispetto ai pur ottimi Fontaines D.C.

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