La montagna più metal di tutte: NANGA PARBAT – Downfall and Torment

A voler essere onesti fino alla fine, Downfall and Torment è presente nel mio stereo da circa un annetto, anche se di fatto è stato pubblicato solo il mese scorso su Spliptrick Records. Quando il master mi fu anticipato da un membro della band con la promessa di non farne ancora menzione, dovetti forzarmi per rispettare la parola data, perché avrei immediatamente voluto spoilerare ai nostri lettori che esisteva una nuova band che, senza girarci troppo intorno, spaccava. Ho aspettato a parlarne anche perché non avevo alcuna premura di essere il primo a dirne bene ed ero parimenti curioso di osservare che tipo di riscontro avrebbe avuto fuori dalle quattro mura di Metal Skunk. Verificato che tale riscontro è stato unanimemente positivo ora posso aggiungermi al coro senza girarci troppo intorno: amici, questo disco spacca.

Anticipai in questo post il lyric video di Demon in the Snow curato, come gli altri due video girati per l’occasione, da Sanda Movies, e ad esso vi rimando per le info sui componenti della band romana. Contribuiscono ad impreziosire e dare ulteriore sostanza al tutto le oramai obbligatorie collaborazioni di pregio quali, per citarne solo alcune (non me ne vogliano gli altri), quella di Davide Straccione degli Shores of Null che ha prestato il suo marchio alla causa, di Francesco Ferrini dei Fleshgod Apocalypse che ha curato le orchestrazioni molto presenti nel disco e di Vittoria Nagni, brava violinista che avevo già avuto modo di apprezzare nei divertentissimi Blodiga Skald.

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Sul disco in sé non c’è veramente nessun appunto da fare, essendo estremamente godibile, coerente e fluido. Si intuisce immediatamente come i Nanga Parbat abbiano tutte le carte in regola per fare anche di meglio in futuro, anche se quello che hanno buttato sul piatto mi basta ed è tanta roba veramente. Ho apprezzato l’uso equilibratissimo di voci pulite e growl, come quello costante ma non predominante delle orchestrazioni citate prima, e l’alternanza di riffoni, assoli e arpeggi acustici. Alla base del tutto c’è un riferimento enorme e predominante che è quello del death melodico di scuola svedese, che di suo mira alle budella della gente e non alla testa, ma qui e là si manifesta anche la modernità con intromissioni progressive che, viceversa, puntano alla materia grigia. Ne è un chiaro esempio Tidal Blight, uno dei miei preferiti, brano in crescendo che inizia con un violino, percussioni leggere e arpeggi per poi esplodere nel classico riffone, finché il tutto va progressivamente a complicarsi in tempi dispari e controtempi, grazie anche a una sezione ritmica da levarsi il cappello. Anche se la mia preferita resta la title track, importante suite dal sapore smaccatamente novantiano di quasi 13 minuti di lunghezza con i suoi corposi inserti di cori e archi, che da sola sembra riassumere un po’ il manifesto artistico dei nostri essendo costruita ad arte per valorizzare tutte le idee e tutti gli strumenti, non ultimo il vocione di Andrea Pedruzzi. Ultima nota personale di apprezzamento, quella di aver scelto di aprire e chiudere l’album con una intro e una outro strumentali che fa 100% anni ’90. Un altro grande colpo per Dan Swanö. No, scherzo, la produzione è a cura dell’ottimo Marco Cinghio Mastrobuono, ma la citazione non è del tutto peregrina. (Charles)

2 commenti

  • Disco bellissimo, uno dei migliori usciti negli ultimi 10 anni.
    Molto ispirato e vario.
    Complimenti.
    Ma una domanda : perché si parla di death metal melodico?
    Ok ci sono le voci growl e tutto l’armamentario, ma questo per me è quasi metal classico come riffing.
    Arrangiato cattivo, ma sempre metal classico è.
    Solo io ho questa sensazione?

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    • Secondo me i riferimenti sono abbastanza scoperti, ma la struttura dei pezzi è molto lineare (tranne in alcuni casi in cui, come scrivevo nel pezzo, si vira verso il death progressivo) anche in linea con i canoni di certo death svedese che sotto sotto ha nei Maiden il suo background principale, questo per dire che il tuo ragionamento ci può stare.

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