L’ultimo disco dei MEGADETH
Un album che funziona a sprazzi, perde il confronto con l’eccellente predecessore ma regge in modo dignitoso l’enorme responsabilità di chiudere una carriera quarantennale.
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Un album che funziona a sprazzi, perde il confronto con l’eccellente predecessore ma regge in modo dignitoso l’enorme responsabilità di chiudere una carriera quarantennale.
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Un gran rimescolone di attitudine hard rock, punk e reminiscenze a cavallo fra speed e metallo estremo, per un album che sulla carta dovrebbe piacerci ma non convince fino in fondo.
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Con oltre un decennio di ritardo, Weinrich si inserisce nel filone ritualistico con voce femminile. Per quanto gli possiamo voler bene, il risultato purtroppo delude.
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Il trio di Ostia ha uno status che non deriva da alcuna generosità campanilista ma è stato conquistato sul campo, in virtù di un amalgama sonoro che prima, semplicemente, non esisteva.
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Dal nuovo Ribspreader all’imminente ritorno dei Paganizer, dai truculenti Putrevore alle cupe melodie dei Dead Sun, andiamo a vedere che combina l’iperattivo svedese con i suoi 50 (contati) gruppi.
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