Nuove nostalgie: EUROPE – Come This Madness
Quando vedo il nome Europe non posso evitare di sorridere pensando a quando, ancora bambino, nel 1986 sentii per la prima volta The Final Countdown. Perché li si può criticare finché si vuole, ma gli Europe furono uno dei gruppi d’ingresso al rock duro, insieme a Bon Jovi, Van Halen e altri che contribuirono a portarci verso quello di cui parliamo qui tutti i giorni. Non siamo mica nati tutti con Morbid Tales sotto il cuscino; qualcuno cominciò anche grazie a quei cinque svedesi cotonati. Io per esempio, e non ho nessuna intenzione di vergognarmene. La formazione che associamo al grande successo si era assestata nel 1984, con l’ingresso di Mic Michaeli alle tastiere e di Ian Haugland alla batteria, al posto di Tony Reno. Poi John Norum salutò la compagnia proprio nel 1986, quando sarebbe sembrato il momento meno indicato per scendere dalla giostra. Arrivò Kee Marcello, si andò avanti fino alla pausa del 1992, quindi ci si ritrovò nel 2003 con Norum nuovamente a bordo. Da allora Tempest, Norum, Levén, Michaeli e Haugland sono rimasti insieme: a un certo punto questa storia travagliata è diventata più stabile di molte famiglie.
Ed eccoci a Come This Madness, dodicesimo album in studio, arrivato a nove anni da Walk the Earth. Alla produzione c’è Tom Dalgety, al missaggio Mike Fraser, e fra gli ospiti compaiono Tobias Forge e Mikael Åkerfeldt. Evidentemente, anche quelli che dicono di suonare con i fantasmi e scrivono dischi complicati, ogni tanto, passano a trovare gli Europe, poi tornano a casa e proseguono con le proprie seghe mentali. Chi nel frattempo li avesse persi di vista sappia che il gruppo ha abbandonato da parecchio il suono con cui conquistò le classifiche. Già con Start from the Dark avevano imboccato una strada più pesante; negli anni successivi hanno dato sempre più spazio alle proprie radici, più hard che rock. Qui le chitarre hanno corpo, le tastiere arricchiscono gli arrangiamenti e aleggia lo spettro dei Deep Purple, specialmente verso la fine del disco.
La melodia rimane centrale, naturalmente: sarebbe quantomeno singolare chiamare Joey Tempest e poi chiedergli di contenersi nei ritornelli. Ascoltando le canzoni, sentiamo che One on One parte da un’introduzione orchestrale e lascia lavorare il basso prima di mettere avanti riff e ritornello, cosa che apprezziamo particolarmente; Come This Madness cerca atmosfere più scure, mentre Scandinavian Eyes rende particolarmente evidente la parentela con l’hard rock dei Settanta. C’è anche la ballata, This Time of Year, perché certe abitudini sarebbe brutto perderle. Sono modi diversi di amministrare un mestiere che questi signori conoscono benissimo e i brani migliori per noi si trovano quasi tutti verso la fine del disco. Da notare in particolare che Norum ha ancora parecchio da dire e la voce di Tempest è diversa da come ce la ricordavamo: leggermente meno acuta, ma ugualmente potente e perfettamente adeguata a questi brani. Un cambiamento del tutto naturale per la sua età.

Il problema, semmai, è quanto venga voglia di riascoltarlo una volta finito: Come This Madness è un album di buon livello, ben suonato, piacevole e abbastanza vario da accompagnare l’ascolto senza farci controllare continuamente quanto manca e offre esattamente quello che promette. Ma fra riconoscere che un disco è fatto bene e sentire il bisogno di rimetterlo dall’inizio passa una certa differenza. Questo è uno di quei casi nei quali il nome sulla copertina conserva un potere di attrazione superiore a quello delle nuove canzoni. E poi c’è la nostalgia. Sissignori, nostalgia: la scriviamo proprio qui, anche se è diventata una parola temibile, da negare e scansare, mentre ci sforziamo di guardare al futuro. Poche balle: dopo una certa età c’è e non la si toglie. Puoi ascoltare tutte le novità che vuoi ma quando ricompare un nome legato ai tuoi anni di formazione è inevitabile concedergli attenzione. Quindi ecco un disco di veterani dell’hard rock che può tornare a fare cassetta rivolgendosi anche ai veterani dell’ascolto, agli anziani del settore, ai vecchiacci come me e come altri qua dentro. Loro suonano ancora bene, noi per un po’ siamo contenti di ritrovarli. Tutto regolare, poi ciascuno torna alle proprie occupazioni, senza che sia successo niente di memorabile. Ascoltate e dimenticate. (Stefano Mazza)


Non mi vergogno di dire che anche io iniziai gli ascolti ‘duri’ con Europe e Bon Jovi… Per poi ritrovare la mitica “The Final Countdown” in una splendida cover dei Laibach!
Eccome un altro qua. Comprai la cassetta in autogrill e la consumai …. A.D. 1987 , 4° elementare
I primi 2 sono un must, quello famoso è il loro peggior album.
Poi secret society e start from the dark bellissimi album.
Poi cose carine e qualche ciofeca , ma grandissima band.
Insopportabili durante il loro periodo di maggiore notorietà.The Final Countdown non la vorrei ascoltare neanche nel peggiore degli incubi.
Da una settimana non riesco ad ascoltare nient’altro: aor di grandissima classe, alcuni pezzi eccezionali, e tutta la band in grande forma. Non gli avevo mai più ascoltati dagli anni 80, e non avrei creduto che fossero a questi livelli. In molti punti sembra davvero di sentire il disco che mi sarei aspettato dai Deep Purple – Tempest tra l’altro ha un timbro nei registri bassi che somiglia molto a quello di Ian Gillian!
Per me non è tanto un discorso di nostalgia – perché in tal caso ascolterei direttamente gli album vecchi, come faccio regolarmente con Bon Jovi o Skid Row o altri dischi della mia gioventù.
Per me il fatto è che ho quasi 50 anni quindi questo rock “da papà” mi si addice perfettamente, e non me ne vergogno.