Harakiri for the Sky / SVNTH @Legend Club, Milano – 28.02.2026

La serata del 28 febbraio prevedeva inizialmente la partecipazione dei Klimt 1918 come spalla degli Harakiri for the Sky. Mi sono dispiaciuto all’annuncio che il gruppo romano non sarebbe potuto essere presente e accompagnare gli austriaci né alla data di Roma né a quella di Milano. Tuttavia c’è anche da dire che non c’era probabilmente soluzione migliore che sostituirli coi SVNTH, altra formazione capitolina che, anzi, stilisticamente è persino più affine agli headliner austriaci. Vedere nuovamente i Klimt 1918 dopo tanti anni – l’ultima volta fu in una versione acustica estiva nel dehors del Traffic durante i postumi della pandemia insieme al buon Enrico – ma, allo stesso tempo, non vedevo da ancora più tempo i SVNTH – a memoria, da uno dei primi Romaobscura, quando ancora si chiamavano Seventh Genocide – e i loro ultimi due album, Spring in Blue e Pink Noise Youth, mi sono piaciuti molto entrambi.

Alla fine poco male, quindi. Anche la loro prestazione è sicuramente di livello adeguato e non delude le aspettative che si hanno durante una serata del genere con un gruppo principale così importante. Le interazioni col pubblico sono tenute al minimo, ma è anche giusto così – dopotutto stiamo assistendo a una serata blackgaze, il cui nome è una crasi tra il genere metal misantropico per antonomasia e lo shoegaze, che letteralmente significa “guardascarpe”, per come suonavano i primi gruppi, concentrati sulle pedaliere con tutti i loro effetti. Uno dei pochi momenti di interazione è dedicato all’annuncio del centesimo concerto raggiunto – e facciamo tutti gli auguri per questo traguardo alla band di Rodolfo Ciuffo, che sembra ormai aver trovato la quadra anche stilisticamente e artisticamente. L’esibizione dura giusto una mezz’oretta e devo dire che mi sarebbe piaciuto ascoltarli per un’altra decina di minuti.

Il cambio palco è abbastanza veloce. Viene sostituita la batteria, piazzati i pannelli con le quattro iniziali e gli Harakiri for the Sky iniziano puntualissimi. Rispetto agli altri gruppi del genere sono sempre stati un po’ a sé stanti – o quantomeno io li ho sempre percepiti come tali – sia come giro di persone coinvolte, lontano dalla cricca francese di Neige, sia come cifra stilistica. Ed è ovviamente una cosa positiva, dato che a un certo punto di cloni degli Alcest ce ne erano fin troppi in giro. Loro per contro hanno sempre avuto un’impostazione maggiormente derivante dal post-hardcore piuttosto che dal post-rock/shoegaze. E questo mi è ancora più chiaro vedendoli dal vivo per la prima volta, sia ascoltando la sezione ritmica (batteria, basso e chitarra ritmica), sia dall’impostazione vocale del cantante, che sembra urlare il suo dolore straziante nel microfono. Il modo in cui tiene il palco ha un qualcosa di quasi grunge (sarà per la camicia di flanella che indossa): imitazioni di un’impiccagione con il cavo o, per l’appunto, di un harakiri col microfono stesso e nessuna interazione con gli astanti, che da parte loro sono coinvolti dal ritmo e dalle melodie della musica e scapocciano in silenzio. Terminato il bis, lascia cadere il microfono sul palco, scende e, quasi infastidito dalla nostra presenza, esce dalla porta principale passando a spallate in mezzo al pubblico, che coglie l’occasione per dargli qualche pacca sulle spalle. Personalità. (Edoardo)

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