Col vestito buono: MESSA @Santeria Toscana, Milano – 20.02.2026

Fotografie tratte dal profilo Instagram della band e non relative alla data di Milano

Manco da troppo tempo dai concerti, quasi non mi ricordo più come ci si comporta. Mi dispiace davvero tanto di essermi perso Kariti e soprattutto i bravi Coltaine, ma il Santeria è insonorizzato davvero bene e, anche se eravamo a cena lì affianco col Venturini, non mi ero reso conto che avessero già iniziato a suonare. Mi spiace pure invece di avere assistito forse a più di metà del set lagnoso e stonato delle Faetooth. Fortunatamente non è stato lunghissimo. La scaletta dei Messa, invece, stasera sì che è stata corposa. Iniziata con Babalon e conclusa con Hour of the Wolf. E queste sì che sono state due sorprese eccezionali, perché tutto pensavo, meno che avrebbero ripreso brani persino da Belfry (comunque diciamolo ancora: rendiamoci conto, chi è ai giorni nostri che sul disco d’esordio ha già due brani del genere, due riff clamorosi del genere). Sorpresa però che alla fine della serata appare del tutto contestualizzata. I Messa ora possono dire che un vero e proprio ciclo lo hanno concluso, il loro primo, e allora si celebrano, celebrano tutte e quattro le tappe della loro crescita. Lo fanno col vestito buono. Letteralmente, le giacche nere, con le spalline larghe. Come quando ti presenti ad un colloquio e vuoi apparire bene. Non sei proprio a tuo agio al 100%, vestito così. Non ti senti nemmeno troppo te stesso. I Messa sono già arrivati alla Metal Blade con The Spin, ma forse il colloquio non è ancora finito e forse sanno che questo è il momento di resistere. Arrivare dove sono arrivati è stato relativamente facile, per quattro ragazzi con la loro, eccezionale stoffa. Dimostrare di avere le spalle per restarci, lì, a riempire quelle giacche senza sembrare più ragazzi di provincia, sarà da ora in avanti una parte forse più difficile.

Forse ostentano più sicurezza nei propri mezzi di quanta ne abbiano per davvero, nel personale. Forse sono anche un po’ stanchi. Così mi sono sembrati a inizio concerto, ma più probabilmente sono io che a inizio serata oramai sono già stanco, sempre, come un minatore (e un minatore non sono mica), e trasferisco la mia di stanchezza vedendola sugli altri. Fatto sta che per metà serata almeno i Messa stasera mi sono apparsi un po’ ingessati. Statici. Loro che statici, davvero, non si può proprio dire che lo siano mai stati. Il drone agli inizi, poi le svisate jazz, le scale mediorientali, i neon anni ’80. Anche se la dinamica pieno-vuoto-pieno può sembrare ripetitiva (The Spin infatti va spesso ormai per altre strade). Ripetitiva ora, ma dieci anni fa (già, Belfry fa dieci anni tra poco) non era così. E il loro saper giocare coi vuoti e i silenzi era davvero la cifra che li rendeva diversi, freschi, nuovi. Poi sono migliorati, a ogni album, progressivamente cambiando un po’ di pelle ogni volta, fino, oggi, a risultare totalmente diversi e nuovi. Nuovi, diversi, ma non altri, veramente. Nuovi ma con alle spalle già dieci anni di concerti e strade e registrazioni. Che fossero quattro musicisti diversissimi tra di loro, assortiti in maniera del tutto antintuitiva, si sapeva da sempre. È la cifra dei Messa, la formula che li rende formidabili quando il gioco funziona, forse un po’ leziosi quando il fianco un po’ lo mostrano (capita, ma di rado). Agli inizi le canzoni venivano fuori dal caos e dal rumore bianco. Ora sono letteralmente trascinate dalle corde di un chitarrista eccellente che è diventato una vera forza della Natura. Un musicista fantasioso, emozionante, di gusto. Tutti giustamente a puntare il dito per anni sulle doti canore di Sara Bianchin, ma intanto è diventata la Telecaster di Alberto Piccolo la protagonista, quanto e forse più della giovane cantante tenebrosa, al tempo stesso altera e sorridente.

Inizialmente ingessati, dicevo. Così mi sembravano. Poi un’emozione dopo l’altra, The Dress, Thicker Blood (mamma mia Thicker Blood), Pilgrim, soprattutto Rubedo (Gesù Cristo, Rubedo). Piccolo sempre più presente, coinvolgente e gli altri pure, sempre più coinvolti, sciogliendosi, scrollandosi di dosso quell’imbarazzo che provi ai colloqui o alle celebrazioni. Tornati di nuovo loro, presenti al 200% da metà scaletta in poi, tanto nei brani vecchi (Snakeskin Drape) come in quelli nuovissimi (Void Meridian). E pezzo dopo pezzo si scioglie chiunque, perché non reggono più le difese e i distinguo. Possono non piacere i Messa, ci sta. Possono pure non stare simpatici. Ma di gente che ha altrettanta stoffa e altrettanta capacità, altrettanta personalità, ce ne è davvero poca. Bravissimi, ancora una volta, come ogni volta. Un gruppo rock unico, che non può che essere figlio di quest’epoca qui, eppure che a tratti ti trascina quasi negli anni ’70, per libertà e fantasia. Ma anche che, quando ti seppelisce sotto riff mastodontici come quello di Hour of the Wolf, che appunto stasera ha chiuso le danze, riesce sempre a strapparti un headbanging convinto. (Lorenzo Centini)

La scaletta:

Babalon
Fire on the Roof
At Races
The Dress
Thicker Blood
Pilgrim
Rubedo
Immolation
Reveal
Leah
Void Meridian
Snakeskin Drape
Hour of the Wolf

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