Thrash metal con camicie hawaiane: SPECIES – Changelings

Ricevere un messaggio che titola segnalo gruppo polacco di thrash tennico non ha prezzo. Tennico non è un errore, è il modo in cui i vecchi fiorentini pronunciano la parola tecnico. L’indagine su codesti Species ha portato alla luce un album uscito alcuni mesi orsono, Changelings, il secondo nella loro discografia inaugurata con To Find Deliverance nel 2022. E sono sì giovani, con la data di nascita che oscilla fra l’anno 1992 e il 1999.

La foto promozionale del trio capitanato da Piotr Drobina non è delle più promettenti: stanno sotto all’equivalente polacco del Ponte all’Indiano, soltanto che non c’è l’Arno, e indossano le tre camicie più colorate e brutte che hanno trovato, appunto, di là d’Arno, al Mercato delle Cascine il martedì mattina. Appuntamento in cui le cinquantenni dell’Isolotto si ritrovano per ricomprare i calzini ai mariti alle bancarelle. Se mai gli sbirri fermassero tre individui con indosso tre camicie simili a quelle, nei taschini ci troverebbero più droga che nel backstage di Exodus o Megadeth nel 1985.

Tralasciando gli appariscenti baffi alla Vulture, direi che la proposta degli Species è altamente interessante, un thrash metal non meno schizofrenico di quello dei Watchtower, con il basso bello in evidenza alla Mekong Delta e certi passaggi quadrati e marziali – adoro talmente usare questa parola che, certe volte, neanche so se lo faccio completamente a sproposito – come in certi Coroner della seconda metà di carriera. La voce di Piotr Drobina è urlata ed efficace – siamo dalle parti dei Vektor senza l’ausilio dello psicanalista – e l’acuto in stile anni Ottanta è frequente seppur senza mai risultare abusato. Dell’album mi ha particolarmente colpito la sua spiccata varietà: nessun brano ricalca apertamente lo stile del precedente, e si giunge in fondo a Changelings con l’impressione di aver completato una sorta di quadro generale di quelle che sono le loro intenzioni. Waves of Time l’episodio più epico e melodico, del tutto dissimile dalle due che la precedono.

Avrei castrato Voyager, una strumentale dalla durata tutto sommato contenuta, ma che nell’economia dell’album non incide in alcuna maniera. La successiva Born of Stitch and Flesh non riporta infatti le linee vocali, ma tutto ciò che in Voyager era mancato in favore di una certa rilassatezza e linearità. Quest’ultima funziona in Terror Unknown per il semplice fatto che sono i riff, lineari e ben scritti, a funzionare per primi. Il riff death metal poco prima del terzo minuto di scorrimento è da manuale. Spazio perfino per la suite in chiusura con Biological Masterpiece, che non risulta suite in quanto forzatamente ridotta a tale, ma ha una sua perfetta logica. Diciamo che l’apertura affidata a Inspirit Creation ci presenta un singolo buono, e caratterizzato da fresche e improvvise accelerazioni, ma forse non sufficientemente forte per potere spingere da solo l’album. Che è tutto un po’ buono, ma privo di una effettiva vetta.

Un assoluto plauso alla seconda copertina consecutiva firmata da Aleksandra Pawlowska, che al momento non ha lavorato con nessuna altra band: un lavoro perfettamente nello stile e nello spirito dei lavori cui gli Species fanno riferimento nel trarre ispirazione.

In virtù invece della loro spiccata varietà compositiva, resta da comprendere se in futuro gli Species intenderanno muoversi su una di queste strade, per approfondirla e farne il proprio marchio, o se l’estro rimarrà bello in vetrina, un po’ come annunciato da quell’improbabile abbigliamento fricchettone anni Settanta. In tal caso, una bella fortuna che la gente non abbia completamente smesso d’impazzire dopo i Blind Illusion. (Marco Belardi)

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