Almanacco Gotico Italiano #10: tre abiti candidi come sudari

Bollettino di informazione sul lato più oscuro delle uscite indipendenti nazionali – Foto di gotico_italiano

Torna la rubrica dedicata alle uscite più o meno esoteriche (e diversamente metalliche, di solito) provenienti dal nostro strano Paese. Che rivela facilmente luoghi strani e misteriosi (basta girarselo con gli occhi che indagano le cose giuste…) e pullula in realtà anche di esperienze musicali oblique. Pare in realtà che attorno sia tutto trap e tv e invece ogni tanto da certe cantine salgono profumi ed esalazioni scure o scurissime. Non per forza metal. Una certa tendenza al gotico (in senso lato, a volte in senso vago) si trova anche nel mondo sperimentale e/o indie. Ecco che con il volume di oggi l’oscurità viene garantita da tre nostre vecchie conoscenze che ritroviamo con un certo, malsano piacere. Sembra poi, per un qualche allineamento che non siamo in grado di definire e giudicare, che anche le tre copertine in questione si parlino. Come qualcosa che si manifesta, inaspettatamente, in posti diversi e a persone diverse.

Questa rubrica è stata inaugurata tre anni fa quasi esatti con un terzetto di uscite tra le quali c’era l’esordio della mantovana Erika Azzini, in arte KÆRY ANN, apparsa come giovane promessa indie in uno scenario ondivago tra dream-pop e desert rock. La ritroviamo oggi con Moonstone, secondo album, con un passo deciso in direzione rock (duro?). I brani, a volte canzoni più compiute, a volte tratteggi più sfumati nella forma, sono ora densificati da chitarroni pieni (e basso distorto) nello stile di quella gothic americana che è facile ricondurre a un certo periodo (il migliore?) di Chelsea Wolfe, con tutti quei riferimenti doom/stoner/grunge. Per dire: dagli Earth agli Smashing Pumkpins. Del suono, parlo. Kæry di suo continua a lavorare con brani all’apparenza più soffici e sognanti (The Road, una versione irrequieta dei Mazzy Star?), solo che racchiusa in quel suono fragoroso. Fragoroso, ma, c’è da dirlo, non spigoloso. L’album non si propone comunque di spingere i limiti oltre quelli di un pubblico rock. Poi succede qualcosa. Ti sembra di riconoscere un titolo (dai, sarà omonima), poi riconosci sicuro un arpeggio. È la Shores in Flames che tutti noialtri conosciamo a memoria (non credo altrettanto il pubblico di Rockit o Indie for Bunnies). Un colpo al cuore, anche perché se sbagli una cover del genere (facile, fin troppo facile) poi con noialtri sarebbe dura riprendere (sempre che a Kæry interessi). Però vi dico che il trattamento del capolavoro di/dei Bathory è (oltre che “rispettoso”), inaspettatamente riuscito. Il mistero della parte iniziale si confonde con ancora più nebbie in chiaroscuro. L’esplosione non ha nulla della violenza barbara di Quorthon (cosa vi aspettavate?), ma regge complessivamente botta con quel suono fragoroso doom/stoner che dicevo prima e linee vocali… eteree. Non so se per voi sarebbe troppo, per me no, per cui, che vi devo dire: un HAIL per Kæry Ann. Anche se questa è una rubrica extra metal, mica siamo fatti di zucchero. Certe cose ci fregano sempre. Comunque non fate eventulmente l’errore che sia la cover dei Bathory l’unica ragione per dare una chance ad una italiana che nel filone internazionale delle “cantautrici gotiche” internazionali che piacciono (anche) al Giardina non sfigura affatto. Anzi. L’album si chiude poi con un blues stile Mark Lanegan e con quell’abito bianco (White Dress) del quale è vestita Erika in copertina. Bianco, candido, come un corredo di nozze o come un sudario. Fate voi.

Maggiormente sfidante, almeno per noialtri, il secondo ritorno di oggi “su questi schermi”, ovvero il nuovo Naebula della trevigiana Giulia Parin Zecchin, in arte JULINKO. In copertina anche lei con un uno scatto spettrale, la spalla non si capisce se sia vestita di bianco o della sua sola pelle. Dico ritorno perché anche lei si era manifestata nel primo volume dell’Almanacco Gotico Italiano, ma con la sua band (post) rock, i Bosco Sacro. Che poi se non ricordo male erano esclusivamente strumentali, mentre Julinko in più di un’occasione prova a sperimentare la voce e il suo rapporto con scenari minimali e ambient. Quindi qua niente chitarroni e niente Bathory, siete avvisati. Anche senza quella grandiosità da cattedrale, direi che magari il confronto regge con una Anna Von Hausswolff e, poi, con varie altre sperimentatrici della voce femminile, da Bjork, Jarboe, persino Nico forse. Più vicina nel tempo e nello spazio, qualla Daniela Pes che pure incrociammo da queste parti. Con la quale condivide pure il taglio minimale delle strumentali, qui più haunted che mediterranee comunque. In sostanza, visto che parliamo di affinità e discendenze, Julinko si sarebbe potuta affiancare anche ad alcune esperienze di quel mondo che si era soliti chiamare italian occult psichedelia. Stregato sicuramente, questo Naebula, la cui stampa fisica se la sono divisa l’etichetta indie nostrana Maple Death Records e la Avantgarde tanto cara a noialtri. Giusto per dire che anche nel caso di Julinko, giustamente, siamo tra due mondi. Concettualmente, prima ancora che sonicamente. Non so se può interessaee a tutti i 24 lettori di Metal Skunk col catalogo Osmose sul comodino, ma sicuro a qualcuno di questi in cerca di incubi ed evocazioni (Skin Dress, appunto, la copertina?), qualche gelida raffica drone (Unleash), scariche magnetiche, eppure melodiche (Thow Ashes!), misticismo inquieto (Ora et Devoura).

Mani giunte in pace eterna su un vestito, anche qui, bianco come la Morte. È la copertina di For the Love, the Death and the Poetry, quarto album (mi risulta) di/dei NERO KANE. Primo di cui ci occupiamo su questa rubrica e su Metal Skunk, anche se in realtà il duo Marco Mezzadri/Samantha Stella io e il Barg lo abbiamo incrociato già su palco in apertura di/dei Rome. Terza proposta di oggi e terza maniera diversa di proporre un suono gotico e stregato. Nero Kane si rifà (come e più di Kæry Ann) alle distese desertiche americane, dove la luce ti acceca al punto, paradossale, di fare buio. In questo arrivano a ricordarmi persino un po’ la fase più disperata di quei Warlocks che seguivo io, un tempo. Soprattutto però, vista la totale assenza di percussioni e la tendenza a lente, lentissime reiterazioni disperate la scia più presente è quella ben più perigliosa degli Swans e di Michael Gira solista (My Pain Will Come Back To You). Quando il microfono passa a Samatha (Land of Nothing), anche qui non è improprio pensare alla Nico di Desertshore, per il tono declamatorio, più che per timbro ed estensione, e appunto per i paesaggi morti, lunari. Paesaggi in cui vagano e si perdono questi due fantasmi, un uomo e una donna, senza tempo e senza ritmo. Senza pulsare. Una pace morta, inquieta. Qualche eco, qualche rumore inatteso, qualche fantasma shoegaze. Arpeggi acustici, archi (pochi). Tutto l’occorrente per celebrare un funerale (Untill the Light of Heaven Comes), in mezzo all’abbaglio del mezzogiorno, in mezzo ad un deserto troppo arido perché ci si possa vivere. (Lorenzo Centini)

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