L’ultimo disco dei MEGADETH
Non so voi, ma nell’eterna diatriba Megadeth o Metallica mi sono sempre trovato a tifare più per i primi che per i secondi, ed i motivi sono diversi. Il primo e più importante è che personalmente ritengo Rust in Peace e, in seconda battuta, Peace Sells irraggiungibili, e non solo dai Metallica. Poi perché, purtroppo per loro, i quattro di San Francisco sono sempre stati appesantiti da quel ciuccio presuntuoso di Lars Ulrich, persona disprezzabilissima e batterista appena decente; ed è inutile che ve ne usciate coi soliti commenti che è fondamentale nell’economia della band e blablabla, è sempre stato uno che se non fosse stato per James Hetfield non sarebbe stato buono nemmeno per vendere i lupini nelle fiere di paese. E ancora perché personalmente preferisco la plettrata alternata (tipica di Dave Mustaine) a quelle tutte in giù (per cui Hetfield è famigerato). Non ultimo, perché Mustaine, che pure è chiaramente un altro stronzo col botto, nella famigerata rottura con gli ex sodali è quello che ha dovuto dimostrare di sapere reggere, da solo, il peso di ricominciare da capo, quello che non ha mollato mai e che è riuscito a porre i Megadeth nello status di antitesi al successo dei Metallica. Da solo, ripeto. Poi per carità, è chiaro che nessuno fa niente proprio letteralmente da solo, però se c’è stato un motore, uno con le capacità, la visione, la tenacia e la cazzimma, è stato proprio lui, quello poco cerimoniosamente scaricato alla fermata dell’autobus con un vaffanculo e un biglietto di ritorno a casa.
Da questo punto di vista, ammetto, fa un po’ tenerezza – e piuttosto schifo – vederlo senile mentre pubblicizza quest’ultimo disco (e la sua Walmart Edition, Gesù) come pure ha fatto coi precedenti, prestarsi ai meet and greet, ai cameo e tutte queste altre stronzate a pagamento, ma penso pure che l’idea di andarsene in pensione la stesse maturando da tempo, e insomma uno che deve fare? Ammucchia più che può finché può. Direte voi, “sì ma povero non è, minchia io prendo mille e quattrocento cucuzze al mese, che dovrei dire?”. Lo so, lo so, ma non dite nulla, fatevi i cazzi vostri.
E insomma, Megadeth per Megadeth questo dovrebbe essere l’ultimo album del Nostro e come tale porta una responsabilità non indifferente, ovvero quella di concludere degnamente una carriera, con ovvi alti e bassi, lunga più di quattro decenni. E funziona? Mah. Cioè, male non è, diciamo che parte bene, ha una parte centrale che flette in basso e verso la fine si riprende un po’. Un po’ come la classica equalizzazione del metallaro, se ci pensate. The Sick, the Dying and the Dead è molto meglio, e se Mustaine si fosse fermato lì sarebbe stato perfetto, ma evidentemente non poteva. Questo qui è banalmente molto meno ispirato, più fiacco; ha i suoi momenti, tipo I Am War, la punkettona I Don’t Care, anche Hey God?!, che rimanda molto al periodo Countdown To Extintion, e pure la finale The Last Note è bellina, ma per il resto nulla per cui scrivere a casa, ecco.
Ovviamente Mustaine la poracciata di ficcarci dentro Ride the Lightning come bonus track poteva forse evitarla? Me certo che no. Avrà pensato: “Cazzo, è la mia, l’ho scritta io. E poi è l’ovvia conclusione di un cerchio, come è cominciata così si chiude”, ed è una stronzata, va da sé. Volendo, tecnicamente manco è una cover, e se pensate sia troppo simile all’originale è perché l’originale pure era (anche) opera sua e non ha quindi voluto toccare o modificare nulla. Ci sta, in senso filologico almeno. Per il resto una fesseria includerla, come detto. Ma d’altronde che Mustaine sia uno stronzo pure l’ho scritto, no? Si goda la pensione, per quanto mi riguarda se l’è ampiamente guadagnata già dal lontano 1990; tutto il resto è stato un di più. (Cesare Carrozzi)

