Si fa presto a dire NWOTHM: rimettersi in forma dopo i bagordi
NWOTHM, croce e delizia. A volte non ne puoi più, ti pare di non mangiare altro e di essere a tavola da un’eternità. Avoja a buttar giù anche qualche bevanda psych. Sulla tavola imbandita ci sono tante di quelle pietanze tradizionali ogni mese che a volte si mangia un po’ per abitudine, un po’ per coercizione. Tipo quando dopo tre ore di pranzo di Natale la suocera ti dice che ora arriva il secondo. Che fai, dici di no? La suocera oggi si chiama Stefano Mazza, che nel suo tradizionale bollettino di chiaroveggenza metallara di fine anno mi chiama in causa a tradimento per farmi occupare di un gruppo heavy speed spagnolo. Volevo dir di no, grazie, in realtà sono già pieno, dura digerire. Poi però ti senti in dovere (“però salto almeno il panettone”, sì, vabbè, chi ci crede). E scopri che la suocera Mazza invece di un polpettone pesantissimo ti ha passato invece un digestivo. Di più: un tonico energizzante, per cominciare da subito l’attività fisica e buttar giù quei chiletti di troppo e quella pesantezza che non ti faceva più godere di certe uscite. Recuperiamo allora dei dischi NWOTHM usciti più o meno a ridosso della fine dell’anno scorso (e che stavamo tralasciando colpevolmente) per ricominciare con gli allenamenti. Che tra poco è giugno e ti invitano ai matrimoni e la camicia buona devi rientrarci per forza.
Un grosso HAIL quindi a Stefano Mazza e agli HUNGER, quattro andalusi equamente divisi secondo pari opportunità. Ai più assidui della rubrica forse non sono ignote le grazie della chitarrista Jara Solíz, l’animatrice del complesso. Qualcuno potrebbe restare maggiormente ammaliato invece dalla bassista Vick Rodrìguez. Ma c’è poco da restare in contemplazione, qua. Con Ruler of the Wolves si salta, si corre, si suda, c’è da scalmanarsi. Purtroppo per ora è solo un Ep, d’esordio, sei tracce, venti minuti scarsi. Un primo allenamento dopo le feste, non bisogna pretendere troppo, in partenza. La musica degli spagnoli è heavy speed di vecchia (vecchissima) scuola. Un po’ crucca (Running Wild), un po’ d’oltre oceano (Exciter, Anvil). Ci sono delle ottime ragioni per iscriversi al resto del corso, e non parlo di curve e spandex. Parlo di metallo rozzo, dinamico, melodico ed innodico. Ad ascoltarlo con regolarità i risultati poi si vedono.
Certi risultati però lo sai che li ottieni, sì, con la motivazione e la costanza, ma anche e soprattutto se hai un istruttore cazzuto tipo “sergente di ferro”. I SÖLICITÖR allora propongono la cantante Amy Lee Carlson, che fra borchie, mazze da baseball, fruste e gatti a nove code ti fa passare la voglia di scherzare e di dubitare delle competenze dell’allenatore. Ricordate, siete voi sotto torchio ora e vi conviene concentrarvi perché col cardio non si scherza. Anche Enemy in Mirrors è una sessione di heavy speed vecchia scuola, tracima ogni tanto nel thrash, ogni tanto un po’ oltre (qualche blast beat giusto come cash out finale). È il secondo album della band di Seattle e come il precedente lo pubblica la romana Gates of Hell, succursale borderline della Cruz del Sur. Vere e proprie pause tra un esercizio e l’altro non ne concede. Semmai a volte (Spellbound Mist) rallenta il ritmo delle riprese e punta semmai sul respiro black. Respiro mefitico. Perché la cifra dei Sölicitör, rispetto a decine di gruppi speed nostalgici, è proprio il fatto di non esserlo troppo, loro, nostalgici. Anzi, pescano appunto anche dai ’90 norvegesi e dal power americano tra i due decenni in questione. Risultato: suonano più freschi e moderni di quanto possiate pensare. La Carlson tiene le fila di una manciata di canzoni ben suonate e pure parecchio scritte, tra riff, ritmi, schemi e variazioni. Non per soli passatisti.
Ma sappiamo che il cardio a molti non basta, così come i workout a corpo libero. La sala pesi offre per costoro una band nostrana, i torinesi HOUNDS, che ci stavamo colpevolmente perdendo l’anno scorso (come gli altri dischi di oggi, del resto). L’immaginario di Rise of the Immortals (lo direste da titolo e copertina) è decisamente più muscoloso e così la playlist di sala abbandona lo speed e si butta sull’epic power americano, tra deviazioni quasi prog alla Queensrÿche e tentazioni A.O.R. (musica edonista che con l’esercizio fisico va benissimo). Lohengrin è un buon esempio per testimoniare queste due tendenze, uno strumentale di quattro minuti. Perché (almeno cosi mi hanno sempre detto) se vuoi mettere su massa non è detto che le pause tra i cicli debbano essere brevi, anzi. Quando c’è da tirar su chili la musica si fa più heavy, tosta, sempre con contrappunti di tastiere interessanti (la stessa traccia che dà il titolo all’album), che più Virgin Steele di così non so come si possa. Musica maschia, testosteronica benché gentile e, perché no, colta. La voce resta guerriera ed è un bene. Decisamente un buon disco e una band che ci annotiamo tutti. (Lorenzo Centini)https://youtu.be/hvBm5ZBvvBY?si=r6w1QB5qR9U_PS9i
