IN THE WOODS… – Otra

Che gli In The Woods siano profondamente cambiati nel corso degli anni è un dato di fatto, e non poteva essere altrimenti visto che della formazione originale è rimasto solo Anders Kobro dietro le pelli – il che probabilmente è l’unica ragione per cui la band di Kristiansand ha mantenuto sempre lo stesso nome. Sostengo da tempi non sospetti che l’anima vera dei norvegesi è sempre stata quella dei fratelli Botteri, non a caso le menti principali dei primi due capolavori e del fin troppo sperimentale ma comunque buono Strange in Stereo: i due avrebbero poi partecipato (per me controvoglia, e si sente) al disco di reunion Pure per poi mollare definitivamente baracca e burattini dopo il tour di supporto. Sotto un certo aspetto posso anche condividere la decisione dei nuovi membri di dare un taglio netto al passato, perché Heart of the Ages e Omnio hanno praticamente inventato un genere e non avrebbe avuto senso provare a scimmiottarli, sta di fatto che sfido chiunque a classificare Cease The Day Diversum come dischi degli In The Woods, a parte per il logo stampato in copertina.

Per questo nuovo Otra sinceramente non è che le cose cambino più di tanto, l’unico collegamento col passato è la copertina un po’ old school ma per il resto le coordinate musicali sono quelle degli ultimi due, ovvero una miscellanea di generi talmente diversi al punto che, se qualcuno mi chiedesse cosa suonino oggi gli In The Woods, farei fatica a rispondere. C’è un po’ di tutto, progressive, gothic, momenti più doomeggianti, death melodico, passaggi acustici, chitarre a cascata e qualche rimando all’avant-black degli esordi (The Crimson Crown su tutte) ma senza purtroppo replicare la magia di metà anni ’90, cosa che sarebbe stata per certi versi impossibile. In realtà Otra non è un neanche un brutto disco, e sicuramente degli ultimi è quello che ti si stampa più in testa, grazie a una maggiore immediatezza dei brani (The Thing You Shouldn’t Know è una delle cose più belle scritte dalla band di recente) e la solita eccelsa prestazione di Bernt Fjellstad alla voce.

Purtroppo quella sensazione che ci sia effettivamente troppa carne al fuoco e quel sentore di passaggi un po’ forzati non se ne va mai; questo però è il problema strutturale che il gruppo norvegese ha sin dal disco della reunion. Ripeto, il disco nel suo insieme non è neanche così male, e per me è pure superiore agli ultimi due, ma, detto questo, ora rimetto su The Divinity of Wisdom perché mi è venuta una voglia tremenda di riascoltarla. (Michele Romani)

Un commento

  • Avatar di nxero

    Ho assolutamente adorato la band fino allo scioglimento, poi non sono dischi pessimi però il genio se n’é andato. Diversum non mi era proprio piaciuto, magari un ascolto provo a darglielo…

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