La fine della festa: DISH-IS-NEIN – Occidente. A Funeral Party

Questo disco era dal 2018 che lo aspettavo, quando era uscito un Ep che era uno schiaffo, quello del ritorno degli (ex) Disciplinatha. Poi per ovvie, drammatiche ragioni non ci contavo più, fino alla campagna sulle reti sociali per autofinanziare questo disco qui. Lo ammetto, sulle prime il titolo non mi aveva invogliato tantissimo e son partito diffidente ai primissimi ascolti. Sono quarant’anni che certe frange parlano di “morte dell’Occidente”. A modo loro, l’han sempre fatto pure i Disciplinatha (con occhio più cinico, chirurgico e provocatorio di certi esteti, spesso conformisti nel loro circoletto). Non mi andava di sentirmela spiegare ancora una volta, ‘sta “morte dell’Occidente”, per il semplice fatto che mi pare che il cadavere se lo stiano già mangiando corvi ed avvoltoi davanti ai nostri occhi. “Chi voleva capire ha capito” e oggi, davvero, come si fa a non vedere certe cose. Poi comunque nel frattempo la Storia ha ripreso a marciare (non aveva mai smesso) con passo tale che non può più essere ignorato. Un’accelerazione sfacciata, in corso, durante la quale son già caduti diversi veli e diversi sipari. Oppure vogliamo ancora raccontarci la storiella del Nobel per la pace continentale per il solo fatto che una Francia ridotta politicamente a provincia (economicamente chiediamolo a mezza Africa) e una Germania prima annichilita e smembrata e poi occupata militarmente hanno smesso per qualche tempo di scannarsi per il carbone? È come il sasso di Lisa Simpson, che tiene lontane le tigri. Intanto voi avete già preparato il vostro kit di sopravvivenza per le prime 72 ore? Speriamo che sia solo un blitzkrieg

Insomma, non volevo ritrovarmi tra le mani l’ennesimo manifesto, un grammofono a settantotto giri che diffonde una canzone nostalgica tra boulevard illuminati dalle insegne di catene di biancheria dozzinale. Errore mio, però, pensare che avrei ricondotto i Dish-Is-Nein ad una qualunque compagine neofolk o martial/industrial/salcazzo, conforme o meno. Come se non li conoscessi, come se non mi ricordassi almeno di quel 2018. Uno schiaffo. Un ceffone ben piazzato ed era il modo migliore per riprendere quel discorso interrotto male. Non dico “dimenticando” Un Mondo Nuovo e Primigenia perché c’è da dire che con tutti i difetti non li hanno mai rinnegati, anzi, semmai contestualizzati. Però si recuperava l’ardore che c’era stato almeno fino a Nazioni. Aggiornato, maturato, forse, perché poi i tre (dell’epoca) erano invecchiati anagraficamente e cresciuti musicalmente. Soprattutto Cristiano Santini, diventato ingegnere del suono professionista (si sentiva e si sente ancora). La scomparsa di Dario Parisini una pietra tombale. Non è un caso che in Occidente – A Funeral Party la parola “sudario” torni relativamente spesso, anche trascritta come “SuDario”. Vuoto pesante e presentissimo, l’assenza totale o quasi delle chitarre in questo disco qui. Restano dei fantasmi, campionamenti in mezzo a trombe marziali e beat e bassi profondi. Spettri, è musica spettrale. Sepolcrale. Il funerale del titolo non è una storiella autocompiaciuta, è dolore più o meno letterale. Un funerale, più o meno letterale. E non solo dell’Occidente. È anche, per certi versi, una questione privata. Il proprio lutto, i conti col proprio passato.

Dell’Ep del 2018 quindi è inutile cercare questa volta quell’ardore, quello ringiovanito, recuperato. Non sono solo le chitarre che mancano, quel che resta è appunto un lutto. Mi sfuggiva quest’ottica ai primi ascolti, quando riferivo a Ciccio che il disco m’era parso piatto, monotono. Era mesto, ma questa è una cosa differente e il mio errore iniziale di valutazione non poteva essere più superficiale. Disco totalmente sbilanciato sulla dimensione elettronica/industriale. Il trittico Laibach / Nine Inch Nails / Massive Attack a fornire un campionario di soluzioni sonore su cui partire come riferimento e metterci il proprio. E se l’assestamento in un contesto di elettronica algida e consolidata storicamente dovesse non soddisfare qualcuno, nostalgico della rottura folle, per i tempi, di Abbiamo Pazientato… (cento volte avanti a tutti, ai suoi tempi), bene, questo qualcuno dovrebbe come minimo ammettere che si tratta di uno scenario molto più pregno di quanto non fosse, in quegli altri tempi là, la resa al conformismo indipendente degli anni ’90 italiani (anche se esclusivamente sotto il profilo sonico) nei due dischi di minutaggio maggiore precedenti.

E infatti io avevo salutato Dish-Is-Nein, l’Ep del 2018, con entusiasmo insperato. Non un ritorno a fare cassa, come tanti, ma un rinnovamento, energie e parole ritrovate. Se in Occidente – Funeral Party al posto di una componente, anche fondamentale, è rimasto un vuoto, non significa che non ci sia una evidente, strettissima continuità, oltre che coerenza, col discorso che si era “appena” ripreso. Tante parole, ovviamente: questo è un disco di parole. Ancora affilate e lucide. L’aspetto lirico è fondante. Sodale contributore anche questa volta Renato “Mercy” Carpaneto, con cui è evidente che la comunione di visione e intenti artistici porti frutti significativi. Ma certo non aspettatevi per questo refrain in stile. La declamazione è Disciplinatha pura, asettica, chirurgica. Cristiano Santini e Valentina Vicinelli, i due ultimi reduci del vecchio corpo d’armata, a dividersi il microfono, a seconda delle esigenze tattiche. Santini tra recitativo e salmodia monotona, privata o quasi delle ultime spoglie di umanità. Ancora più robotica la Vicinelli, dove subentra nella narrazione. Come in Le Voci del Silenzio. O nella bellissima cover di Lucy in the Sky with Diamonds. Trasfigurata in un sogno oppiaceo e sintetico, come lo avrebbero concepito a Bristol, quando il trip-hop sceglieva di fare a meno dei legami con soul/r’n’b e restava laboratorio asettico e totalmente digitale. Gran cover, come da tradizione dei nostri, una delle specialità della casa dei tempi della vecchia ragione sociale. Il coro degli alpini, qui, forse poco contestualizzato, ma vestigia di quella sostanza che aveva permesso ai reduci di coagulare nuovamente un’ultima reunion occasionale dei vecchi Disciplinatha, proseguita poi coi nuovi Dish-is-Nein.

Ma sono più che altro le liriche, dicevo, a costituire la continuità del discorso in questa quarta vita dei Disciplinatha. Si riparte proprio da Primigenia, appunto, dal testo di Esilio nei due brani a mio avviso più forti degli otto messi su disco oggi. Ovvero Dove il Buio si Muove e Asylum (Ausonia). La prima un caterpillar industrial, devastante sonicamente, nonostante l’assenza di riff (ma ci sono campionamenti di tracce perdute del Parisini). Qui, nel mezzo di liriche nuove e lucide si rintracciano due versi del 1996 (“Sai cosa me frega della libertà / Anche se posso parlare, non mi riesco a sentire”) prima dei Killing Joke apocalittici nel finale e della ripetizione sfiancante di un verso, “la fine della festa”, che potrebbe essere preso a rappresentare tutto il disco. In Asylum (Ausonia), oltre all’assonanza provocatoria tra le parole asilo ed esilio, è anche il giro armonico del brano del ’96 che viene aggiornato da un basso spesso, di quelli che fanno tornare immediatamente agli anni ’90 italiani, quelli significativi. Ed è questo forse il momento più significativo del discorso trasmesso oggi, la trasfigurazione di una band non forte a sufficienza ai tempi da non restare schiacciata dal conformismo coercitivo (nonostante, o forse no, il concorso esterno del Consorzio). Oggi la maturità artistica e l’indipendenza attuata con un’autoproduzione finanziata “dal basso” producono una banda nuova, amareggiata, ma sfacciata. Con parole molto più esplicite a completare il discorso figurato e lasciato in sospeso quasi trent’anni prima.

Questi, quindi, i Disciplinatha/Dish-Is-Nein di oggi, una banda che si è data la possibilità di fare i conti col proprio passato, sciogliendo parecchi nodi lasciati nel tempo, forse annodandone di nuovi. In quest’ottica a me pare del tutto comprensibile la voglia di proseguire la campagna (con poche o nessuna speranza di vittoria finale), anche senza molti dei vecchi commilitoni, venuti meno per volontà o no. Venendo al mio “problema”, quello riferito all’inizio di questo pezzo qui, comprensibile anche meglio il discorso funebre declamato, ancora una volta, per la fine dell’Occidente. Qualsiasi cosa pensiate sia rappresentato da una parola ambigua come poche. Non so se questo disco avrà un seguito e quanto tempo ci vorrà, nel caso, prima di ascoltarlo. Nel caso, non ci vorrà meno di qualche anno e a quel punto può darsi proprio che il mondo sarà cambiato e l’ottimismo forzato, equo e solidale sarà stato spazzato via da statue d’oro erette sulle macerie, fornitori di servizi tecnologici ormai stabilmente organici ai governi, tecnici o politici che siano. Imperi del sud, dell’est e ancora più a est a dettare l’agenda. Magari l’Occidente non sarà ancora del tutto dissolto. Poi, se qualcuno mi inviterà al suo funerale ancora una volta, credo che resterò seduto anche dopo i titoli di coda. Chissà. (Lorenzo Centini)

6 commenti

  • Christian Princeps
    Avatar di Christian Princeps

    Uno dei pochi gruppi musicali italiani che apprezzo (eccellenti anche i Tourdeforce). Sulla morte dell’Occidente avevano già cantato anche i Death in June e i Sol Invictus qualche decennio fa ; anche lì c’era una certa amara ironia ; una maggiore seriosità l’ebbero semmai i successivi epigoni neofolk(specie tedeschi), che a me comunque piacquero parecchio….

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  • Avatar di Old Roger

    Musicalmente parlando non sono proprio il mio genere , avevo provato a dargli un ascolto e non mi erano dispiaciuti. So che da quarant’anni anni si portano dietro la fama , di band “ambigua” , diciamo che il fatto che collaborino con Mercy ( lui e i suoi Inaua puzzano di naftalina e ventennio lontano km) mi ha fatto passare eventuali voglie di altri ascolti…ma in fin de conti viste le sonorità fare 2+2 è automatico. Mentre state qui a chiedevi se l’occidente è morto , girate la testa ad oriente e domandatevi se quello che vedete vi piace , personalmente NO , e ricordatevi che nell’oriente profondo certe sonorità ne relativi blog che ne parlano non esisterebbero. Buoni deliri imperial-mistico rosso/bruni , in fin dei conti , come spiegava Furio Jesi , certe idee(ideologie) sono come le scatole cinesi , alla fine c’è solo il vuoto

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    • Avatar di Ciccio Russo

      Credo tu abbia un po’ frainteso l’articolo, scritto da una persona che in quell’Oriente e altri Orienti ha trascorso pezzi di vita importanti e, che io sappia, non avverte una particolare nostalgia. Jesi fu una mente brillante e un eccellente germanista ma in quel caso specifico la sua analisi mostrò limiti (però predisse i meme).

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  • Avatar di Old Roger

    Probabilmente ho frainteso io , ma se penso ad certo oriente ( vedi Russia) una certa nostalgia imperiale direi che si avverte. Purtroppo ho difficoltà ad associare la cultura a certe fazioni , senza togliere che posso capire che nascendo nella rossa Emilia , per provocare si debba andare in direzione opposta

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  • Avatar di Cicciuzzo

    ammazza che merda di gruppo! Ma si sa che ai fascistelli romani gli si bagna la spacca appena sentono ‘ste merdate. Buone feci camerati!

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