Il concerto dell’anno: UNCLE ACID & THE DEADBEATS @Palco19, Asti – 18.01.2025

Maurizio Diaz: Non dovevo neanche esserci a questo concerto, un po’ per colpevole ignavia, un po’ perché, in certi periodi della vita, la pratica di organizzarsi e centellinare ogni energia ti porta talmente tante volte a dire di no a eventi imperdibili che quasi ci fai il callo e lo accetti con fin troppa leggerezza. Questa volta però mi sono lasciato guidare dal flusso, che iniziava a dare troppi segnali che suonano pressappoco così: “Ou ma che sei scemo a non andare a sta roba, che pure ti piace?”. Cosi eccomi seduto in terza fila a godermi Nell’ora blu, il disco dell’anno di questa pregiata redazione, eseguito per intero dal vivo. L’esperienza è totalizzante, ma a una condizione: essere innamorati visceralmente del cinema anni ’70. Attenzione, non serve esserne dei profondi conoscitori: conoscere aiuta, ma non implica automaticamente l’immersione necessaria, e qui devi entrarci con tutti i piedi.

Il Palco19 di Asti è un teatrino polifunzionale di tutto rispetto, piccino ma ben tenuto e curato dal personale addetto che lavora duramente, bei soffitti decorati e ottima acustica. Il posto perfetto per uno spettacolo del genere, raccolto ma con un palco sufficientemente ampio da accogliere comodamente i cinque musicisti con cinque tastiere, due chitarre acustiche, due chitarre elettriche, un sassofono, due bassi, batteria ed  elementi scenici sparsi composti da tavolini ornati da drappi rossi con sopra abat-jour e i telefoni della Sip grigi con selettore circolare anni ’80 usati figurativamente durante le telefonate degli attori. Sul lato un manichino bianco. Se cominciate a perdere le bave lo capisco, ma questo non è che il contorno di un esecuzione perfetta in cui tutto viene suonato, ogni effetto, ogni accordo; giusto le voci degli attori che tratteggiano la trama di questo film fittizio sono registrate.

Il concerto si apre con distorsioni e fischi prodotti dalla chitarra di Uncle Acid, che striscia la lama di un coltello a farfalla sulle corde, arma del delitto di Scarano (pezzo di merda). A questo punto ho già oltrepassato il punto di non ritorno, pronto per la trance che mi ha rapito per tutta l’esibizione, trascinato dai riff e dai synth che accompagnano la visione di spezzoni di film poliziotteschi di vendetta e giustizia sommaria di strada, tagliuzzati e rimontati senza una reale continuità. La cosa importante sono le sensazioni, l’impressione di essere di fronte a un film inedito recuperato con Franco Nero che riceve telefonate, le intercettazioni della polizia, gli occhi di Edwige Fenech che ammicca in camera e si muove sinuosa, un sole che sorge mentre la musica richiama Morricone, Badalamenti, i Goblin. E ancora le riprese di Roma, Genova, le autostrade italiane, una Squalo che corre in strada. Forse in questo sta l’unicità del disco: loro non c’erano a quei tempi, non sono un Claudio Simonetti che ha contribuito a quel mondo, gli Uncle Acid non possono che vivere il sogno, far risorgere quelle sensazioni dalla tomba creando qualcosa di originale invertendo l’importanza degli addendi. La musica non è solo colonna sonora, ma è l’impalcatura che genera il film in chi ascolta, prendendo il posto dell’immagine che in questo caso semplicemente sostiene l’esibizione.

È una lettera d’amore talmente aperta alla musica che il concerto viene trattato con la solennità di una celebrazione religiosa, e me ne rendo conto dalla precisione dei musicisti, e dalla soddisfazione espressa nei sorrisi di Kevin Starrs che se la gode decisamente. L’attenzione al dettaglio è resa ancora più evidente quando il batterista, per evidente libera scelta, vuoi per necessità espressiva, decide che per tre-quattro battute quelle pelli vanno pestate un po’ di più, uno sfogo necessario che quasi rompe l’incanto facendo tremare i muri per poi rientrare immediatamente nei ranghi ripristinando l’equalizzazione perfetta dei volumi. A momenti mi perdo la scenetta che fanno con il manichino durante l’omicidio, che è una ciliegina che ci sta tutta, ma a conti fatti risulta inutile una volta provata la sospensione del tempo sorretta dalla musica. Bella Ciao chiude il racconto di vendetta operaia, titoli di coda in sovrimpressione, fine. Il gruppo rientra a prendere gli applausi del pubblico entusiasta in piedi, poi cela il volto, prende in mano gli strumenti e riavvolge il nastro in una cacofonia di distorsioni, pulsazioni e bassi, loro sembrano muoversi a velocità tripla, sembra il finale di Mulholland Drive. Dunque ci si sveglia dal sogno. Sipario.

Lorenzo Centini: È soprattutto una questione di aspettative, e di perfezionismo. D’ora in avanti, se un musicista (“artista”) rinuncerà a portare su palco un disco o una composizione particolarmente complessa da riprodurre, giuro che non mi lamenterò più. Perché a me la riproposizione di Nell’Ora Blu, sul palco del Palco 19 di Asti, questa sera, non ha convinto. E potrei tirare in ballo alcuni dettagli, forse meno importanti, “tecnici” (anche se complessivamente sulla tecnica non c’è stato molto di cui lamentarsi). Tipo le tastiere troppo basse proprio all’incipit, in Il Sole Sorge Sempre, che di tastiere è fatto, principalmente. Ora, io ero seduto letteralmente sopra il mixer, per cui penso che il fonico abbia deliberatamente scelto di tenere alta la chitarra di Kevin Starrs. Tanto che per esempio i suoi contrappunti heavy su Vendetta (Tema) soffocavano imperdonabilmente il bellissimo giro di tastiere alla Simonetti. Dettagli, comunque, quisquilie, anche se, essendo questa l’opera di un perfezionista, ci sta che poi alcuni dettagli non andati per il verso giusto incrinino l’immagine. Il problema però è un altro.

Nell’Ora Blu è un disco che ha svettato (per lo meno per noi) nel generale piattume di idee che offre la scena mondiale. Si regge su un’idea forte (a noi particolarmente cara) e limitante, e la forza stupefacente che ha nell’ascolto del disco (meglio in cuffia) è che tiene la tensione pur essendo un collage di motivi, situazioni e temi, solo alcuni dei quali effettivamente sviluppati. Dal vivo, a ripresentarlo precisamente, il gioco non regge. Tutto qua. Credo sia una questione mentale, nell’ascolto in cuffia il film inesistente è ricostruito da una mente dedicata, sollecitata dai tanti stimoli continui della musica, e pare quasi di vederlo. Dal vivo è come se la cordicina che tiene insieme le perle di una collana venisse meno, c’è una band che cambia gli strumenti, che avvia delle melodie non sviluppate (che quasi mai si cristallizzano in un non-tempo ideale), con gli intermezzi telefonici ancora meno intelligibili che, anziché tracciare il fil rouge, spezzano la tensione in continuazione. Poco aiutano i collage video proiettati, che al massimo possono divertire chi s’è gasato particolarmente perché le voci sono proprio quelle della Fenech o di Nero, in un vortice di nerditudine sterile e citazionismo tarantiniano. Nell’Ora Blu poteva essere recitato pure da mio cugino Vincenzo e dalla signora che ha il negozio di fiori all’angolo della strada, non funziona (su disco) solo perché sul libretto c’è scritto che quella voce è della (sempre benemerita) Edwige.

Per reggere lo spettacolo dal vivo, invece, alcune scenette inutili (i musicisti al telefono) o di gusto discutibile e gratuito (il sangue). Poi ora sappiamo che Scarano l’hanno ammazzato una specie di Brigate Rosse mafiose. Ok. Però il concerto trascorre per quarantacinque minuti aspettando il momento in cui lo Zio Acido suonerà Solo la Morte ti Ammanetta, e i rimanenti quarantacinque minuti chiedendoti se la rifarà nei bis (spoiler: no).


Barg: Originariamente questo report avrei dovuto scriverlo io. Fortunatamente in trasferta per l’evento dell’anno c’erano anche Lorenzo e il Maresciallo, altrimenti non avremmo potuto neanche darne testimonianza. Eppure io ce l’ho messa tutta a salvare capra e cavoli, considerando che sono dovuto uscire da casa il più tardi possibile per non lasciare troppo da sola mia moglie con i due bimbi, entrambi di un’età ancora decisamente critica. Il programma che ne è uscito fuori era quasi degno di Ciccio: partenza da Milano alle 18.25, primo cambio a Pavia, poi treno fino ad Alessandria e secondo cambio fino ad Asti; arrivo a destinazione alle 20.52, da lì al teatro sono dieci minuti a piedi, il concerto comincia alle 21, magari mi perdo il calcio d’inizio, come si suol dire, ma niente di più. Ed è tutto andato incredibilmente bene, senza che Trenitalia e Trenord mi affliggessero con uno dei loro proverbiali ritardi, finché, sull’ultimo treno, mi sono reso conto che Novi Ligure non è esattamente sull’asse Alessandria-Asti. Avevo sbagliato treno, mannaggia ai meglio mortacci. Sono così stato costretto a scendere alla fantastica stazione di Serravalle (un ambientino a metà tra Mad Max e un ritrovo dell’Isis, ma molto più squallido) per riprendere il treno nella direzione contraria. Tra una cosa e l’altra entro nel Palco19 alle 22 passate, mi siedo schiumando frustrazione e mi guardo gli ultimi, boh, venti minuti della riproposizione di Nell’Ora Blu e poi finisce tutto. Ma proprio tutto, eh: il concerto finisce quando finisce il disco. Neanche un bis, un pezzo vecchio, niente. Solo Bella Ciao diffusa dagli amplificatori, la qual cosa, vi prego di capirmi, non ha fatto altro che affondare il coltello nella piaga. Da quel poco che ho visto posso solo dire che è di sicuro stato il concerto dell’anno. Centini mi ha detto che i suoni non sono stati ottimali, ma eravamo in posti diversi (lui galleria, io platea) e da dove stavo io si sentiva tutto benissimo. Vi consiglio quindi di precipitarvi all’Auditorium di Roma per la seconda e ultima tappa italiana di questa cosa meravigliosa, perché se ve la doveste perdere rischiereste di mangiarvi le mani a vita. Sempre sia maledetto Scarano (pezzo di merda).

Scritta trovata nei bagni del Palco19. Chiunque tu sia, hai una birra pagata dalla redazione di Metal Skunk (ndbarg)

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